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Quando il corpo reagisce in modo anomalo ed eccessivo a un’infezione, rischia di danneggiare i propri tessuti e organi. Anche molto gravemente. La sepsi è una risposta infiammatoria eccessiva dell’organismo e quando questa risposta degenera in gravi anomalie circolatorie, cellulari e metaboliche, si parla di shock settico: la forma più grave della malattia.
Sepsi: i dati epidemiologici
I dati epidemiologici documentano l’ampio impatto di questa condizione. Nel 2021, a livello mondiale, si sono registrati 166 milioni di casi di sepsi e circa 21,4 milioni di morti correlate, pari al 31,5% della mortalità complessiva globale.
In Europa la sepsi interessa circa 3,4 milioni di persone ogni anno, con un’incidenza stimata di 377 casi per 100mila abitanti, un valore superiore a quello registrato per l’infarto del miocardio o per l’ictus cerebrale. Circa il 40% dei pazienti richiede il ricovero in terapia intensiva, con tempi di degenza mediamente tre volte più lunghi rispetto ad altre patologie acute.
In Italia si stimano circa 250mila casi all’anno, e tra i 50mila e i 70mila decessi. La presenza di patologie croniche concomitanti aumenta la vulnerabilità degli over 70, per i quali la sepsi rappresenta spesso una complicanza di condizioni non infettive.
Il fattore tempo: l’impatto del ritardo diagnostico
La rapidità dell’intervento terapeutico influisce sulla sopravvivenza (ne abbiamo parlato qui).
«Ogni ora di ritardo nella somministrazione della terapia antibiotica mirata, dall’insorgenza dello shock settico, riduce la probabilità di sopravvivenza del 7-8%». E, come si legge nel position paper realizzato da Cittadinanzattiva (con il coinvolgimento di 172 professioniste e professionisti sanitari e rappresentanti di società scientifiche e di associazioni di pazienti*), lo stesso shock settico può essere l’esito di un riconoscimento tardivo della sepsi o di un trattamento iniziale non tempestivo o non adeguatamente mirato: «per questo la rapidità della diagnosi è l’unica leva davvero decisiva sulla prognosi».
Nel documento si evidenzia la discontinuità che contraddistingue l’assistenza ospedaliera in Italia: differenze significative nella gestione dei pazienti tra la fascia diurna o feriale e quella notturna o festiva, principalmente a causa della minore disponibilità dei laboratori di microbiologia e del personale.
Dito puntato anche sulla mancanza di percorsi uniformi e condivisi: elemento che secondo gli specialisti che hanno partecipato all’indagine compromette la diagnosi precoce della sepsi. Nelle strutture sanitarie nazionali, il 35,3% degli intervistati dichiara l’assenza di un protocollo aziendale per la sepsi, mentre il 31,4% segnala la mancanza di un percorso specifico per lo shock settico.
Un fattore critico che aggrava il quadro mondiale è l’antimicrobico-resistenza. La diffusione di patogeni multiresistenti rende i protocolli terapeutici standard sempre meno efficaci, trasformando infezioni comuni in quadri settici difficilmente gestibili e aumentando drasticamente i tassi di mortalità.
Le differenze territoriali tra Nord e Sud
L’analisi dei percorsi assistenziali evidenzia anche un divario geografico. Nelle regioni settentrionali, l’84,6% degli operatori riferisce la presenza di un protocollo aziendale per la sepsi, a fronte del 63,6% registrato nelle regioni centrali e del 42,9% rilevato nel Mezzogiorno e nelle isole. Analoga disomogeneità si riscontra nell’offerta formativa, con il 61,5% delle strutture del Nord che organizza corsi specifici sulla patologia, mentre al Sud l’assenza di attività di formazione specifica viene dichiarata dal 78,6% degli intervistati. Questa situazione influisce sulla percezione del rischio clinico, poiché il 53% dei medici che operano nel Sud e nelle isole ritiene che le carenze organizzative notturne e festive abbiano un impatto diretto sulla mortalità del paziente, rispetto al 41% dei colleghi del Nord.
Le criticità nella fase post-ospedaliera e il follow-up dei pazienti
La conclusione della fase acuta non coincide con la risoluzione delle problematiche di salute. Circa la metà delle persone sviluppa la sindrome post-sepsi, caratterizzata da debolezza fisica, deficit cognitivi e disturbi psicologici. In Italia un terzo dei pazienti anziani che superano l’evento acuto muore comunque entro un anno dalle dimissioni per via delle fragilità residue.
Il 73,3% delle strutture non prevede un protocollo strutturato per il follow-up dei pazienti dimessi dopo uno shock settico. E nella transizione dall’ospedale al territorio, il 38,4% dei pazienti non dispone di alcuna figura professionale di riferimento.
Nicola Latronico, professore ordinario di anestesia e terapia intensiva dell’Università degli Studi di Brescia, chiarisce che «guarire da una sepsi o da uno shock settico non significa sempre tornare alla vita di prima», poiché i sopravvissuti affrontano rischi maggiori di mortalità, nuovi ricoveri, danno renale ed eventi cardiovascolari. «La nostra esperienza con l’ambulatorio post-terapia intensiva evidenzia quanto sia importante per questi pazienti un follow-up prolungato degli esiti della sepsi o dello shock settico» al fine di scongiurare una transizione priva di supporti adeguati per le famiglie.
«La sepsi e lo shock settico rappresentano una sfida che riguarda il diritto dei cittadini alla sicurezza delle cure» ribadisce Valeria Fava, responsabile del coordinamento delle politiche della salute di Cittadinanzattiva, sottolineando che l’analisi condotta intende «offrire una prospettiva civica che, partendo dall’esperienza dei professionisti e dei pazienti, possa contribuire a sostenere il miglioramento dei percorsi di cura».
A tal fine, le dieci raccomandazioni del position paper delineano una strategia integrata per superare le frammentarietà del sistema sanitario italiano nella gestione della sepsi.
«I numeri e le testimonianze raccolte – si legge nel documento – serviranno per dialogare con le istituzioni, il Ministero della Salute e le Regioni», per implementare protocolli specifici nella pratica clinica, migliorare la formazione del personale e avviare campagne di sensibilizzazione pubblica.
Le raccomandazioni
Le proposte cardine prevedono la standardizzazione dei percorsi diagnostico-terapeutici (PDTA) a livello nazionale e la garanzia di uno standard assistenziale omogeneo H24, azzerando le differenze di cura e diagnosi tra i turni diurni e quelli notturni o festivi. Si raccomanda un deciso potenziamento della formazione continua obbligatoria per il personale medico e infermieristico, l’implementazione di sistemi di diagnosi microbiologica rapida (early warning) e la creazione sistematica di team multidisciplinari dedicati, per ottimizzare il coordinamento tra i reparti.
Per la gestione del post-ricovero, si richiede una reale integrazione tra ospedale e territorio che coinvolga i medici di medicina generale, l’istituzione di ambulatori di follow-up dedicati ai sopravvissuti, il rafforzamento degli organici nei servizi d’emergenza, l’attivazione di campagne di sensibilizzazione per la cittadinanza e i caregiver in sinergia con le associazioni di pazienti, e infine l’adozione di audit clinici periodici per monitorare l’applicazione dei protocolli.
«Un cittadino informato è un cittadino che può riconoscere i segnali d’allarme e collaborare attivamente con il personale sanitario. E monitorare la sepsi significa monitorare lo stato di salute dei nostri ospedali e l’efficacia delle politiche di prevenzione igienico-sanitaria».
I sepsi team multidisciplinari
*il position paper nasce da un’indagine civica condotta da Cittadinanzattiva tra il 29 luglio 2025 e il 31 gennaio 2026, che ha coinvolto rappresentanti di società scientifiche e federazioni (FIMMG, SIAARTI, SIMEU, SIMIT, SITA) e di associazioni di pazienti (AIPAMM, ANNA Onlus, TI DO AIUTO, FORUM Nazionale delle Associazioni di Nefropatici, Trapiantati d’Organo e di Volontariato).


