"L'Italia è (o non è) un Paese per l'innovazione nelle scienze della vita?", l'evento di lancio di INNLIFES

L’avventura italiana nelle Life science, i protagonisti dell’innovazione “in scena” per il futuro del Paese

di Valentina Arcovio
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Valentina Arcovio

Perché ne stiamo parlando
Si è tenuto lunedì 5 giugno a Milano l’evento di presentazione della nostra rivista INNLIFES, a cui hanno partecipato rappresentanti del mondo della ricerca, dell’impresa e delle istituzioni, che insieme hanno provato a rispondere a un’unica domanda: “L’Italia è (o non è) un Paese per l’innovazione nelle scienze della vita?”.

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“Sì, ma…” questo è in sostanza l’incipit comune con cui alcuni dei protagonisti italiani del mondo innovazione nelle Life science – accademici, imprenditori, investitori, istituzioni – hanno provato a rispondere alla complicatissima domanda “L’Italia è (o non è) un Paese per l’innovazione nelle scienze della vita?”, l’emblematico titolo scelto per l’evento di presentazione della nostra nuova rivista INNLIFES, che si è tenuto lunedì 5 giugno a Milano nella suggestiva cornice del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia. Gli interventi, ricchi di dati e informazioni inedite, ci hanno restituito una serie di fotogrammi delle moltissime sfaccettature delle Life science in Italia, un settore in crescita che però continua a fare fatica a posizionarsi in un mercato in continua evoluzione. A fare da Cicerone in questo intricato viaggio nell’innovazione nelle scienze della vita è stata la direttrice editoriale di INNLIFES, Angelica Giambelluca. “Non è facile raccontare la complessità dell’innovazione in Life science, ma proveremo a farlo in modo costruttivo dando voce a tutti i protagonisti, dai ricercatori agli imprenditori, passando per i rappresentanti delle istituzioni, di medici e pazienti”, sottolinea. È una sfida che non spaventa affatto neanche Elena Paola Lanati, CEO di Indicon ed editrice di INNLIFES. “La rivista nasce per connettere attori che spesso neppure si conoscono, per generare un punto di riferimento che aiuti le start up a capire come trovare finanziamenti e come fare ricerca in Italia, e aiuti chi finanzia a investire nelle migliori”, spiega.

Venture capital per 2 miliardi per le start up del life science

Che il settore delle scienze della vita in Italia sia in questo momento in gran fermento è evidente già da alcuni dati. Dal 2021 a oggi sono 603 le nuove start up dell’ecosistema italiano delle Life science nate, 48 delle quali nel primo trimestre dell’anno in corso, destinatarie di quasi 2 miliardi di investimenti diretti. Complice la forte spinta che la pandemia ha impresso alla sanità digitale da due anni a questa parte, il settore delle scienze della vita è oggi al centro della continua innovazione tecnologica del comparto sanitario, in particolare a livello di produzione grazie alla presenza di imprese innovative. L’area del Biotech è la più presidiata, con 227 iniziative; seguono le nuove start up dell’area Med Tech, che sono 168, quindi le 112 iniziative in Digital Health le 96 di servizi di Life science. Numeri che non lasciano indifferenti le istituzioni che, seppur in ritardo, hanno iniziato a muovere le prime pedine. “Stiamo lavorando alla specifica missione di modernizzare le strutture pubbliche sanitarie, far avanzare la medicina digitale e migliorare le terapie digitali”, ha annunciato, in apertura dei lavori, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega all’Innovazione, Alessio Butti. Suggestioni positive arrivano anche dall’On. Giulia Pastorella della IX Commissione alla Camera dei deputati e membro dell’Intergruppo parlamentare per l’Innovazione. Dopo aver ammesso palesemente che lo stesso Intergruppo parlamentare ha toccato poco o per niente i temi dell’innovazione e delle Life science, si congratula per il lancio della nuova rivista. “Il ruolo fondamentale di iniziative come INNLIFES – dice – è quello di riuscire a proiettare un’immagine positiva dell’innovazione italiana ai cervelli stranieri per attrarli nel nostro paese”.

L'intervento dell'On. Giulia Pastorella durante "L'Italia è (o non è) un Paese per l'innovazione nelle scienze della vita?", l'evento di lancio di INNLIFES

Bisogna sviluppare specifiche competenze per intercettare l’innovazione

Il primo panel dell’evento si è focalizzato sugli obiettivi della ricerca clinica e sulla necessità che questi coincidano con i reali bisogni di salute. Ricerca e bisogni reali non sempre camminano insieme, come testimonia nel suo intervento Francesca Fedeli, Presidente FightTheStroke Foundation, fondazione che supporta la causa dei giovani sopravvissuti all’ictus e con paralisi cerebrale infantile. “L’apporto della ricerca e dell’innovazione negli ultimi 10 anni è stato basso”, dice. “Non si tratta solo di creare un farmaco – specifica Fedeli – ma di apportare un cambiamento nelle pratiche riabilitative nel contesto di cura e di presa in carico dei pazienti. È importante mettere a tavolino i pazienti e i caregiver, ristabilire le simmetrie e ripartire dall’analisi dei bisogni”. Si è concentrato sull’importanza delle competenze l’intervento di Francesca Pasinelli, Direttore Generale della Fondazione Telethon. “Per riuscire ad attrarre investimenti per lo sviluppo di nuove terapie è fondamentale intercettare, soprattutto nella ricerca accademica, ogni ‘embrione’ di innovazione che lasci intravedere una possibilità di sviluppo, anche in una fase preliminare”, sottolinea. “Per fare questo è necessario che l’accademia si doti di competenze adeguate – continua – per intercettare l’innovazione, accompagnare il ricercatore nel percorso di sviluppo, proteggere la proprietà intellettuale e governare il trasferimento tecnologico. Competenze che vanno cercate sul mercato e che non sono attualmente premiate dai sistemi di reclutamento delle università, almeno per come sono strutturati oggi”. Concorda su tutta la linea Armando Genazzani, membro del Comitato per i medicinali a uso umano (CHMP) dell’European Medicines Agency (EMA). “C’è tanto da fare”, sottolinea. “Ma l’Italia può mettersi nelle condizioni di sfruttare le competenze e le capacità, ma non sono sicuro che ci stiamo preparando attivamente a fare tutto questo”, aggiunge.

"A cosa serve la ricerca clinica, tra afflato accademico e necessità di soddisfare reali bisogni di salute", primo panel di "L'Italia è (o non è) un Paese per l'innovazione nelle scienze della vita?" con Francesca Fedeli, Francesca Pasinelli e Armando Genazzani

Verona: “Stiamo vivendo la Quarta Rivoluzione Industriale”

Di certo c’è che stiamo attraversando, a livello globale, un periodo di grandissimo cambiamento. “Stiamo vivendo anni straordinariamente complessi e straordinariamente importanti”, conferma Gianmario Verona Presidente del Consiglio di Sorveglianza della Fondazione Human Technopole. “Stiamo vivendo un paradigma di cambiamento che in economia chiamiamo ‘Quarta Rivoluzione Industriale’. È dunque fondamentale capire il punto di atterraggio delle scienze della vita”, aggiunge. In che direzione l’innovazione nelle scienze della vita sta andando sembra piuttosto chiara agli addetti ai lavori. “Tutto oggi si muove in funzione della medicina preventiva e personalizzata, che cambia le logiche dell’innovazione in funzione della capacità di gestire le quantità di dati disponibili”, spiega Verona. “Si tratta di fare non più un solo prodotto per tanti, ma tanti prodotti per ciascuno”, aggiunge.

L'intervento di Gianmario Verona durante "L'Italia è (o non è) un Paese per l'innovazione nelle scienze della vita?", l'evento di lancio di INNLIFES

Il settore farmaceutico italiano è il primo per intensità di R&D sia in Europa che nel mondo

La dimensione dell’opportunità rappresentata dallo sviluppo delle Life science, dalle quali nascono nuovi farmaci e terapie avanzate per combattere le malattie e migliorare la qualità della vita delle persone, viene dai numeri del settore farmaceutico, che in Europa e nel mondo è il primo per intensità di R&D, raggiungendo nel 2021 il 16,6% (pari a oltre 200miliardi di dollari) degli investimenti in rapporto al fatturato. Nel solo comparto Biotech, non a caso quello che annovera anche il maggior numero di start up, gli analisti prevedono a livello globale una crescita di tre volte entro i prossimi anni, passando dai 223 miliardi di euro del 2020 alla proiezione di 731 miliardi di euro nel 2028. Durante la pandemia, il settore Life science ha acquistato ulteriore rilevanza e ampiezza, facendo crescere gli investimenti in Digital Health per il 92% delle aziende italiane della farmaceutica. Ma l’Italia del farmaco, pur continuando ad essere leader d’Europa per produttività, con oltre 34 miliardi di euro di valore della produzione, davanti a Germania (32,4 miliardi di euro) e Regno Unito (25,3 miliardi di euro), resta indietro per attrazione di investimenti in R&D rispetto ai principali partner. Ad oggi (dati EPPIA), è ferma al 4% del totale come investimenti innovativi in ricerca e sviluppo dell’industria farmaceutica in Europa, mentre la Germania ha il 20%, il Regno Unito il 14%, la Francia l’11%.

Il nodo del trasferimento tecnologico e dell’incapacità di mettere a sistema le potenzialità

Tuttavia, rimane da risolvere il problema del trasferimento tecnologico, che è stato al centro del secondo panel dell’evento. “In Italia c’è questo paradosso: altissima scienza e grandissimo capitale umano ma il venture capital investe ancora poco”, dice Claudia Pingue, responsabile Technology Transfer di CDP Venture Capital Sgr. “Siamo settimi in Europa per numero di capitali investiti nel settore delle scienza della vita, dietro Germania, Francia e Inghilterra”, aggiunge. “Incubatori e acceleratori – aggiunge Giorgio Ciron, direttore di InnovUp – hanno un ruolo fondamentale soprattutto nelle prime fasi di vita delle start up. In Italia ci sono circa 250 incubatori e acceleratori e ce ne sono diversi specializzati in questo settore. Un’altra caratteristica che hanno è quello di essere sui territori e questo, secondo la logica di prossimità, permette loro di collaborare con università situate in territori periferici che sono le stesse da dove nascono le vere innovazioni”. Ma questo non basta. “Abbiamo un paese che ha delle potenzialità – sottolinea Davide Ederle, Vicepresidente del Cluster Nazionale Scienze della Vita ALISEI – ma che non riesce a farle dialogare in modo positivo, ma tende a farlo in modo oppositivo. Ciascuno difende il proprio territorio e non riesce a metterlo a sistema per fare ecosistema”.

Il secondo panel di "L'Italia è (o non è) un Paese per l'innovazione nelle scienze della vita?", l'evento di lancio di INNLIFES, con Claudia Pingue, Giorgio Ciron e Davide Ederle

Locatelli: “È necessario ottimizzare i processi della ‘Digital Health’”

L’intervento di Paolo Locatelli, responsabile scientifico dell’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano, si è focalizzato sulla “Digital Health” nel pubblico. “In questo momento, dal punto di vista della ‘Digital Health’, possiamo dire che le tecnologie le abbiamo – dice – si tratta solo di diffonderle. Per ottenere una reale trasformazione digitale la sfida è quindi più organizzativa e si gioca sulla capacità di fare evolvere i processi”. Le tecnologie informatiche, l’intelligenza artificiale, la digitalizzazione, secondo Locatelli, vanno innervate nel sistema Life science “a partire dalla costruzione dei processi, da riprogettare in funzione dei nuovi strumenti, per poterne implementare al massimo le potenzialità”.

L'intervento di Paolo Locatelli durante "L'Italia è (o non è) un Paese per l'innovazione nelle scienze della vita?", l'evento di lancio di INNLIFES

Telemedicina, IA e terapie digitali: un’opportunità per il Servizio Sanitario Nazionale

Il terzo panel invece è stato dedicato alla telemedicina, all’Intelligenza artificiale e alle terapie digitali e su cosa si può o meno realizzare in concreto in Italia. “Oggi nella telemedicina – afferma Sergio Pillon, Vicepresidente e responsabile delle relazioni istituzionali dell’Associazione Italiana della Sanità Digitale e Telemedicina (AiSDeT) – manca l’elemento ‘pratico’: ad esempio, in Italia le aziende sanitarie possono fare la televisita, ma il medico non può fare il certificato telematico di malattia. Mancano delle norme che costringono le regioni ad avere la ricetta bianca telematica”. Per Laura Cappello, avvocato e docente in diritto delle nuove tecnologie, quello che “possiamo considerare dirompente nel settore sanitario, e non solo, sono la blockchain e l’Intelligenza artificiale. Sono due tecnologie molto differenti, ma che possono lavorare insieme meravigliosamente”. Si è concentrato, invece, sulle terapie digitali l’intervento di Massimo Beccaria, coordinatore per AFI del gruppo di salute digitale. “L’Italia con la sua sanità pubblica fa fatica. Il nostro paese – continua Beccaria – non ha scelto di essere leader ma un follower in Europa. Abbiamo alcune terapie digitali in sperimentazione, quello che manca sono le istituzioni”. Eppure, le terapie digitali potrebbero essere determinanti sia per la salute dei cittadini sia per quella del nostro Servizio Sanitario Nazionale. “Il digitale – sottolinea Pillon – è una terapia per il Sistema Sanitario Nazionale ammalato. Per un sistema sanitario malato nella tempesta perfetta, perché mancano gli operatori sanitari (medici, infermieri, ecc.), vogliamo una cura che è il digitale e farmaci che sono i dati”.

Laura Cappello, Massimo Beccaria e Sergio Pillon ospiti del terzo panel di "L'Italia è (o non è) un Paese per l'innovazione nelle scienze della vita?", l'evento di lancio di INNLIFES

Tamburi: “La moltiplicazione di incubatori non agevola la crescita”

Se le aziende italiane siano in grado o meno di attrarre investimenti ne ha parlato un investitore di primo piano, come Giovanni Tamburi, Presidente e Amministratore Delegato di TIP, che ha diversificato nelle startup attraverso Digital Magics. “Le aziende italiane devono imparare a fare sistema”, dice senza mezzi termini. “La moltiplicazione di incubatori, emanazioni di università e istituzioni locali, ripropone l’eccessiva frammentazione che caratterizza il mondo delle imprese e non agevola la crescita e il trasferimento delle idee e delle ricerche verso lo sviluppo per l’applicazione su scala industriale”, aggiunge. Tuttavia, secondo Tamburi, le nostre imprese hanno ottime potenzialità. “L’Italia si è ripresa nel post-Covid meglio e prima di tutta l’Europa. Questo grazie alla creatività e alla flessibilità – sottolinea – dell’imprenditore italiano. L’azienda italiana, pur avendo diversi limiti, come le piccole dimensioni, ha dei valori unici che rendono i nostri imprenditori più bravi”.

L'intervento di Giovanni Tamburi durante "L'Italia è (o non è) un Paese per l'innovazione nelle scienze della vita?", l'evento di lancio di INNLIFES

L’Italia deve imparare a fare e ad attrarre investimenti

Infine, il quarto e ultimo panel della giornata è stato dedicato agli investitori del mondo del Life science. “L’Italia è in crescita, ma quando si tratta di investimenti in innovazione è molto, molto, molto indietro rispetto agli altri paesi”, evidenzia Francesco Cerruti, Direttore Generale dell’Italian Tech Alliance. “Il 2022 è stato un anno record per investimenti raccolti da start up e pmi innovative in Italia: sono stati investiti 1,850 miliardi di euro. Un numero – continua – che può sembrare interessante, ma non lo è se confrontato con i circa 6 miliardi raccolti dalle start up spagnole e i 13 miliardi raccolti dalle start up francesi. Questo ci dice che c’è un grosso ritardo. Nell’Unione Europea siamo al nono o decimo posto per quanto riguarda gli investimenti in start up. C’è però attualmente un percorso di crescita relativa che sta dando grande fiducia per il prossimo futuro. Il confronto degli investimenti raccolti tra il 2021 e il 2022 vede un segno positivo, +48%”. Per Giancarlo Rocchietti, Presidente del Club degli Investitori, la questione non riguarda tanto le risorse a disposizione. “Il problema dell’Italia non sono i soldi – dice – ma la nascita di nuovi imprenditori. Se tu sei ricercatore puoi diventare imprenditore. L’obiettivo del Club è aiutare i giovani imprenditori, che siano ricercatori o meno. Negli ultimi anni abbiamo investito 60-70 milioni di euro e abbiamo in programma di investire 100 milioni nei prossimi 5 anni. Il Life science è stato il 25% dei nostri investimenti, gli ultimi 6 mesi sono il 40% delle start up in cui investiamo. Ma la maggioranza delle start up su cui investiamo sono founder italiani che vivono all’estero”. L’intervento di Veronica Vecchi, Direttrice scientifica dell’Osservatorio Masan del Cergas di SDA Bocconi e Professor of Practice of Government, Health and Not for Profit della Bocconi, si è focalizzato sul ruolo della pubblica amministrazione come investitore diretto in innovazione. “In Italia, un paese dove c’è un Servizio Sanitario Nazionale, e quindi dove la sanità viene acquistata dal pubblico – spiega – la pubblica amministrazione dovrebbe essere in grado di acquistare tecnologie e soluzioni più innovative e dedicare una parte del proprio procurement per stimolare un mercato per queste start up. Purtroppo, le nostre pubbliche amministrazioni non sono pronte per acquistare prodotti innovativi. Il problema non sono le regole, ma le competenze e la mancanza di una visione strategica”.

Il quarto panel di "L'Italia è (o non è) un Paese per l'innovazione nelle scienze della vita?", con Veronica Vecchi, Francesco Cerruti e Giancarlo Rocchietti

L’evento del 5 giugno è stato qualcosa di più della semplice presentazione della rivista INNLIFES. Tantissimi, infatti, sono stati gli spunti e i punti di vista emersi, che hanno fatto un po’ di chiarezza nel complesso mondo dell’innovazione in Life science. Ma non è stato altro che il prologo di una lunghissima narrazione, quella dell’avventura italiana nel mondo delle scienze della vita. Ed è proprio questa la vera sfida di INNLIFES: raccontare questa avventura e i suoi protagonisti passo dopo passo, seguendo la sua evoluzione nella speranza di stimolare il dibattito, e perché no, anche la crescita del settore dell’innovazione in Italia.

Keypoints

  • Ricerca e bisogni reali non sempre camminano insieme
  • È necessario che l’accademia si doti di competenze adeguate per intercettare l’innovazione, accompagnare il ricercatore nel percorso di sviluppo
  • Stiamo vivendo un paradigma di cambiamento che in economia si chiama “Quarta Rivoluzione Industriale”
  • Siamo settimi in Europa per numero di capitali investiti nel settore delle scienze della vita
  • Incubatori e acceleratori hanno un ruolo fondamentale soprattutto nelle prime fasi di vita delle start up
  • In Italia ci sono circa 250 incubatori e acceleratori
  • Per ottenere una reale trasformazione digitale della salute è necessario ottimizzare i processi
  • Mancano delle norme che costringano le regioni ad avere la ricetta bianca telematica
  • Blockchain e l’Intelligenza artificiale sono tecnologie dirompenti per il settore sanitario
  • Il nostro paese non ha scelto di essere leader delle terapie digitali in Europa, ma solo un follower
  • Le terapie digitali potrebbero essere determinanti sia per la salute dei cittadini che per quella del nostro SSN
  • La moltiplicazione di incubatori non agevola il trasferimento delle ricerche verso lo sviluppo industriale
  • Il 2022 è stato un anno record per investimenti raccolti da start up e pmi innovative in Italia
  • Nell’Unione Europea siamo al nono o decimo posto per quanto riguarda gli investimenti in start up
  • Il problema dell’Italia riguarda la nascita di nuovi imprenditori
  • La pubblica amministrazione dovrebbe essere in grado di acquistare tecnologie e soluzioni più innovative
  • Il settore farmaceutico italiano è il primo per intensità di R&D sia in Europa che nel mondo
  • Durante la pandemia sono aumentati gli investimenti in Digital Health per il 92% delle aziende italiane della farmaceutica

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