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In Europa, ogni euro investito in nuovi farmaci genera un ritorno di 5,67 euro. Lo rileva uno studio commissionato dall’European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations (EFPIA) e condotto dall’Istituto WifOR insieme all’economista Frank R. Lichtenberg della Columbia University. Nel periodo tra il 2014 e il 2022, l’analisi ha riscontrato che una spesa di 11,67 miliardi di euro in medicinali innovativi ha generato benefici economici e sociali stimati in oltre 66 miliardi di euro (i dati sono stati condivisi anche in occasione dell’assemblea di Farmindustria).
Un valore, secondo gli autori, sottostimato poiché l’analisi considera solo i benefici derivanti dalla maggiore produttività, dal valore del lavoro non retribuito e dai minori costi ospedalieri, senza includere altri effetti, come il miglioramento della qualità di vita dei pazienti, la riduzione del carico assistenziale sui caregiver e altri benefici per il sistema sanitario e per la società.
Il valore dell’investimento in salute
Il valore generato dalla spesa in innovazione farmaceutica si distribuisce su diversi ambiti. 38,10 miliardi di euro derivano dal recupero della produttività lavorativa grazie al miglioramento dello stato di salute della popolazione in età attiva. 18,96 miliardi sono riconducibili al valore del lavoro non retribuito (attività domestiche e l’assistenza informale). Ammontano invece a 9,11 miliardi i risparmi diretti per i sistemi ospedalieri.

Tra il 2014 e il 2022, l’introduzione dei medicinali innovativi è associata a 1,83 milioni di anni di vita guadagnati prima degli 85 anni e ha ridotto le degenze ospedaliere di 20,9 milioni di giorni. Questo calo nell’utilizzo delle strutture equivale a liberare oltre 57mila posti letto per un intero anno.

Rendimento economico per aree terapeutiche
L’impatto dell’investimento in farmaci varia in base alla patologia trattata. I medicinali oncologici registrano il ritorno più alto, con 6,80 euro generati per ogni euro investito. Le terapie per il diabete e le malattie del metabolismo producono un ritorno di 4,70 euro, mentre i farmaci per le patologie respiratorie si attestano su un valore di 3,80 euro: aree terapeutiche, queste ultime, in cui il risparmio ospedaliero da solo è sufficiente a coprire integralmente i costi dell’innovazione.
In generale, l’analisi della Federazione europea delle industrie e delle associazioni farmaceutiche indica che i soli risparmi derivanti dalla minore ospedalizzazione compensano circa 80 centesimi per ogni euro destinato all’acquisto di medicinali innovativi.
La sfida della competitività europea
Il report evidenzia, però, una progressiva perdita di attrattività dell’Europa nel settore delle scienze della vita. Negli ultimi vent’anni, la quota europea degli investimenti globali in ricerca e sviluppo farmaceutico è passata dal 41% al 31%. Attualmente l’Europa destina circa l’1% del proprio prodotto interno lordo ai prodotti farmaceutici, mentre gli Stati Uniti investono il 2% e la Cina l’1,8%. E se nel 2002 gli Stati Uniti spendevano 2 miliardi di euro in più rispetto all’Europa in R&S, a distanza di venti anni il divario ha raggiunto quota 25 miliardi.
Si riscontrano inoltre forti disparità nell’accesso alle cure innovative, con tempi medi di attesa di 532 giorni tra l’autorizzazione di un nuovo farmaco e la sua effettiva disponibilità per i pazienti (si passa dai 56 giorni della Germania ai 1201 giorni della Romania). E i ritardi si traducono in perdite di salute evitabili e mancati ritorni economici per i singoli paesi.
Le conclusioni dei vertici di EFPIA
Nathalie Moll, direttrice generale di EFPIA, sottolinea quindi la necessità di un cambio di prospettiva nelle politiche pubbliche. Secondo Moll «questi dati si aggiungono alla crescente base di prove secondo cui la spesa sanitaria crea molto più valore di quanto costi alla società. Mettere in secondo piano i budget per la salute e i medicinali è una scelta politica che non è solo un errore strategico, ma una decisione economicamente autolesionista che sacrifica la prosperità a lungo termine per guadagni a breve termine».
E il presidente di EFPIA, Stefan Oelrich ribadisce l’urgenza di riforme strutturali dichiarando che «se l’Europa vuole rimanere leader globale nelle scienze della vita, deve creare un ambiente in cui l’innovazione possa prosperare e in cui i pazienti possano beneficiare delle scoperte scientifiche senza inutili ritardi. Le scelte fatte oggi determineranno se l’Europa continuerà a guidare l’innovazione medica o rimarrà ulteriormente indietro in uno dei settori strategicamente più importanti del mondo».
E l’Italia?
L’Italia presenta risultati positivi in termini assoluti, ma si posiziona al di sotto della media europea per quanto riguarda l’efficienza del ritorno sull’investimento (ROI) e la velocità di adozione dell’innovazione farmaceutica. In particolare, mentre la media europea del ROI è di 5,67 euro per ogni euro investito, l’Italia registra un valore di 4,2. Pur essendo un ritorno significativo, è inferiore a quello di altri grandi mercati come il Regno Unito (9,1), la Germania (4,3) e la Francia (5,2).
L’innovazione farmaceutica ha generato in Italia un beneficio socioeconomico complessivo di 3,18 miliardi di euro (2,17 miliardi di euro derivanti dalla produttività del lavoro retribuito; 556,86 milioni dal valore del lavoro non retribuito; 453,55 milioni in risparmi diretti per il sistema ospedaliero).

Il rendimento specifico legato alla riduzione dei ricoveri, in Italia si attesta a 60 centesimi per ogni euro investito. Ciò significa che per ogni euro investito in nuovi farmaci, il sistema ottiene un risparmio diretto di 60 centesimi solo in termini di costi ospedalieri evitati, prima ancora di calcolare i guadagni di produttività. Un valore inferiore rispetto agli 80 centesimi della media europea.
In definitiva, quindi, sebbene ogni euro investito in nuovi farmaci in Italia produca comunque un valore quadruplo per la società, l’Italia fatica a tenere il passo con la media europea. Punto critico, la velocità con cui le nuove terapie entrano effettivamente nell’uso clinico quotidiano, misurata attraverso l’incremento del cosiddetto “drug vintage”. Se mediamente in Europa questo indice è cresciuto di 3,1 anni tra il 2014 e il 2022, in Italia l’incremento è stato di appena 1,7 anni.

Secondo EFPIA la velocità di adozione dell’innovazione riflette politiche di accesso e di rimborso che, spesso, privilegiano il contenimento della spesa farmaceutica nel breve termine a scapito dei benefici clinici ed economici generati dalle nuove terapie.
Una contraddizione rispetto ai dati Ocse che indicano che i farmaci approvati dalla Commissione europea (tra il 2020 e il 2023) hanno raggiunto i pazienti italiani in media in 439 giorni, oltre quattro mesi prima rispetto alla media UE di 578 giorni? No: perché un farmaco può “arrivare” presto in un Paese dal punto di vista dell’autorizzazione o del rimborso, ma questo non garantisce che venga effettivamente usato.
E lo studio WifOR misura la “penetrazione” dell’innovazione, ovvero quanto il mix di farmaci prescritti si sposti effettivamente verso le molecole più recenti nei 29 paesi esaminati (Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Portogallo, Romania, Serbia, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia, Svizzera, Turchia, Regno Unito).


