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Sessant’anni di storia, una sola presidente. Raffaella Buzzetti guida la Società Italiana di Diabetologia in un momento cruciale: si registra una diffusione epidemica di diabete e obesità (che è un importante fattore di rischio), ma emergono anche innovazioni terapeutiche in grado di cambiare la storia naturale della malattia.
Dal teplizumab, che ritarda l’esordio del diabete di tipo 1, alle terapie cellulari per riprogrammare le cellule beta del pancreas, quelle responsabili della produzione di insulina; dai farmaci GLP-1 (gli agonisti del recettore del glucagon-like peptide 1) che stanno rivoluzionando il trattamento del diabete e dell’obesità, ai sistemi di monitoraggio continuo della glicemia (CGM) che dialogano con i microinfusori: la diabetologia vive una stagione di cambiamenti straordinari. Ma l’innovazione, spiega Buzzetti, ordinaria di endocrinologia alla Sapienza, non è solo scienza: è equità di accesso, organizzazione, politiche di prevenzione strutturali.
Appena insignita dalla Scuola medica salernitana del Premio Trotula 2025 – in onore di Trotula de Ruggiero, la prima medica d’Europa che, formatasi alla Scuola di Salerno, curava e insegnava ed è stata una pioniera nel campo della prevenzione – Buzzetti è la nostra innovatrice del mese. Direttrice della Scuola di specializzazione in endocrinologia dell’ateneo romano e responsabile della Diabetologia del Policlinico Umberto I di Roma, Buzzetti coniuga l’attività di ricerca alla didattica e alla clinica con l’obiettivo di contribuire a migliorare la qualità di vita delle persone con diabete.
Professoressa Buzzetti, innanzitutto congratulazioni per il premio Trotula e per il ruolo di presidente della SID. Come si spiega il paradosso per cui la medicina è sempre più donna, ma i ruoli apicali restano appannaggio maschile?
«È un dato di fatto. La base è larga per le donne, ma nella piramide della carriera sono molte di meno quelle che raggiungono l’apicalità. La differenza di genere è sostanziale soprattutto nell’area clinica. Sono stata contenta di questo premio perché Trotula de Ruggiero fu una grande medica del Medioevo che dedicò la sua vita alla cura e all’insegnamento. Il nostro approccio è complementare a quello degli uomini, con una specificità di genere che si riflette nella cura del paziente».
Quali sono gli obiettivi prioritari del suo mandato?
«Primo: insistere nel dialogo con le istituzioni sulla prevenzione e la diagnosi precoce. La spesa per il diabete è circa 10 miliardi all’anno, di cui il 90% rappresentato dai ricoveri.
Secondo: equità di accesso, riducendo la variabilità regionale nell’accesso alle tecnologie, ai percorsi di cura e alle competenze specialistiche. In Lombardia tutti i sensori possono essere prescritti a tutte le persone con diabete, in altre regioni solo ad alcune categorie di pazienti. Proponiamo tavoli permanenti nazionali per definire linee guida omogenee su tutto il territorio.
Terzo: qualità e appropriatezza, con percorsi basati su evidenze scientifiche, audit clinico e indicatori condivisi.
Quarto, ma non certo per importanza: ricerca e formazione. La SID pubblica bandi annuali da 200-300 mila euro per giovani ricercatori e ricercatrici e promuove ricerca clinica, traslazionale e basata su dati “real-world”, oltre alla formazione continua per tutti i professionisti».
Quali sono le principali innovazioni che stanno trasformando la diabetologia?
«Per il diabete di tipo 1, l’immunoterapia. In particolare il teplizumab, un anticorpo monoclonale che ritarda l’insorgenza della forma clinica. Rappresenta un’innovazione straordinaria perché interviene prima che la malattia si manifesti clinicamente. Ci sono poi progressi nei sistemi di microinfusione che, dialogando con il sensore CGM che monitora di continuo la glicemia, rappresentano un passo in avanti verso il pancreas artificiale. Sono i cosiddetti sistemi ibridi.
Un altro fronte di ricerca che promette moltissimo per il futuro è rappresentato dalla sostituzione delle cellule beta per ridurre o eliminare l’insulino-dipendenza. Si utilizzano cellule staminali del paziente: si prelevano, si trasformano in cellule pluripotenti e poi si stimolano perché si differenzino in beta cellule. Il trapianto di beta cellule impone al momento terapie immunosoppressive; le staminali autologhe permettono di evitarle.
Per il diabete di tipo 2, i farmaci agonisti del recettore GLP-1 e i doppi agonisti GLP-1/GIP hanno rivoluzionato la cura. Agiscono su emoglobina glicata e indice di massa corporea, ma soprattutto prevengono le complicanze cardiovascolari. Gli inibitori SGLT-2 stanno facendo altrettanto per la protezione cardio-renale».
Quali tra queste innovazioni hanno già cambiato la qualità di vita dei pazienti e quali rappresentano ancora una promessa?
«Per il diabete di tipo 2, i farmaci agonisti del GLP-1 e gli inibitori SGLT-2 hanno già cambiato la storia naturale della malattia perché prevengono le patologie cardio-renali, prima causa di morte nelle persone con diabete. Nel diabete di tipo 1 sono già realtà i sistemi di infusione continua e i sensori, che rappresentano il passo decisivo verso il pancreas artificiale. Il teplizumab può essere attualmente utilizzato in Italia per uso compassionevole nella prevenzione del diabete tipo 1: è indicato per persone allo stadio 2 di malattia, con almeno due anticorpi e una condizione di disglicemia intermedia tra la normalità e il diabete conclamato.
Le speranze per il futuro, oltre ad altre molecole per l’immunoterapia, sono rappresentate dalla terapia cellulare con sostituzione delle beta cellule. Vedremo immunoterapia specifica, microinfusori sempre più vicini al pancreas artificiale per il tipo 1 e farmaci sempre più efficaci nella prevenzione delle complicanze per il tipo 2».
Alla luce di queste innovazioni e a distanza di 40 anni dalla legge 115, è necessario aggiornare la cornice normativa? Se sì, come? In quale direzione?
«La legge 115 aveva definito il diabete come malattia di alto interesse sociale indicando obiettivi attualissimi: prevenzione, diagnosi precoce, educazione sanitaria. Era futuristica, ma ora richiede un aggiornamento: sono cambiate le terapie, la tecnologia, si dà maggiore importanza al territorio e all’integrazione multidisciplinare. Quali direzioni prendere allora? Introdurre il concetto delle reti assistenziali con standard minimi, l’interoperabilità dei dati, il dialogo tra medicina generale e specialistica. Inserire le tecnologie come diritto per tutti, con criteri chiari e omogenei per l’accesso a sensori e sistemi di infusione continua. E infine la prevenzione, deve essere strutturale: nella scuola, nei luoghi di lavoro, fino alla presenza capillare sul territorio».
A proposito di prevenzione, quali sono secondo lei i pilastri di una strategia che guarda al futuro?
«Serve un cambio di paradigma. Oggi spendiamo 10 miliardi l’anno per il diabete, il 90% per ricoveri ospedalieri dovuti a complicanze evitabili. Questo dimostra che il sistema è sbilanciato sull’emergenza anziché sulla prevenzione. Una politica sanitaria lungimirante deve investire a monte: prevenzione fin dall’età scolare, diagnosi precoce per intercettare la malattia prima delle complicanze, tecnologie e terapie che proteggono cuore e reni. Serve poi un’infrastruttura digitale che permetta l’interoperabilità dei dati e la continuità assistenziale tra ospedale e territorio.
E soprattutto servono standard nazionali omogenei per superare le lotterie regionali. Se investiamo oggi nella prevenzione, in dispositivi accurati e terapie che prevengono le complicanze, la spesa di domani sarà sostenibile: eviteremo quei ricoveri ospedalieri che pesano per il 90% sui 10 miliardi di costi diretti. I farmaci ne rappresentano meno del 10%: ecco perché la prevenzione è la vera chiave della sostenibilità. Non è filantropia, è razionalità economica».
A questo punto, domanda d’obbligo per la nostra innovatrice del mese: cosa significa per lei innovare e qual è l’innovazione che vorrebbe per le persone con diabete?
«Innovare significa ottenere più salute e meno complicanze, disuguaglianze e sprechi, mettendo a frutto scienza, tecnologia e quell’organizzazione che in Italia ancora manca. Vorrei che ogni persona con diabete avesse un percorso di cura garantito e misurabile, che i dati clinici seguissero i pazienti attraverso una vera interoperabilità, che farmaci e tecnologie raggiungessero chi ne trae beneficio senza lotterie regionali. Vorrei che la prevenzione diventasse parte strutturale del sistema sanitario, non una campagna occasionale».


