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Secondo la World Obesity Federation più di 1 miliardo di persone nel mondo convive con l’obesità e ogni anno i decessi prematuri per malattie non trasmissibili dovuti a sovrappeso e obesità sono 1,7 milioni. Entro il 2035 oltre la metà della popolazione globale potrebbe vivere in sovrappeso o con obesità, con un impatto economico stimato in 3,23 trilioni di dollari entro il 2030. I numeri più allarmanti riguardano bambini e adolescenti: circa 543 milioni sono obesi o in sovrappeso (dati 2025).
Sono solo alcuni numeri diffusi oggi, in occasione della Giornata mondiale dell’obesità, per sottolineare quanto sia urgente promuovere azioni concrete per la prevenzione e il trattamento.
8 miliardi di motivi per agire contro l’obesità
Lo slogan dell’edizione 2026 del World Obesity day, “8 Billion Reasons To Act on Obesity”, richiama l’attenzione sulla necessità di riconoscere l’obesità come malattia multifattoriale, rafforzare prevenzione e presa in carico, coinvolgere istituzioni, aziende e comunità, contrastare stigma e discriminazioni e promuovere una maggiore consapevolezza globale.
Se n’è discusso oggi a Roma in Senato e, durante l’incontro, è stata presentata la Carta di Erice sull’obesità.
Il Manifesto di Erice: cos’è e quali obiettivi si propone
Promossa dalla Società Italiana dell’Obesità (SIO) e sottoscritta da 84 esperti di società scientifiche e associazioni aderenti alla World Obesity Federation, la Carta di Erice costituisce una roadmap per affrontare la malattia in modo sistemico. Il documento si focalizza su diversi aspetti chiave, primo tra tutti il riconoscimento dell’obesità come malattia cronica, complessa e recidivante, con un forte impatto sanitario, sociale ed economico. Il documento propone anche un cambio di paradigma, superando la visione dell’obesità come responsabilità individuale e contrastando lo stigma. Tra i punti principali figurano il riconoscimento istituzionale della patologia, l’inclusione nei LEA, l’accesso equo alle terapie e la costruzione di percorsi assistenziali integrati.
«La soluzione non sta in un solo intervento: non basta l’attività fisica, non basta la dieta, non basta il farmaco. Serve un approccio integrato» ha ricordato Silvio Buscemi, presidente della SIO, evidenziando l’importanza di promuovere la presa in carico delle persone con obesità in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale e la prevenzione lungo tutto l’arco della vita, con il coinvolgimento delle associazioni dei pazienti e una comunicazione pubblica responsabile.
Italia, ultimo Paese al mondo per ore di ginnastica
Secondo l’Italian Barometer Obesity Report 2025, pubblicato da IBDO Foundation, l’11,8 per cento della popolazione adulta italiana soffre di obesità. Un trend in leggero aumento rispetto al 2022, che si attestava intorno all’11,4%, con un impatto più marcato nelle regioni meridionali e nelle aree economicamente più svantaggiate. Il 36,1 per cento degli adulti è in sovrappeso, ma il nodo critico resta l’obesità infantile, con circa il 19 % dei bambini di 8-9 anni in sovrappeso e il 9,8 % obeso.
«L’obesità è un’emergenza globale, che interessa fortemente anche il nostro Paese» ha puntualizzato Roberto Pella, presidente dell’Intergruppo parlamentare Obesità, diabete e malattie croniche non trasmissibili e primo firmatario della Legge 149 con disposizioni per la prevenzione e la cura dell’obesità, evidenziando altri dati che ha definito allarmanti. «Oggi abbiamo una popolazione adolescente che per il 25% fa attività fisica fino a 10 anni, che scende poi drasticamente, fino ad arrivare a un 6% per quelli con oltre 20 anni. Siamo l’ultimo Paese al mondo per ore di ginnastica. C’è la Francia con 108 ore e l’Italia con 13 ore».
«Riconoscere l’obesità come malattia e affrontarla come una priorità nazionale è il principale contenuto della legge che io ho proposto e che il Parlamento ha approvato in via definitiva lo scorso ottobre». Legge che secondo Pella sarà fondamentale per avviare iniziative di prevenzione.
Prevenzione a partire dai primi mille giorni di vita
Parola chiave dell’incontro: prevenzione. Che deve tradursi in strategie concrete che includano educazione alimentare, attività fisica e informazione. Un piano di prevenzione che passi per stile di vita, educazione e comunicazione può fare la differenza e investire in prevenzione – è stato ribadito nel corso dell’evento – è fondamentale anche dal punto di vista economico: il costo del non fare prevenzione rischia infatti di essere molto più elevato per il sistema sanitario.
«Dobbiamo agire in età sempre più precoce, perché il fenomeno dell’obesità sta aumentando tra i giovanissimi e intervenire nelle fasi più precoci rappresenta uno degli strumenti più efficaci per ridurre nel tempo l’impatto dell’obesità sulla salute pubblica» ha sottolineato la senatrice Elisa Pirro.
Il tema della prevenzione a partire dai primi mille giorni di vita è stato richiamato anche da Raffaella Buzzetti, presidente della Società Italiana di Diabetologia. «L’obesità e il diabete sono strettamente correlati e condividono fattori di rischio, determinanti sociali e conseguenze cliniche. Per questo è fondamentale un approccio integrato che rafforzi la prevenzione, favorisca la diagnosi precoce e garantisca percorsi terapeutici personalizzati e multidisciplinari. Solo attraverso una presa in carico strutturata e continuativa possiamo ridurre il peso delle complicanze e migliorare concretamente la qualità di vita delle persone».
E sempre sul fronte della prevenzione, il presidente del Consiglio superiore di sanità Alberto Siracusano ha ricordato come la salute mentale e gli stili di vita della madre possano influenzare anche il rischio metabolico nelle generazioni successive. «La salute mentale in gravidanza riguarda sia la madre sia il feto e la generazione futura. E la corretta alimentazione, l’obesità e il rischio di diabete sono aspetti che fanno parte di questo percorso di vita».
L’importanza dell’attività fisica
Quando si parla di prevenzione uno degli aspetti chiave è il ruolo dell’attività fisica. Ma non basta invitare le persone a “muoversi di più”: è necessario promuovere attività fisica strutturata, con programmi e percorsi adeguati. «Lo stiamo affrontando in questi giorni in commissione – ha spiegato Franco Zaffini, presidente X Commissione permanente del Senato –. Anche questa una sorta di rivoluzione e l’Italia è stato il primo Paese a legiferare a riguardo: abbiamo già messo l’esercizio fisico in Costituzione, ora puntiamo a renderlo “prescrivibile”. Stabilire che una parte dell’esercizio fisico adattato e strutturato su alcune patologie diventi quasi farmaco, a metà strada tra farmaco e prevenzione primaria, ha una serie di ricadute legate per esempio all’inserimento nei LEA, alla rimborsabilità, anche nelle polizze sanitarie…».
Il nesso tra obesità e crisi
Riconoscere l’obesità come malattia cronica è uno step importante per garantire accesso equo ed appropriato a tutte le possibilità di cura. «È fondamentale abolire la carta geografica delle differenze di prevalenza dell’obesità in funzione del reddito dei cittadini e garantire equità nelle cure» ha ribadito Angelo Avogaro, coordinatore dell’European Diabetes Forum in Italia, ricordando come le persone con obesità risultano particolarmente vulnerabili nei momenti di crisi sociale ed economica.
«Penso alle guerre, alla pandemia. Durante il Covid la presenza di obesità aveva azzerato completamente le differenze di età negli accessi alle unità di terapia intensiva coronarica: i giovani arrivavano alle unità di cure intensive come gli anziani».
Avogaro ha poi richiamato l’attenzione sul legame tra obesità e stress fisiologico. «La persona con obesità vive in uno stato perenne di stress, anche quando non c’è uno stress reale, con un’attivazione continua del sistema simpatico a causa del sovvertimento totale di quella che è la fisiologia del nostro neurotrasmettitore inibitore per l’eccellenza, il GABA».
Salute mentale: un legame spesso sottovalutato
Stress cronico, disturbi dell’umore e condizioni socioeconomiche difficili possono influenzare il comportamento alimentare e il rapporto con il cibo. Allo stesso tempo, l’obesità può diventare un fattore di rischio per isolamento sociale, stigma e disagio psicologico.
«Trascurare l’aspetto psicologico quando si parla di nutrizione – ha spiegato Siracusano – porta a un approccio fallimentare. Io sono uno psichiatra e non è un caso che per la prima volta ci sia uno psichiatra alla guida del Consiglio superiore di sanità. Quando ragioniamo su questi temi, dobbiamo costruire un’alleanza e compiere uno sforzo culturale per riuscire a fare dei programmi che integrino i diversi aspetti alla base di determinati tipi di disturbi. La salute mentale da questo punto di vista li ingloba tutti».
L’obesità, ha spiegato Siracusano, deve essere cioè letta all’interno di un quadro più ampio di determinanti sociali e ambientali. «Oggi l’obesità viene descritta come una sindemia, in cui entrano in gioco anche i cambiamenti climatici. Questo ci fa capire che le malattie non possono essere affrontate solo nella loro specificità, ma devono essere inserite in un contesto più ampio».
Da qui la necessità di una nuova cultura della salute. Il presidente del Consiglio superiore di sanità ha ricordato l’importanza del concetto di salutogenesi, cioè la promozione attiva del benessere. «Non dobbiamo pensare solo alla patogenesi, cioè a ciò che ammala, ma sviluppare ciò che fa stare bene: il wellbeing, la qualità della vita. Se una persona ha una buona salute mentale contribuisce allo sviluppo economico e sociale del Paese».
E per un maggior benessere delle persone con obesità, il contrasto allo stigma e alle discriminazioni è fondamentale. «Nel contrasto a questa malattia occorre un approccio multidisciplinare, di cui sia parte centrale, accanto alle politiche di prevenzione e agli interventi mirati su alimentazione e sport, anche la lotta allo stigma sociale e agli episodi di discriminazione verso chi ne è affetto» ha detto Giuseppe Fatati, presidente di Italian Obesity Network. Perché l’obesità non è solo una questione di volontà individuale, di scelte alimentari sbagliate, ma una condizione influenzata da fattori genetici, ambientali e sociali.
«È giunto il momento allora di mettere in atto soluzioni di politica sanitaria e di governance clinica che siano in grado di dare risposte concrete alle persone con obesità e soprattutto che coinvolgano e siano disponibili per l’intera popolazione, al fine di aumentare il supporto e diminuire le disuguaglianze di accesso alle cure sul territorio». Così Paolo Sbraccia, presidente IBDO Foundation.


