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Migliora la qualità dell’assistenza erogata dal Servizio sanitario nazionale, ma l’Italia continua a viaggiare a due velocità. Questo il quadro che emerge dall’edizione 2025 del Programma Nazionale Esiti (PNE) con cui, ogni anno, Agenas misura la qualità dell’assistenza sanitaria in Italia.
Forti le diseguaglianze territoriali. Basti pensare che le 15 strutture che si distinguono per la qualità dell’assistenza sono concentrate al Nord, a eccezione dell’Azienda ospedaliera universitaria Federico II di Napoli, unico grande ospedale del Sud inserito tra i migliori del Paese, dell’Azienda ospedaliera Umberto I Lancisi di Ancona e dell’Ospedale di Città di Castello in Umbria.

Il valore del PNE come strumento strategico
«È uno strumento essenziale per comprendere la sanità del presente e per programmare quella del futuro» ha affermato il ministro della Salute Orazio Schillaci riferendosi al PNE, che è nato nel 2012 proprio su mandato del Ministero per analizzare in modo sistematico l’efficacia, l’appropriatezza, la sicurezza e l’equità delle cure, sia in ospedale sia sul territorio. Per farlo si basa su un ampio set di indicatori, oggi più di duecento, costruiti a partire dai flussi informativi nazionali, dalle schede di dimissione ospedaliera ai dati dell’Emergenza-Urgenza, fino alle verifiche anagrafiche sullo stato in vita dei pazienti.
L’edizione 2025 – che ha valutato 1.117 strutture di ricovero – coincide con i dieci anni dall’entrata in vigore del decreto ministeriale che ha introdotto il Regolamento per la definizione degli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all’assistenza ospedaliere, e permette quindi di tracciare un bilancio di come l’organizzazione ospedaliera italiana sia cambiata nel tempo. Secondo il ministro, il PNE evidenzia che «quando il sistema opera con standard nazionali basati su riferimenti normativi precisi e con strumenti efficaci di monitoraggio, il sistema globalmente migliora», ma rivela anche che non tutta la popolazione ha ancora accesso allo stesso livello di assistenza.
Negli ultimi dieci anni, progressi ma anche criticità ancora irrisolte
Le analisi mostrano infatti, da un lato, alcuni progressi. Per esempio, la concentrazione della casistica complessa in centri ad alto volume è aumentata, con «miglioramenti notevoli» in vari ambiti. Schillaci ha ricordato in particolare che la chirurgia della mammella è passata «in quasi dieci anni dal 72% al 90%» in strutture qualificate; ma ha anche evidenziato la diffusione di tecniche mini-invasive e della robotica – il cui utilizzo supera ormai «l’80%» in diversi contesti, specialmente oncologici – e la riduzione della mortalità dopo interventi cardiochirurgici complessi.
Gli indicatori di mortalità post-operatoria, per esempio, che sono tra i più sensibili per valutare la qualità dell’assistenza, mostrano un miglioramento costante nelle aree ad alta complessità. Il dato forse più significativo riguarda la mortalità a 30 giorni dopo il bypass aorto-coronarico: la mediana nazionale è 1,5%, molto al di sotto della soglia clinicamente accettabile del 4%. Ma anche negli interventi valvolari cardiaci si scende fino al 2%. Se l’Italia è promossa in cardiochirurgia, alcune regioni restano sorvegliate speciali: in Calabria, Campania e Puglia i risultati sono infatti meno stabili e indicano la necessità di consolidare modelli organizzativi più performanti.
In merito al «significativo divario tra Nord e Sud», il ministro ha citato anche la bassa concentrazione di interventi oncologici complessi in centri ad alto volume nel Mezzogiorno. Per esempio nel tumore del pancreas, «solo il 28%» è trattato in strutture ad alta specializzazione. E analoghe difficoltà si riscontrano nel tumore del retto, nella tempestività delle procedure salvavita e nell’appropriatezza in ambito materno-infantile.
Ma ecco i numeri nel dettaglio, che restituiscono un quadro complesso.
Bene molte aree, male quelle più delicate
Il Report analizza quanto i pazienti che necessitano di interventi specifici vengono presi in carico da ospedali ad alto volume, quelli cioè che eseguono molti casi all’anno e che, per evidenza scientifica, hanno esiti migliori.
Nel campo cardiovascolare, l’Italia ha ottenuto risultati importanti. I ricoveri per infarto miocardico acuto sono diminuiti del 21% in dieci anni, con un trend che conferma che il 90% dei pazienti viene curato in ospedali dove esistono team specializzati e servizi completi di emodinamica. Lo stesso vale per l’angioplastica coronarica.
Una traiettoria diversa invece per la cardiochirurgia: il bypass aorto-coronarico resta troppo disperso. I centri sopra soglia (200 interventi/anno) non solo non crescono: ma addirittura diminuiscono. Erano 23 nel 2015, ora sono 15. E la quota di interventi concentrati in questi ospedali è scesa di oltre dieci punti percentuali.
Centri ad alto volume: bene mammella e colon, male pancreas e retto
L’oncologia offre una fotografia a due facce. Per tumori della mammella, del colon, della prostata e del polmone la concentrazione nei centri più spezializzati cresce ogni anno. Ma appena ci si sposta verso le chirurgie più complesse che richiedendo elevata esperienza, come le resezioni pancreatiche, emergono distanze profonde: nel Sud e nelle Isole solo il 28% dei pazienti viene curato in ospedali ad alto volume, contro una media nazionale del 54%.
Ancora più critico il quadro per gli interventi su tumore maligno del retto, dove il peggioramento è generalizzato. Dal Report emergono quindi «ampi margini di miglioramento mediante una più incisiva azione programmatoria nell’ambito delle reti oncologiche a valenza regionale e sovraregionale».
Tempestività: quando ogni minuto conta, il Sud resta indietro
Ma il fatto che un intervento sia centralizzato in strutture ad alta specializzazione non significa che in tutte le regioni si riesca a farlo nei tempi raccomandati. La rapidità delle cure in caso di forma più grave di infarto o frattura del femore è essenziale per evitare complicazioni gravi e ridurre la mortalità.
Dopo il peggioramento registrato durante la pandemia, nel 2024 la tempestività delle cure ha mostrato segnali di recupero: l’angioplastica coronarica eseguita entro 90 minuti risale al 63% e l’intervento per frattura del femore entro 48 ore torna a superare la soglia del 60%. Eppure «molte regioni del Sud continuano a mantenersi sotto gli standard attesi». Una dimostrazione che la qualità dell’organizzazione non è omogenea nel Paese.
Appropriatezza clinica: meno interventi inutili, ma anche qui la geografia conta
Nel percorso nascita, il PNE documenta un miglioramento progressivo di diversi indicatori di appropriatezza clinica. Il ricorso al taglio cesareo primario continua a diminuire, passando dal 25% nel 2015 al 22% nel 2024, senza particolari variazioni legate alla pandemia. Parallelamente, anche l’uso dell’episiotomia (un intervento chirurgico praticato durante il parto vaginale per facilitare l’uscita del bambino) si è ridotto in modo marcato: in dieci anni la proporzione è scesa dal 24% al 9%, più che dimezzandosi.
Tuttavia, la distanza tra Nord e Sud è ancora notevole. Il parto vaginale dopo un precedente cesareo è una pratica considerata sicura quando ci sono le condizioni cliniche per farlo, e il suo utilizzo sta aumentando a livello nazionale: nel Sud, però, questa possibilità viene offerta molto meno spesso rispetto al Nord e al Centro.
Appropriatezza organizzativa: meno ricoveri e degenze più brevi
Un capitolo che mostra un miglioramento molto coerente nel tempo riguarda gli interventi programmabili. Per la colecistectomia laparoscopica, per esempio, cresce il ricorso al day-surgery (dal 22% al 39%) e la degenza post-operatoria inferiore ai tre giorni raggiunge l’87% dei ricoveri, con poche differenze tra regioni e ospedali. In generale, per alcuni interventi molto frequenti, come la frattura del femore negli anziani o la colecistectomia laparoscopica (considerata una chirurgia a bassa complessità), non c’è più una grande differenza tra un ospedale e l’altro: quasi tutti i pazienti vengono trattati in strutture che raggiungono i volumi considerati adeguati, e le performance sono molto simili sul territorio.
Pochi gli ospedali eccellenti in tutte le aree cliniche
Ma quali sono i migliori ospedali italiani? Quelli che riescono a garantire standard elevati sono in Lombardia (5), Veneto (3), Emilia Romagna (2), Toscana, Piemonte, Campania, Marche e Umbria.

La risposta emerge attraverso il treemap, uno strumento che riunisce in un’unica visualizzazione i risultati di 30 indicatori distribuiti su otto aree cliniche (cardiocircolatorio, nervoso, respiratorio, chirurgia generale, chirurgia oncologica, gravidanza e parto, osteomuscolare, nefrologia) e consente di cogliere il profilo complessivo di ogni ospedale, mostrando dove gli standard sono elevati e dove invece persistono criticità. Dall’analisi di 871 strutture pubbliche e private, il dato è chiaro: solo una quota limitata raggiunge valutazioni alte in tutte le aree, a conferma che nella maggior parte dei casi convivono settori di eccellenza e ambiti che richiedono interventi di miglioramento.
«La qualità delle cure è il risultato di professionalità, scelte di programmazione e adeguata allocazione delle risorse», ha ribadito Schillaci, ricordando la visione del Ministero: rafforzare il SSN e garantire equità di accesso, perché «l’accesso non sia privilegio di pochi, non dipenda dal CAP, ma sia un diritto esigibile da tutti». E a tal fine, l’importanza di usare la stessa “grammatica” per misurare i servizi offerti e migliorare i processi per poter rispondere ai bisogni di salute della popolazione.


