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L’Italia eccelle per la qualità della ricerca scientifica, ma soffre di ritardi strutturali negli investimenti e nella formazione di competenze STEM e non riesce a trasformare pienamente l’eccellenza accademica in valore economico e innovazione di mercato. È ciò che emerge dal TEHA Global Innosystem Index 2026, che analizza la capacità di innovazione di 49 Paesi ed è stato presentato la scorsa settimana al Technology Forum di Stresa. L’Italia si posiziona al 31esimo posto nella classifica guidata da Singapore, Israele e Regno Unito.

«È un posizionamento che racconta molto: siamo un Paese con asset reali, ma con un ecosistema dell’innovazione che stenta a trasformare il potenziale in risultati» sottolinea Corrado Panzeri, responsabile dell’Innovation & Technology Hub (InnoTech) di TEHA Group.
«I Paesi che guidano la classifica hanno in comune una scelta precisa: investono su capitale umano e ricerca. L’Italia, invece, destina all’istruzione il 4,07% del PIL, contro il 7,3% della Svezia. E mentre in Corea del Sud oltre il 71% dei giovani è laureato, da noi siamo poco sopra il 31%» puntualizza Valerio De Molli, amministratore delegato di The European House Ambrosetti e TEHA Group. Che nell’InnoTech Report 2026 evidenzia due aree particolarmente critiche: il capitale umano e gli ecosistemi innovativi.
«Nel capitale umano, l’Italia si posiziona al 33esimo posto, riflettendo la necessità di costruire una filiera più solida di talenti scientifici e tecnici. Negli ecosistemi innovativi, occupa il 34esimo posto, evidenziando la necessità di rafforzare le connessioni tra ricerca, impresa e finanza per creare un contesto più favorevole alla nascita e alla crescita dell’innovazione».
Mentre il sesto posto conquistato nell’efficacia dell’ecosistema dell’innovazione «segnala una forte capacità di generare risultati di qualità e indica una base sulla quale l’Italia può costruire».
Particolarmente significativi, evidenzia De Molli, sono i dati relativi alle competenze e al trasferimento tecnologico. «L’Italia affronta attualmente una carenza di circa 4,5 milioni di lavoratori con competenze digitali avanzate, un divario che potrebbe interessare oltre 10 milioni di persone entro il 2030. E sul fronte del trasferimento tecnologico, produce una quantità e una qualità di ricerca che lo collocano tra i sistemi scientifici più forti d’Europa, ma riesce a trasformare in brevetti soltanto il 3% delle proprie pubblicazioni scientifiche, rispetto al 14% della Germania e al 12% della Francia».

I ritardi nel trasferimento tecnologico
Le cause sono strutturali: gli Uffici di trasferimento tecnologico (UTT) italiani sono spesso sotto-dimensionati con il 61% delle strutture che impiega meno di cinque addetti e la progressione di carriera accademica viene premiata con criteri ancora basati quasi esclusivamente sulla produzione di pubblicazioni, anziché sulla valorizzazione della proprietà intellettuale con la creazione di spin off o brevetti.
I limiti dell’ecosistema italiano
Altri colli di bottiglia che frenano l’innovazione in Italia, secondo il report Ambrosetti, sono gli investimenti in Ricerca e Sviluppo (che si fermano all’1,38% del PIL, ben lontani dai livelli di Stati Uniti, 3,44%, e Germania, 3,13%), il settore del Venture Capital ancora troppo acerbo (0,1% del PIL contro lo 0,6% del Regno Unito), e la zavorra della burocrazia complessa.

Sul fronte del venture capital, il Regno Unito investe quasi 14 volte più dell’Italia (23,7 miliardi di dollari). Svizzera, Svezia e Paesi Bassi attraggono circa il doppio del capitale di rischio. Tutto questo si riflette nella capacità di generare startup innovative ad alto potenziale. Per il numero di unicorni tecnologici l’Italia è 34esima, con 0,05 unicorni per milione di abitanti; prime inclassifica sono Singapore (2,65), Israele (2,21) e Stati Uniti (2,11).
L’InnoTech Report evidenzia comunque il dinamismo del mercato italiano del venture capital, che ha raggiunto 1,7 miliardi di dollari nel 2025. E in questo contesto di espansione, il settore life science è un asset strategico, come dimostrano alcune operazioni, tra le più rilevanti per volumi di capitale raccolti nel 2025: AAVantgarde Bio (120 milioni di euro), NanoPhoria (84) e Iama Therapeutics (15).
Le proposte per il sistema italiano
Per migliorare la competitività nazionale, la Community InnoTech ha presentato dieci proposte strategiche. Tra queste, la definizione di una Politica Tecnologica Nazionale focalizzata su settori chiave come le biotecnologie e l’intelligenza artificiale, e l’istituzione di un “One-Stop Shop” per la ricerca sperimentale. Quest’ultimo mirerebbe a eliminare la frammentazione burocratica che oggi vede il 66,7% delle aziende indicare la burocrazia come il principale ostacolo agli investimenti in R&S.
Ma anche l’istituzione di Zone di Innovazione Speciale (ZIS), hub dove far convergere ricerca, imprese e capitale umano per accelerare i cluster esistenti o costruirne di nuovi in settori strategici (come per esempio nel quantum computing); e il rafforzamento della collaborazione industria-accademia valorizzando la carriera di chi fa ricerca e semplificando le procedure per i dottorati industriali.
Il quadro EU.inc
Sul fronte delle policy, il report evidenzia l’importanza dell’EU.inc., iniziativa nata per semplificare l’espansione delle startup nel mercato unico europeo. Il rischio, però, è quello di un “arbitraggio regolatorio”: se le startup potessero scegliere liberamente la giurisdizione più conveniente, si rischierebbe una polarizzazione dei capitali verso pochi Stati membri.
Da qui la proposta che l’Italia spinga per una convergenza fiscale minima (si propone che le società vengano tassate nel Paese in cui si trova la sede operativa effettiva, e non solo dove sono registrate legalmente) e per l’armonizzazione dei meccanismi di risoluzione delle controversie e contenziosi societari a livello UE, magari attraverso sezioni giudiziarie specializzate e coordinate.
L’obiettivo è favorire una reale integrazione del mercato europeo, prevenendo distorsioni che favorirebbero solo alcune giurisdizioni a danno della coesione complessiva dell’ecosistema dell’innovazione.
«Per consentire all’Italia di tornare a competere con i principali ecosistemi globali – conclude De Molli – sarà essenziale creare condizioni favorevoli allo sviluppo di talenti, imprese innovative e capitale privato. È su questi fattori che si giocheranno la crescita industriale e l’occupazione nei prossimi anni».


