Migrazione sanitaria: 5,15 miliardi per le cure fuori regioni. I dati della Fondazione Gimbe

Migrazione sanitaria: 5,15 miliardi per le cure fuori regioni. I dati della Fondazione Gimbe

di La Redazione
Immagine di La Redazione

La Redazione

Perché ne stiamo parlando
La mobilità sanitaria è un fenomeno dalle enormi implicazioni sanitarie, sociali, etiche ed economiche, che riflette le grandi diseguaglianze tra le varie regioni, in particolare tra Nord e Sud. La Fondazione Gimbe restituisce la fotografia del fenomeno: il commento di Nino Cartabellotta.

Getting your Trinity Audio player ready...

«La migrazione sanitaria tra regioni è tra gli indicatori più sensibili delle diseguaglianze del Servizio sanitario nazionale: rileva dove i cittadini trovano risposte adeguate e dove, invece, sono costretti a spostarsi per curarsi». Così il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, ha presentato i dati del nuovo Report sulla mobilità sanitaria  (relativa al 2023), che evidenzia criticità strutturali nel sistema italiano. Dati che confermano che in Italia il diritto alla salute è condizionato dal luogo di residenza: rivelano infatti un divario economico record tra le regioni del Nord, che attraggono risorse e pazienti, e quelle del Mezzogiorno, costrette a finanziare le cure dei propri cittadini altrove.

«Questa asimmetria riflette la debolezza del Sud nell’erogazione dei Livelli essenziali di assistenza (LEA), una condizione che si è stratificata negli anni a causa di fattori quali la riforma del Titolo V e l’inefficacia dei piani di rientro. Esiste infatti una correlazione diretta tra i punteggi LEA di una regione e il suo saldo di mobilità: i pazienti fuggono dove la sanità pubblica è più debole».

Un record da oltre cinque miliardi

Nel 2023 la mobilità sanitaria interregionale in Italia ha raggiunto la cifra di 5,15 miliardi di euro. Si tratta del valore più alto mai registrato, con un aumento del 2,3% rispetto all’anno precedente, che evidenzia come in Italia la sanità corra a due velocità, con un enorme flusso di risorse economiche in uscita dal Mezzogiorno verso il Nord e di persone che si spostano per le cure.

«Questi numeri – ribadisce Cartabellotta – indicano che la mobilità sanitaria è sempre meno una scelta e sempre più una necessità. Quando miliardi di euro e centinaia di migliaia di pazienti convergono verso poche regioni, significa che l’offerta dei servizi non è omogenea e che il diritto alla tutela della salute non è garantito in maniera equa su tutto il territorio nazionale e richiede spostamenti che hanno anche un rilevante impatto economico sui bilanci delle famiglie».

L’analisi dei saldi regionali mostra che Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto concentrano il 95,1% del saldo attivo nazionale. Queste regioni incassano cioè risorse per curare pazienti provenienti da altri territori in misura superiore rispetto a quanto pagano per i propri residenti curati altrove. Al contrario, Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Lazio e Sardegna pagano il prezzo più alto, accumulando il 78,2% del saldo passivo totale. Cartabellotta afferma in proposito che «non siamo più di fronte a semplici differenze regionali, ma a un divario strutturale che nel tempo si è consolidato».

In merito al Lazio, però, che presenta un saldo negativo rilevante nonostante la presenza di policlinici importanti, chiarisce che il dato è influenzato da un fattore contabile: «molti residenti peer esempio si curano all’Ospedale Bambino Gesù, ma poiché la struttura appartiene alla Città del Vaticano, le prestazioni vengono contabilizzate come mobilità passiva verso un altro Stato, distorcendo il reale valore geografico degli spostamenti dei cittadini laziali».

Le risorse alla sanità privata

Nel panorama della mobilità sanitaria interregionale, il settore privato convenzionato riveste un ruolo predominante dal punto di vista economico. Nel 2023, oltre un euro su due speso per ricoveri e prestazioni specialistiche erogate a pazienti fuori regione è stato incassato da strutture private: 1,966 miliardi di euro, pari al 54,5% del totale, superando la quota di 1,643 miliardi di euro destinata alle strutture pubbliche. 

L’influenza del privato sulla mobilità dei pazienti non è uniforme su tutto il territorio nazionale, ma è legata alla presenza di centri specializzati. «Dipende dall’offerta e dalle capacità attrattive di strutture private d’eccellenza» evidenzia Cartabellotta. La scelta dei pazienti di spostarsi per curarsi è quindi direttamente influenzata dalla localizzazione geografica di queste strutture di alto livello.

In alcune regioni, le strutture private assorbono la quasi totalità della mobilità attiva, come accade in Molise con il 90,2% e in Lombardia con il 71,1%. Anche in Puglia e nel Lazio il privato convenzionato gestisce una quota rilevante dell’attrazione di pazienti, rispettivamente con il 68,9% e il 63,8%. In altre zone del Paese, invece, la capacità di attrarre pazienti attraverso il privato rimane molto bassa: scende per esempio sotto il 10% nella Provincia autonoma di Bolzano (9,1%) e in Basilicata (7,2%)

Dalla mobilità di prossimità alla fuga forzata

La mobilità non riguarda solo gli spostamenti dal Sud al Nord. Esiste infatti una mobilità di prossimità tra regioni confinanti del Nord che dispongono di servizi di alta qualità.

Secondo i dati Agenas, come indicato nel report Gimbe, l’80,4% della mobilità per ricoveri è classificato come effettiva (pari a 2.311 milioni di euro), dipende cioè dalla scelta del paziente. E in questo contesto, l’offerta del privato convenzionato agisce come un catalizzatore per gli spostamenti. Il 16,7% (pari a 480 milioni) è invece legato a prestazioni urgenti e il 3% (85 milioni) riguarda casi in cui il domicilio del paziente non coincide con la regione di residenza (mobilità apparente). In questo caso, quindi, lo spostamento non è determinato da una scelta del paziente legata alla qualità delle cure o da una necessità clinica, ma da una discrepanza tra i dati anagrafici e l’effettivo luogo in cui vive.

Per quanto riguarda la specialistica ambulatoriale erogata in mobilità, i dati indicano che quasi il 93% delle prestazioni si concentra in attività terapeutiche (33,1%), diagnostica strumentale (31,5%) e prove di laboratorio (28%).

Tutelare il diritto alla salute, difendere il SSN

Il divario reale tra le diverse aree del Paese potrebbe essere, secondo Gimbe, ancora più ampio di quanto indicato dai flussi economici. I dati attuali riguardano principalmente i ricoveri ospedalieri e la specialistica, senza considerare pienamente le differenze nell’assistenza territoriale e socio-sanitaria. Cartabellotta ricorda allora che il diritto alla tutela della salute – che non può dipendere dal codice di avviamento postale e dal reddito – e il carattere pubblico e universale del servizio sanitario sono assolutamente da difendere. «Il SSN è un pilastro della democrazia e strumento di coesione sociale». Oltre che una leva di sviluppo economico: «se la popolazione non è in salute, la crescita del Paese si riduce».

Keypoints

  • Nel 2023, la mobilità sanitaria interregionale in Italia ha raggiunto il valore record di 5,15 miliardi di euro
  • Si tratta di un flusso enorme di pazienti e risorse economiche in uscita dal Mezzogiorno verso Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, che si confermano le Regioni più attrattive
  • Il report della Fondazione Gimbe analizza mobilità attiva, passiva e saldi, utilizzando i flussi trasmessi dalle Regioni al Ministero della Salute per analizzare la differente capacità di attrazione delle strutture pubbliche e private per le differenti tipologie di prestazioni erogate in mobilità, e i dati Agenas su ricoveri e specialistica ambulatoriale

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Altri articoli

Iscriviti alla nostra newsletter

Rimani aggiornato su tutte le novitÃ