Giulio Centemero: «L’innovazione ha bisogno di regole certe, prevedibili e coerenti»

Giulio Centemero: «L’innovazione ha bisogno di regole certe, prevedibili e coerenti»

di Anita Fiaschetti
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Anita Fiaschetti

Perché ne stiamo parlando
Gli incentivi fiscali per chi investe in startup innovative sono in attesa di rinnovo e l’incertezza rischia di rallentare gli investimenti. In un contesto in cui venture capital, trasferimento tecnologico e accesso ai capitali sono decisivi per la competitività del Paese, ecco le priorità secondo Centemero per consolidare l’ecosistema italiano dell’innovazione.

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Startup, venture capital, incentivi fiscali e mercato dei capitali sono oggi tra i temi chiave per la crescita dell’ecosistema italiano dell’innovazione.

Quali sfide deve affrontare l’Italia per trasformare ricerca e competenze in imprese scalabili, attrarre investimenti e rafforzare una cultura del rischio e dell’innovazione capace di sostenere la crescita nel lungo periodo? Ne abbiamo parlato con Giulio Centemero, membro della Commissione Finanze della Camera, che ribadisce l’importanza di favorire l’accesso delle imprese al mercato dei capitali, perché questo significa sostenere concretamente innovazione, competitività e sviluppo del Sistema Italia.

Partiamo proprio da qui. La comunità dei business angel italiani chiede il rinnovo degli incentivi fiscali per chi investe in startup e imprese innovative: quale l’impatto del mancato rinnovo e come ci si sta muovendo su questo fronte?

«Gli incentivi fiscali rappresentano uno strumento essenziale per sostenere il capitale di rischio nelle fasi iniziali di vita delle startup. In particolare, la detrazione del 30% ha contribuito negli anni a mobilitare risorse private verso imprese innovative che, per definizione, presentano un profilo di rischio elevato. L’incertezza sul rinnovo rischia di generare un rallentamento degli investimenti proprio in una fase in cui l’Italia sta cercando di consolidare il proprio ecosistema dell’innovazione.

Per questo ho presentato un’interrogazione parlamentare al Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Il Governo ha confermato l’avvio della notifica del nuovo regime alla Commissione europea con l’obiettivo di garantirne la retroattività dal 1° gennaio 2026. L’auspicio è che si possa arrivare rapidamente a una soluzione stabile, perché l’innovazione ha bisogno di regole certe, prevedibili e coerenti con i tempi lunghi richiesti dagli investimenti in tecnologia».

Negli ultimi anni il venture capital è diventato sempre più centrale nelle politiche industriali dei principali Paesi europei. Quale ruolo può avere oggi nello sviluppo del Sistema Italia, soprattutto nei settori ad alta innovazione come life science e deep tech?

«Il venture capital non è semplicemente una fonte di finanziamento. È uno strumento di politica industriale che consente di trasformare ricerca, tecnologia e competenze in imprese capaci di competere a livello globale. Nei settori come life science, biotech, intelligenza artificiale e deep tech il capitale di rischio svolge una funzione cruciale perché finanzia progetti ad alta intensità di conoscenza e con orizzonti temporali lunghi.

Le recenti missioni che abbiamo organizzato tra Washington e Boston, con incontri presso università, fondi di investimento, incubatori, laboratori di ricerca e grandi aziende innovative, hanno confermato come i principali ecosistemi mondiali siano costruiti proprio sull’integrazione tra ricerca, capitale privato e imprenditorialità. L’Italia possiede eccellenze scientifiche straordinarie. La sfida è creare un mercato del capitale di rischio sufficientemente profondo da consentire a queste eccellenze di crescere senza dover necessariamente trasferirsi all’estero».

L’Italia ha eccellenze scientifiche straordinarie, ma fatica ancora a trasformarle in imprese scalabili. Dove si interrompe oggi il collegamento tra università, ricerca, capitale e mercato?

«Negli ultimi anni la situazione è migliorata sensibilmente, ma esiste ancora un “valley of death” tra la ricerca e il mercato. Spesso i progetti di ricerca dispongono delle competenze scientifiche necessarie ma non trovano abbastanza capitale paziente nelle fasi di proof of concept, trasferimento tecnologico e scale-up. Serve rafforzare il collegamento tra università, centri di ricerca, investitori e imprese. Dobbiamo favorire la nascita di più fondi specializzati, acceleratori verticali e programmi di trasferimento tecnologico. Tuttavia credo che oggi il principale limite non sia soltanto finanziario o normativo. È soprattutto culturale.

Negli ecosistemi più avanzati il rischio viene considerato una componente naturale dell’innovazione. In Italia continuiamo ad avere una limitata cultura del rischio e una percezione del fallimento spesso negativa. Chi fallisce un’impresa viene ancora guardato con sospetto, mentre nei principali ecosistemi internazionali il fallimento è considerato un’esperienza che genera competenze e conoscenza. Se vogliamo aumentare il numero di imprese innovative scalabili dobbiamo lavorare anche su questo aspetto culturale».

Oggi molte startup italiane, soprattutto nel deep tech e nelle scienze della vita, cercano capitali all’estero per crescere. Cosa manca ancora all’Italia per trattenere imprese innovative e attrarre investitori internazionali?

«L’Italia ha compiuto importanti passi avanti, ma soffre ancora di una limitata disponibilità di capitali nelle fasi di crescita più avanzate. Abbiamo investitori molto qualificati nelle fasi seed ed early stage, ma quando le imprese iniziano a raccogliere round più consistenti spesso devono rivolgersi a operatori internazionali. Per colmare questo gap servono più investitori istituzionali nel venture capital, una maggiore partecipazione di fondi pensione e casse professionali e una crescita dimensionale dell’industria nazionale del risparmio gestito.

Accanto a questo esiste una questione culturale. Negli Stati Uniti ho osservato una maggiore disponibilità ad assumersi rischi e una visione più ambiziosa della crescita. In Italia spesso siamo molto bravi a finanziare ciò che esiste già, ma meno inclini a sostenere ciò che potrebbe esistere domani. Dobbiamo costruire un ecosistema che premi l’ambizione, la crescita internazionale e la capacità di innovare, senza penalizzare chi affronta percorsi imprenditoriali complessi».

Lei ha più volte sottolineato l’importanza di promuovere una cultura dell’investimento di lungo periodo. Come si può orientare una quota maggiore del risparmio privato e istituzionale verso startup innovative e Pmi ad alto contenuto tecnologico?

«L’Italia dispone di una delle più grandi masse di risparmio privato d’Europa. La sfida è trasformarne una parte in capitale produttivo. Per questo abbiamo lavorato sull’educazione finanziaria, inserendola nell’educazione civica attraverso la Legge Capitali. Non si tratta soltanto di insegnare concetti finanziari, ma di diffondere una cultura dell’investimento di lungo periodo e della partecipazione all’economia reale. Accanto a questo occorre favorire la crescita di investitori istituzionali domestici.

Penso al Fondo Nazionale Strategico Indiretto, nato nell’ambito della legge startup, che punta a mobilitare capitale pubblico e privato per sostenere le Pmi italiane e favorire la nascita di fondi specializzati. L’obiettivo deve essere la creazione di una vera classe di investitori italiani capace di accompagnare la crescita delle nostre imprese innovative lungo tutto il loro ciclo di sviluppo».

Quali interventi ritiene oggi più strategici per rendere il mercato dei capitali italiano più competitivo e favorevole all’innovazione?

«Negli ultimi anni abbiamo avviato un percorso importante con la Legge Capitali e con la riforma del Testo Unico della Finanza. L’obiettivo è rendere il mercato italiano più semplice, efficiente e competitivo, riducendo gli oneri burocratici e favorendo l’accesso ai capitali. Tra le innovazioni introdotte figurano la dematerializzazione delle quote di Srl, misure per favorire la quotazione delle imprese, una maggiore proporzionalità regolamentare, il rafforzamento dell’educazione finanziaria e numerosi interventi per rendere il mercato più attrattivo per investitori e imprese.

La riforma del TUF prosegue nella stessa direzione: semplificazione, competitività e capacità di attrarre capitali verso l’economia reale. Tutto questo si inserisce nella più ampia riflessione europea sulla Saving and Investment Union, che punta a mobilitare maggiori risorse private verso investimenti produttivi, innovazione e crescita».

Uno dei temi più discussi riguarda i SAFE e la possibilità di applicare correttamente gli incentivi fiscali al 65% per gli investimenti in startup innovative. Perché era importante intervenire su questo punto e quali effetti concreti può avere sull’ecosistema venture capital italiano?

«I SAFE sono strumenti ampiamente utilizzati nei principali ecosistemi internazionali perché consentono di raccogliere capitale in modo rapido ed efficiente. Era importante chiarire il loro trattamento ai fini degli incentivi fiscali perché l’incertezza normativa rischiava di frenare sia gli investitori sia le startup.

L’obiettivo deve essere garantire neutralità tecnologica e contrattuale: se uno strumento è utile per finanziare l’innovazione e tutela adeguatamente le parti, non deve essere penalizzato rispetto ad altre forme di investimento. Maggiore certezza giuridica significa maggiore capacità di attrarre capitale privato e una migliore integrazione dell’ecosistema italiano con le migliori pratiche internazionali».

Nel settore life science i tempi di sviluppo sono lunghi e il fabbisogno di capitale è elevato. L’attuale quadro normativo e fiscale è davvero adeguato ad attrarre investitori pazienti in ambiti come biotech, medtech e terapie avanzate?

«Il settore life science presenta caratteristiche particolari: richiede investimenti significativi, tempi lunghi e competenze altamente specialistiche. Negli ultimi anni l’Italia ha registrato progressi importanti, ma è evidente che servono strumenti sempre più orientati al capitale paziente. Dobbiamo favorire la presenza di fondi specializzati, agevolare la collaborazione tra ricerca pubblica e industria e creare condizioni che consentano agli investitori di accompagnare le imprese lungo tutto il percorso di sviluppo.

Le esperienze osservate recentemente nell’ecosistema di Boston e Cambridge mostrano quanto sia importante la continuità del finanziamento lungo l’intero ciclo dell’innovazione, dalla ricerca di base fino alla commercializzazione. L’Italia possiede tutte le competenze scientifiche necessarie per competere in questi settori. Occorre però rafforzare la capacità di trasformare tali competenze in imprese globali».

Se dovesse indicare le priorità per i prossimi anni, quali misure ritiene decisive per consolidare l’ecosistema italiano dell’innovazione e rendere l’Italia più attrattiva per startup, ricerca e venture capital?

«Indicherei cinque priorità. La prima è garantire stabilità e continuità agli incentivi per gli investimenti in startup e PMI innovative. La seconda è completare il percorso di semplificazione normativa attraverso il Testo Unico delle Startup, proseguendo il lavoro avviato con la Legge Startup, la Legge Capitali e la riforma del Testo Unico della Finanza. La terza è rafforzare il trasferimento tecnologico tra università, centri di ricerca e impresa.

La quarta è mobilitare maggiormente il risparmio privato e istituzionale verso l’economia reale. Per questo considero strategici strumenti come il Fondo Nazionale Strategico Indiretto, nato dalla legge startup, che punta a favorire la nascita di fondi italiani attraverso una collaborazione tra capitale pubblico e privato, con l’obiettivo di sostenere la crescita delle Pmi innovative e contribuire alla formazione di una vera classe di investitori domestici.

La quinta, forse la più importante, riguarda la cultura. Credo infatti che oggi il principale limite dell’ecosistema italiano non sia tanto normativo quanto culturale.

Se vogliamo diventare un Paese leader nell’innovazione dobbiamo imparare a valorizzare chi tenta di creare qualcosa di nuovo, anche quando il risultato non arriva immediatamente. L’innovazione richiede ambizione, tolleranza al rischio e capacità di guardare al lungo periodo.

In questo senso considero fondamentale anche l’internazionalizzazione del nostro ecosistema. Recentemente abbiamo lavorato, insieme alla senatrice Suhair Al Ali, a un accordo tra Italia e Giordania che consentirà alle startup giordane di accedere più facilmente all’ecosistema fintech italiano e di sviluppare collaborazioni con operatori, investitori e istituzioni del nostro Paese.

È un esempio concreto di come l’Italia possa diventare una piattaforma di connessione tra Mediterraneo, Medio Oriente e mercati internazionali dell’innovazione. Capitale, tecnologia e ricerca sono condizioni necessarie. Ma il vero fattore differenziante resta la cultura. La capacità di accettare il rischio, investire sul futuro e considerare l’innovazione non come un’eccezione ma come una componente strutturale dello sviluppo economico del Paese. Questa è la sfida che abbiamo davanti nei prossimi anni».

Keypoints

  • La stabilità degli incentivi fiscali per chi investe in startup innovative è una condizione indispensabile per garantire continuità agli investimenti e rafforzare l’ecosistema dell’innovazione.
  • Il venture capital rappresenta una leva strategica di politica industriale, capace di trasformare ricerca scientifica, tecnologia e competenze in imprese competitive sui mercati globali.
  • Per colmare il divario tra ricerca e mercato occorrono più capitali pazienti, strumenti di trasferimento tecnologico e una maggiore integrazione tra università, investitori e sistema produttivo.
  • L’Italia deve riuscire a convogliare una quota più significativa del proprio risparmio privato e istituzionale verso l’economia reale, favorendo la crescita di startup e PMI ad alto contenuto innovativo.
  • La sfida più importante resta quella culturale: promuovere una maggiore propensione al rischio, valorizzare l’ambizione imprenditoriale e considerare il fallimento come parte del percorso di innovazione e crescita.

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