Stakeholder

Innovare? Significa cambiare. La burocrazia? Un freno al trasferimento tecnologico in Italia

Perché lo abbiamo scelto
«L’innovazione, per poter correre, deve essere più libera. Bisogna cambiare la normativa in modo da riuscire a liberare l’energia che la nostra ricerca pubblica produce». Lo sostiene Fabio Terragni, il nostro innovatore del mese, che coordina le attività di trasferimento tecnologico all’Human Technopole.

 

Terragni: innovare significa cambiare, la burocrazia è un freno al trasferimento tecnologico in Italia
Fabio Terragni, Membro Comitato di Gestione, Human Technopole

Innovare per orientare il futuro.

«L’innovazione tecnologica è il driver del cambiamento mondiale. Lo è sempre stato. Tutte le grandi rivoluzioni che hanno segnato l’evoluzione umana sono legate all’innovazione tecnologia. Dall’uso del fuoco, che ha permesso di usare i metalli, all’agricoltura, che è all’origine della transizione neolitica da nomadi a stanziali, per arrivare alla rivoluzione industriale alla fine del 700.

Ora stiamo vivendo una rivoluzione tecnologica dirompente: le 5 aziende più capitalizzate in borsa sono aziende tecnologiche, mentre qualche anno fa erano aziende petrolifere, e il potere si misura in termini di capacità di innovazione tecnologica».

Quella di Fabio Terragni non è un’apologia dell’innovazione, ma un invito a riflettere sull’impatto dell’innovazione tecnologica nella nostra vita e sull’importanza di indirizzare al meglio energie e risorse affinché le idee migliori possano trasformarsi in tecnologie capaci di traghettare lo sviluppo della nostra società con benefici per tutti.

Se innovare significa introdurre nuove modalità di progettare, pensare, produrre o vendere beni o servizi, se significa cambiare l’ordine delle cose esistenti per far cose nuove e aggiungere loro valore, conoscere è importante. Perché «l’innovazione tecnologica, in fondo, deriva dall’avanzamento della nostra conoscenza. Della conoscenza scientifica».

Laurea in Biologia molecolare all’Università Statale di Milano, consulente per istituzioni nazionali e internazionali, Fabio Terragni è membro del Comitato di Gestione del management board di Human Technopole, con delega al trasferimento tecnologico.

L’innovazione è da sempre al centro del suo percorso professionale. Alla fine degli anni Novanta ha fondato il suo primo incubatore d’impresa, nel settore digitale multimediale, ha gestito società di servizi per startup e alla Città della Scienza di Napoli ha attivato un incubatore. Via via si è occupato di creazione di impresa, sviluppo territoriale e dell’impatto sociale della ricerca e dell’innovazione.

Dovremmo riflettere di più sull’impatto sociale, economico ed etico dell’innovazione?

«Certamente, bisogna prestare particolare attenzione al tema dell’impatto delle tecnologie e alla loro regolazione. Se è vero che l’innovazione tecnologica è il motore del cambiamento, e anche del potere, a livello globale, non si può non riflettere sugli impatti che le tecnologie hanno sulla nostra vita.

Anche perché il dibattito pubblico aiuta a disegnare traiettorie socialmente accettabili e desiderabili.

Abbiamo per esempio dibattuto molto in campo bioetico sull’impatto delle tecnologie per la terapia genica e sui limiti alla modificazione del genoma umano e si è convenuto che non deve mai essere modificata la linea germinale, cioè il patrimonio genetico che viene passato alle successive generazione.

La riflessione aiuta anche l’accettazione.

Quando, durante il Covid, c’è stata la necessità di ricorrere ai vaccini a mRNA, un’innovazione importante nel campo della prevenzione, abbiamo assistito a molte reazioni negative. E le istituzioni italiane, ma non solo, si sono dimostrare impreparate nel gestire adeguatamente la comunicazione, le campagne vaccinali, e il dialogo con chi seminava dubbi».

A proposito di vaccina a mRNA, in ambito Life Science oggi quali sono le innovazioni più promettenti?

«Sono notevoli i progressi che stiamo facendo nel campo dell’immunoterapia dei tumori: tra anticorpi monoclonali e CAR-T cell, cioè immunità cellulo-mediata, stiamo osservando risultati molto promettenti e, in alcuni casi, anche se limitati per ora, di remissione totale della malattia laddove non c’era finora una terapia. Altri risultati molto promettenti li stiamo osservando nel campo della medicina di precisione, sia in ambito diagnostico sia terapeutico. Ormai sappiamo che non tutte le persone rispondono allo stesso modo alla stessa molecola, per cui le terapie personalizzate in futuro potranno fare davvero la differenza nella salvaguardia della salute.

Ma sia medicina di precisione che immunoterapia hanno costi importanti, quindi è necessario riflettere adeguatamente su come gestire queste transizioni».

A proposito di innovazione in campo biomedico, lei non poche volte ha sottolineato il “paradosso italiano”: siamo ai primissimi posti nel mondo per l’alta produttività scientifica in questo campo, ma la comunità scientifica italiana non è ancora adeguatamente e capillarmente pronta a valorizzare i risultati del proprio lavoro. Come formare una nuova generazione di innovatori?

«Il trasferimento tecnologico è un tema chiave e una leva fondamentale per promuovere l’innovazione. Al Centro per l’Innovazione e il Trasferimento Tecnologico dell’Human Technopole organizziamo diverse attività al fine favorire il trasferimento tecnologico nelle scienze della vita. Attività di formazione, workshop motivazionali, corsi intensivi e incontri sulle tecnologie più promettenti.

L’anno scorso, per esempio, all’Auditorium Galeazzi del Mind, abbiamo coinvolto 400 giovani ricercatori per confrontarci sugli ambiti più promettenti nel settore della medicina traslazionale, con focus in particolare su tecnologie a mRNA, medicina di precisione, organoidi e intelligenza artificiale.

Ora abbiamo appena pubblicato la call per partecipare, a ottobre, a 4 giorni di formazione intensiva finalizzata all’acquisizione di competenze per la valorizzazione dei risultati della ricerca, dell’innovazione e dei processi di trasferimento tecnologico nelle scienze della vita; corso che organizziamo insieme a Netval (Network for Research Valorisation) e University School for Advanced Studies di Pavia.

E stiamo lavorando al fine di promuovere forme di collaborazione tra pubblico e privato, in particolare nel campo della ricerca collaborativa pre-competitiva, ispirandoci ad alcuni modelli già consolidati in Europa, come l’Open Target a Cambridge e il Lead Discovery Center promosso dal Max Planck Institute. Stiamo lavorando per capire se c’è spazio anche in Italia per avviare forme di ricerca collaborativa finanziata dalle aziende e finalizzata in laboratori pubblici.

Perché uno dei grossi limiti, forse il principale, al trasferimento tecnologico dei risultati dell’attività di ricerca dai laboratori pubblici al mercato in Italia è la burocrazia: la normativa italiana è particolarmente farraginosa e difensiva e non favorisce la messa a terra dell’innovazione. Basti pensare che una struttura pubblica non può individuare direttamente un soggetto a cui concedere in licenza un brevetto, ma deve ricorrere a una procedura di evidenza pubblica che non sempre è compatibile con i tempi e le dinamiche di mercato. A settembre scorso è stata approvata una riforma, voluta dall’Europa, del nostro Codice di Proprietà Industriale. È stata l’occasione per superare il cosiddetto Professor Privilege e oggi la proprietà intellettuale è riconosciuta all’istituzione di ricerca e non allo scopritore. Ma bisogna andare oltre e capire come accelerare il trasferimento tecnologico».

Ce la faremo?

«Dobbiamo augurarcelo e lavorare in tal senso. Abbiamo assistito negli ultimi anni a una significativa attività di finanziamento e riconoscimento dell’importanza del trasferimento tecnologico: si pensi a Enea Tech e Biomedical e alla sua importante dotazione, all’attività di CDP Venture Capital e alle iniziative di Human Technopole o dell’Istituto Italiano di Tecnologia. Queste realtà ricadono nell’ambito della Pubblica Amministrazione, quindi nell’ambito del Codice dei Contratti e del Codice degli Appalti. In pratica, devono non infrangere le norme che valgono per i lavori stradali. L’innovazione però, per poter correre, deve essere più libera. Quindi non basta stanziare finanziamenti, bisogna cambiare la normativa in modo da riuscire a liberare l’energia che la nostra ricerca pubblica produce».

Keypoints

  • Fabio Terragni è membro del Comitato di Gestione del management board di Human Technopole, con delega al trasferimento tecnologico
  • L’innovazione è da sempre al centro del suo percorso professionale
  • All’Human Technopole organizzano diverse attività al fine favorire il trasferimento tecnologico nelle scienze della vita. Attività di formazione, workshop motivazionali, corsi intensivi e incontri sulle tecnologie più promettenti
  • Stanno lavorando per capire se c’è spazio anche in Italia per forme di ricerca collaborativa finanziata dalle aziende e finalizzata in laboratori pubblici sul modello dell’Open Target di Cambdrige e del Lead Discovery Center promosso dal Max Planck Institute
  • L’innovazione tecnologica è da sempre il driver del cambiamento mondiale, in Italia dobbiamo capire come indirizzare al meglio energie e risorse affinché le idee migliori possano trasformarsi in tecnologie capaci di traghettare lo sviluppo della nostra società con benefici per tutti
  • La burocrazia italiana non favorisce la messa a terra dell’innovazione
  • Secondo Terragni non basta stanziare finanziamenti, bisogna cambiare la normativa in modo da riuscire a liberare l’energia che la nostra ricerca pubblica produce

Ti è piaciuto questo articolo?

Share

Registrati per commentare l’articolo

News

Raccolte

Articoli correlati