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Né perfetto, né infallibile, ma indispensabile. L’Indice di massa corporea (BMI) resta oggi l’unico strumento di screening rapido, universale e a costo zero che abbiamo. Nonostante in Italia solo il 17% dei pazienti abbia il dato in cartella clinica, in assenza di parametri migliori e ugualmente accessibili, non possiamo permetterci di mandarlo in pensione. Il rischio è di ritardare la diagnosi e il trattamento dei pazienti. È questo l’appello lanciato dalla Società Italiana dell’Obesità (SIO) dall’European Congress on Obesity (ECO2026), in corso a Istanbul.
«Oggi assistiamo a un paradosso pericoloso – ha dichiarato Silvio Buscemi, presidente SIO -. Da un lato la Lancet Commission propone criteri diagnostici basati sul danno d’organo che complicano e rallentano l’accesso ai trattamenti; dall’altro, i dati reali ci dicono che in Italia non riusciamo nemmeno a pesare e misurare i pazienti. Sposiamo la linea di pragmatismo: lo screening e la diagnosi devono restare semplici e immediati, o l’obesità resterà una malattia invisibile».
Ma che cos’è e cosa propone la Commissione Lancet? L’abbiamo chiesto a Francesco Rubino, docente di chirurgia metabolica e bariatrica al King’s College di Londra, che la presiede.
The Lancet Diabetes & Endocrinology Commission è nata nel 2020 con l’obiettivo di supportare i processi decisionali dei medici e dei responsabili politici e facilitare l’identificazione delle priorità per gli interventi clinici e le strategie di sanità pubblica. «È formata da 56 esperti internazionali in rappresentanza di oltre 25 paesi del mondo, ta cui l’Italia. Il report della commissione è stato publicato lo scorso anno, a gennaio, con l’endorsment di 75 società scientifiche internazionali» chiarisce Rubino.
Di fatto, propone un nuovo approccio per la diagnosi di obesità. Un approccio che non si basi solo sull’indice di massa corporea, ma su segni e sintomi oggettivi di cattiva salute a livello individuale, perché l’attuale approccio all’obesità – ne avevamo parlato qui – ostacola la pratica clinica e le politiche sanitarie, con il risultato che le persone non ricevono le cure di cui hanno bisogno.
«Secondo me queste dichiarazioni dimostrano due cose allo stesso tempo: innanzitutto che non è chiara la proposta della Lancet Commission, e poi un problema generale della medicina dell’obesità» dichiara Rubino.
Il chirurgo, che da 25 anni si occupa di obesità, chiarisce che la Commissione Lancet non vuole mandare in pensione l’indice di massa corporea: «resta un valido strumento di screening per identificare un potenziale rischio, ma lo screening non deve essere confuso con la diagnosi medica».
Per questo la Commissione distingue tra obesità preclinica (assenza di danno d’organo ma presenza di rischio) e obesità clinica (malattia in atto con danno d’organo già manifesto).

In altre parole, «l’approccio proposto mira a superare il limite del BMI che, pur essendo utile a livello di popolazione, non fornisce informazioni sullo stato di salute del singolo individuo. Per fare diagnosi, bisogna indagare: devi avere parametri oggettivi di cattiva salute».
E fare diagnosi – dice Rubino – non rallenta l’accesso ai trattamenti, ma «li definisce e li rende appropriati. L’intensità della cura deve dipendere infatti dallo stato clinico del paziente, proprio come accade quando l’anatomopatologo analizza la biopsia di un tessuto: non chiama ogni polipo “cancro” solo per eccesso di cautela. Allo stesso modo, in medicina dell’obesità non dovremmo confondere un fattore di rischio con la malattia vera e propria».
In caso di obesità preclinica, «l’intervento medico è di tipo profilattico, ovvero mirato a ridurre il rischio che il danno d’organo si verifichi». L’obesità clinica, invece, «è una malattia in atto a tutti gli effetti, che si caratterizza per la presenza di segni clinici o sintomi di disfunzione d’organo causati dall’eccesso di tessuto adiposo».
Un esempio pratico «è il paziente che manifesta affanno nel salire le scale: la difficoltà respiratoria non deve essere liquidata come semplice mancanza di forma fisica, ma deve essere valutata come una possibile disfunzione cardiaca causata dall’obesità. E in questo caso l’obiettivo primario non è solo ridurre il rischio generale, ma trattare la disfunzione specifica per migliorare lo stato di salute del paziente». Senza limitarsi, «come spesso accade», a indicare una dieta e l’attività fisica come soluzione del problema.
In altre parole, «fermarsi al solo BMI significa spesso ignorare complicazioni già esistenti». Ecco perché la Commissione propone di andare oltre l’indice di massa corporea.
Trattare tutti sulla sola base del peso, continua Rubino, significa scattare una «fotografia sfocata», guardando la singola persona attraverso la lente dei dati statistici di popolazione, che non riflettono necessariamente lo stato di salute del singolo. Rischia inoltre di minare la credibilità medica agli occhi dei pazienti, sostiene Rubino: «molte persone con un BMI elevato sono in salute, non manifestano segni di patologia. Se si insiste nel patologizzare chi è solo a rischio, basandosi solo sulla bilancia e ignorando il benessere del paziente, questo percepisce una discrepanza tra la diagnosi ricevuta e la realtà dei fatti, portando a una rottura del rapporto di fiducia».
In risposta alle preoccupazioni della SIO sulla complessità organizzativa del nuovo approccio – «chiedere oggi di sostituire il BMI con ecografie o analisi approfondite del danno d’organo per ogni sospetto caso di obesità è insostenibile soprattutto dal punto di vista organizzativo» ha dichiarato Buscemi – Rubino sottolinea che non si richiede una risonanza magnetica per ogni paziente, ma il ritorno all’«ABC della medicina»: un’anamnesi accurata per individuare segni e sintomi, verificando se la condizione fisica del paziente stia effettivamente compromettendo la sua salute. «Prima diagnosi, poi management. È ciò che si fa in tutte le discipline mediche».
Inoltre, secondo Rubino, l’equivalenza “peso uguale malattia” è scientificamente inaccurata e culturalmente pericolosa: fermarsi alla forma del corpo senza indagare la funzione d’organo rende difficile stabilire chi ha bisogno di cure profilattiche (riduzione del rischio) e chi di trattamenti intensivi per danni d’organo già in atto, e presta il fianco a pregiudizi sociali, demonizzando il peso corporeo in sé invece di curare la patologia clinica.
La proposta della Lancet Commission è dunque un richiamo alla responsabilità clinica: esercitare la diagnosi per riconoscere l’obesità come una malattia complessa e non come un semplice numero sulla bilancia. «Già 2.500 anni fa, i padri della medicina – Rubino si riferisce a Galeno e Ippocrate – riconoscevano che l’obesità non è una condizione univoca, ma un problema di spettro: può rappresentare un rischio per altre malattie o essere una malattia in sé».


