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La trasformazione promessa dal DM 77 è ancora ben lontana dal concretizzarsi. Il monitoraggio dell’Osservatorio GIMBE mostra che solo 66 Case della Comunità risultano pienamente operative sulle 1.715 previste dall’impianto complessivo della riforma: in pratica, al 31 dicembre 2025, solo il 3,9% del totale.
Un dato che restituisce chiaramente la misura delle difficoltà. «Abbiamo analizzato i risultati raggiunti e le criticità che continuano a frenare la riforma dell’assistenza territoriale», spiega Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE. «E quello che emerge è un quadro che richiede un’accelerazione immediata da parte di Governo e Regioni».
Cosa prevedeva il DM 77
Il DM 77, pubblicato nel 2022, ridisegnava la sanità territoriale italiana definendo una rete capillare di servizi pensata per avvicinare l’assistenza alla popolazione. Una rete di cure “di prossimità”, per evitare, per esempio, che si crei sovraccarico al pronto soccorso anche per problemi che potrebbero essere gestiti sul territorio.
Il decreto introduceva una nuova architettura fondata su Case della Comunità, Ospedali di Comunità e Centrali Operative Territoriali, ciascuna con funzioni precise: presa in carico multidisciplinare, cure intermedie e coordinamento tra servizi sanitari e sociali. A questo si aggiungeva il potenziamento dell’assistenza domiciliare, l’integrazione con i servizi sociali e un forte impulso alla digitalizzazione attraverso il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0.
«Il potenziamento dell’assistenza territoriale – afferma Cartabellotta – è la chiave per decongestionare ospedali e pronto soccorso e garantire una sanità di prossimità. Ma il quadro che emerge è preoccupante».
Come siamo messi
Le Case della Comunità rappresentano il nodo più evidente delle criticità riscontrate. Molte non hanno ancora attivato alcun servizio, altre presentano un’attivazione parziale e solo una piccola quota è in grado di garantire continuità assistenziale, équipe multidisciplinari e presenza sanitaria stabile. Una distanza significativa tra progettazione e realtà che Cartabellotta sintetizza così: «anche dove tutti i servizi vengono dichiarati attivi, le Case della Comunità restano scatole vuote: senza personale sanitario non possono funzionare». La carenza di personale medico (e il ritardo nel coinvolgimento dei medici di famiglia, figura chiave dell’assistenza territoriale) e infermieristico costituisce l’ostacolo principale alla piena funzionalità di questi presidi. Carenza che accentua ulteriormente le diseguaglianze regionali.

Non va meglio sul fronte degli Ospedali di Comunità. «Siamo ancora più indietro: renderli pienamente funzionanti entro il 30 giugno appare una missione impossibile», avverte Cartabellotta.
Su 594 programmati, solo 163 hanno almeno un servizio attivo ma nessuno risulta pienamente operativo: la piena operatività richiede la presenza medica per almeno 4,5 ore al giorno e un’assistenza infermieristica continuativa nelle ventiquattro ore.
In alcune Regioni non ne è attivo neanche uno, mentre in altre la partenza è stata più rapida ma comunque insufficiente a soddisfare gli standard previsti. Senza la presenza medica garantita, l’assistenza infermieristica continuativa e la figura del case manager, infatti, gli OdC non possono svolgere il ruolo intermedio tra territorio e ospedale che la riforma aveva immaginato.

L’unico tassello che sembra procedere secondo programma è quello delle Centrali Operative Territoriali a cui compete il ruolo di garantire le funzioni di coordinamento tra i servizi sanitari e quelli sociali: 625 su 657 sono pienamente operative e il target europeo risulta già raggiunto. Ma questo, da solo, non basta a compensare le lacune delle altre due gambe della riforma.
Sul versante della digitalizzazione, il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) continua a mostrare ritardi significativi relativi sia alla completezza dei documenti sia all’adesione dei cittadini. Nessuna Regione rende disponibili tutte le tipologie di documenti richieste e il consenso dei cittadini alla consultazione dei propri dati resta fermo al 46%, con punte minime nel Sud che non superano il 2%. «Se nemmeno la metà dei cittadini consente l’accesso al proprio FSE non siamo di fronte a un problema tecnico, ma a un fallimento culturale e organizzativo», sottolinea Cartabellotta. «Senza fiducia, alfabetizzazione digitale e interoperabilità reale, il FSE rimane un’infrastruttura incapace di generare benefici concreti».

Quale eredità per i cittadini e le cittadine?
A questo quadro si aggiungono preoccupazioni di natura politica e finanziaria.
Perché la rendicontazione finale della Missione Salute del PNRR è fissata per il 30 giugno, senza previsioni di slittamenti temporali, e il mancato raggiungimento dei target europei comporta il rischio di dover restituire i contributi a fondo perduto.
Le rassicurazioni fornite nei mesi scorsi dal Governo sul raggiungimento dei target non sembrano bastare. Le Regioni procedono a velocità troppo diseguali, il personale scarseggia e diversi servizi non sono attivi in misura sufficiente. «Il rischio più grave – conclude Cartabellotta – è di completare l’incasso delle rate del PNRR senza produrre benefici reali per i cittadini, lasciando in eredità strutture incomplete e una digitalizzazione frammentata».
Mentre la scadenza di giugno si avvicina, ciò che emerge è un’urgenza chiara: accelerare.


