Telethon, come una biotech ma non profit: con due terapie già disponibili e otto in sviluppo sfida i limiti del mercato

Telethon, come una biotech ma non profit: con due terapie già disponibili e otto in sviluppo sfida i limiti del mercato

di Simona Regina
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Simona Regina

Perché lo abbiamo scelto
Garantire ai pazienti terapie geniche non sostenibili per l’industria: la pipeline di Fondazione Telethon racconta un modello non profit che integra ricerca, sviluppo e collaborazioni con aziende farmaceutiche, startup, donatori, pazienti e fondi d’investimento, per accelerare l’accesso alle cure e colmare un vuoto del mercato.

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«Se fossimo una biotech, non saremmo una piccola biotech: abbiamo due terapie sul mercato e una pipeline con otto programmi in sviluppo». Così Celeste Scotti, direttore Ricerca e Sviluppo di Fondazione Telethon, descrive la scala e l’ambizione dell’organizzazione non profit nata in Italia nel 1990 per finanziare la migliore ricerca biomedica per curare le malattie genetiche rare. Telethon è riuscita a portare due terapie geniche dai laboratori di ricerca all’approvazione regolatoria, «intervenendo dove il mercato non riesce ad arrivare, perché le malattie ultrarare non sono commercialmente sostenibili per le industrie farmaceutiche».

Le due terapie in questione sono Waskyra per la sindrome di Wiskott-Aldrich, approvata sia in Europa sia negli Stati Uniti, e Strimvelis per il trattamento dell’ADA-SCID: entrambe frutto di decenni di ricerca all’Istituto San Raffaele Telethon TIGET diretto da Luigi Naldini, pioniere nello sviluppo di terapie geniche che, oggi, stanno offrendo una prospettiva di cura a centinaia di pazienti con malattie genetiche rare.

«La nostra priorità è portare le terapie a disposizione di più pazienti possibili, il prima possibile» precisa Scotti, che dal 2023 guida la divisione R&S della fondazione e che, nel riconoscere il traguardo raggiunto, precisa: «Telethon è stata la prima organizzazione non profit a completare lo sviluppo di una terapia genica fino all’approvazione negli Stati Uniti. Ma non abbiamo fatto tutto da soli. Noi abbiamo completato l’iter approvativo, ma molti passaggi erano stati portati avanti dalle aziende che avevano avuto il prodotto in licenza: GSK prima e Orchard poi».

Che cosa contraddistingue il modello di sostenibilità della Fondazione Telethon?

«La nostra strategia è di sussidiarietà rispetto all’industria farmaceutica per colmare il gap nell’ambito delle malattie rare e ultrarare.

Siamo una non profit: il nostro obiettivo quindi non è il profitto e se generiamo ricavi li reinvestiamo in ricerca. Inoltre, siamo sostenuti dalle donazioni di cittadini, cittadine e aziende italiane: contrariamente a un’azienda, non dobbiamo quindi recuperare l’investimento fatto. Questo ci permette di occuparci di terapie che devono semplicemente essere sostenibili, per noi e per i sistemi sanitari, e di adoperarci al fine di mantenerle sul mercato, disponibili per i pazienti che ne hanno bisogno».

Tutto è iniziato nel 2023, quando Telethon si è fatta carico della produzione e della distribuzione in Europa della terapia genica per il trattamento dei “bimbi bolla” per evitarne il ritiro dal mercato?

«Sì, il 2023 è stato l’anno spartiacque: abbiamo deciso di farci carico delle terapie sviluppate al TIGET perché era impensabile che rimanessero in un cassetto. Uso il plurale, perché oltre alla terapia per l’ADA-SCID, che già era sul mercato, avevamo sviluppato quella per la sindrome di Wiskott-Aldrich, per la quale mancava l’ultimo passo verso l’approvazione – che poi abbiamo fatto, potendo nel frattempo trattare molti pazienti in Italia attraverso la legge 648 di early access che consente di poter somministrare ai pazienti terapie in fase avanzata di approvazione. Ed era in fase 2b di sviluppo la terapia per la beta talassemia, in collaborazione con l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù».

Insomma, il vostro modello ha garantito l’accesso a quelle terapie avanzate su cui l’industria ha fatto marcia indietro perché impossibile vedere adeguatamente remunerato l’investimento fatto per il loro sviluppo. Ma perché le terapie geniche per le malattie rare non sono sostenibili per le pharma?

«È una questione di numeri che rendono difficile lo sviluppo di terapie per ciascuna malattia. Anche se nel complesso le malattie rare e ultrarare riguardano molte persone, c’è un problema di magnitudine. In particolare i pazienti per singola malattia ultrarara sono pochissimi, quindi non è possibile applicare economie di scala. A fronte di costi fissi importanti, il numero esiguo di pazienti non consente un ritorno soddisfacente dell’investimento».

Nel modello Telethon, come vengono sostenuti e suddivisi i costi?

«Dipende dal programma. Negli anni abbiamo avuto diverse collaborazioni con aziende e fondi di investimento. Abbiamo dato in licenza alcune terapie, come inizialmente per l’ADA-SCID e la Wiskott-Aldrich; abbiamo concesso opzioni sui programmi e attratto finanziamenti, che hanno portato anche alla creazione di startup che stanno portando avanti le terapie. Inoltre, i nostri ricercatori e le nostre ricercatrici attraggono fondi, italiani, europei e internazionali. Sono modi diversi per moltiplicare la nostra attività e contribuire allo sviluppo delle terapie: altrimenti sarebbe impossibile».

Qual è il vostro rapporto con le startup e quale con le associazioni dei pazienti?

«Supportiamo i ricercatori durante tutto il processo di relazione con potenziali investitori e fondi di investimento, dalla nascita alla crescita delle startup, e manteniamo una collaborazione continua con quelle nate dalle pipeline dei nostri istituti. Per quanto riguarda le associazioni dei pazienti, abbiamo un gruppo dedicato che gestisce e nutre le relazioni. Siamo in contatto costante con loro, dalle prime fasi della ricerca fino al protocollo clinico, per assicurarci che risponda non solo ai requisiti regolatori ma anche alle loro aspettative».

L’area che dirige è strutturata come una sorta di incubatore all’interno della fondazione: in che modo implementate molte delle tipiche funzioni dell’industria?

«Oggi nella divisione Ricerca e Sviluppo lavorano circa 50 persone tra dipendenti e consulenti. C’è chi si occupa della ricerca, della gestione dei finanziamenti ai nostri istituti, il TIGET di Milano e il TIGEM di Pozzuoli. Chi invece della parte di sviluppo, svolgendo quindi funzioni tipiche dell’industria biotech: business development, affari regolatori, qualità, project management, produzione, ecc. Sono competenze che ci permettono di gestire la nostra pipeline, ormai articolata, con programmi in sviluppo dall’ultima fase preclinica alla fase 2b».

Lei è arrivato in Telethon dopo essersi occupato dello sviluppo clinico di nuovi farmaci nell’industria farmaceutica. Qual è oggi il motore del suo lavoro?

«La nostra missione. Anche nelle aziende farmaceutiche si sviluppano terapie per i pazienti, ma noi ci occupiamo di quelle di cui altri non si occupano. Questo dà uno stimolo forte a tutto il team. Per portare le terapie ai pazienti c’è un grande lavoro di squadra. Con l’accademia: i nostri istituti sono il motore scientifico. C’è una collaborazione strettissima con i pazienti. E ci sono i donatori: senza di loro non esisteremmo. È la relazione tra questi tre attori che rende speciale lavorare in Telethon».

Tornando al costo dei farmaci rari, è necessario adottare nuovi sistemi di negoziazione dei prezzi per compensare, da un lato, i costi di investimento in ricerca e sviluppo e garantire, dall’altro, l’accessibilità?

«Trovo che l’enfasi sui prezzi delle terapie per malattie rare sia poco comprensibile. Il costo per paziente è alto, ma i pazienti sono pochissimi, quindi l’impatto complessivo sul sistema sanitario è minimo. Detto questo, ci sono diversi approcci per ridurne i costi e aumentarne l’accesso. Si può intervenire sui costi regolatori, per esempio riducendo quelli di sottomissione e revisione per le malattie ultrarare. Oppure sviluppare piattaforme tecnologiche condivise, per rendere più efficiente produzione e sviluppo.

Si possono prevedere modelli di rimborso diversi: abbonamenti con una quota fissa; prezzi dinamici, per cui una volta coperti i costi – dopo il trattamento dei primi pazienti – si può ridurre il prezzo; pagamenti dilazionati per spalmare i costi negli anni (approccio non gradito dai Paesi con grande debito pubblico); o pagamenti basati sui risultati. Sono tutte opzioni su cui si sta lavorando.

Nell’ottica di massimizzare l’accesso è importante però pensare a strategie favorevoli anche per i Paesi con minore capacità di rimborso: in Europa, infatti, l’approvazione del farmaco è unica ma la negoziazione del prezzo è nazionale e c’è una grossa eterogeneità nella capacità di rimborso».

Ma in definitiva, qual è la sfida principale oggi per portare le terapie ai pazienti?

«La sfida più grande è superare il collo di bottiglia della sperimentazione clinica. La scienza e la tecnologia avanzano velocemente e il limite non è scoprire una terapia, ma dimostrarne l’efficacia in trial clinici controllati: è un processo lungo e oneroso, che dura in media dieci anni con costi molto elevati. Servono allora modalità più agili per accelerare lo sviluppo, anche attraverso piattaforme terapeutiche. Perché il collo di bottiglia, oggi, si è spostato dalla fase di discovery a quella di sviluppo, ed è lì che vogliamo fare la differenza».

Keypoints

  • Fondazione Telethon è il nostro market player del mese: sviluppa terapie dove il mercato non investe.
  • Telethon ha già due terapie geniche approvate, per l’ADA-SCID e la sindrome di Wiskott-Aldrich.
  • La pipeline include inoltre otto programmi in diverse fasi di sviluppo.
  • Il modello di sostenibilità Telethon si basa sulle donazione e il reinvestimento in ricerca di eventuali ricavi.
  • L’obiettivo è portare le cure a più pazienti possibili più rapidamente possibile.

 

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