Veronica Comi (Frrb): «Investiamo sui progetti che possono trasformare l’eccellenza scientifica in innovazione per i pazienti»

di Carlo Buonamico
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Carlo Buonamico

Perché ne stiamo parlando
A margine della presentazione dei vincitori del bando Consolidator, la direttrice generale della Fondazione Regionale per la Ricerca Biomedica traccia una fotografia della situazione italiana, tra opportunità, criticità e sfide globali, e illustra l’impegno nel sostenere la ricerca e investire sul capitale umano.

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La ricerca che guarda al futuro ha spesso bisogno di una spinta nel momento più delicato della carriera di uno scienziato e una scienziata: quello in cui i risultati iniziano ad arrivare, ma le risorse per consolidare un percorso indipendente non sono ancora sufficienti.

È da questa consapevolezza che nasce il bando Consolidator della Fondazione Regionale per la Ricerca Biomedica (Frrb), la cui prima edizione è stata celebrata oggi con la presentazione degli 11 progetti vincitori. Un’iniziativa che ha messo a disposizione quasi 11 milioni di euro e che ha selezionato le migliori proposte tra 46 candidature provenienti dal sistema della ricerca lombarda.

A raccontarne la filosofia e le prospettive è Veronica Comi, direttrice generale della Fondazione.

Direttrice Comi, la prima edizione del bando Consolidator nasce con un obiettivo molto preciso. Quale esigenza avete voluto intercettare?

«Già il nome del bando racconta bene la sua missione: sostenere ricercatrici e ricercatori in una fase cruciale della carriera. Parliamo di professionisti che hanno già dimostrato autonomia scientifica e capacità progettuale, ma che necessitano ancora di risorse per consolidare una linea di ricerca indipendente e competitiva.

Analizzando i nostri stakeholder, avevamo rilevato che questa fascia era poco coperta dagli strumenti di finanziamento esistenti. Per questo abbiamo deciso di intervenire. La Fondazione, per conto di Regione Lombardia, cerca infatti di presidiare proprio gli spazi lasciati scoperti dagli altri enti finanziatori. Non volevamo soltanto sostenere singoli progetti, ma investire sulle persone, sulle competenze e sui gruppi di ricerca che stanno già producendo risultati solidi e trasferibili al sistema sanitario».

Quale risposta avete ricevuto dalla comunità scientifica?

«Molto positiva. Abbiamo ricevuto 46 candidature. Di queste, 15 sono state valutate positivamente dai revisori scientifici e siamo riusciti a finanziare 11 progetti, per un totale di oltre 10,3 milioni di euro assegnati».

Che cosa raccontano questi numeri sullo stato della ricerca italiana?

«La ricerca italiana continua ad avere un punto di forza straordinario: la qualità del capitale umano. I nostri ricercatori provengono da università molto competitive e possiedono basi scientifiche solide.

Il problema è che spesso non riusciamo a fare massa critica e a trasformare pienamente i risultati della ricerca in innovazione concreta. Le ragioni sono principalmente due: la disponibilità limitata di finanziamenti e un sistema regolatorio che rimane complesso e talvolta troppo rigido. Questo rende più difficile arrivare al trasferimento tecnologico e all’applicazione delle scoperte».

Una criticità che il mondo della ricerca denuncia da molti anni…

«Sì, anche se bisogna riconoscere che sul fronte dei finanziamenti sono stati compiuti passi avanti importanti. Negli ultimi anni gli investimenti sono cresciuti sensibilmente. La vera sfida sarà capire se questi livelli potranno essere mantenuti una volta terminata la spinta straordinaria del Pnrr.

Allo stesso tempo si apre una finestra di opportunità internazionale. Le difficoltà che stanno interessando il sistema della ricerca statunitense potrebbero favorire il rientro di molte ricercatrici e molti ricercatori oggi impegnati negli Usa, soprattutto quelli provenienti dall’estero».

Quali sono stati i criteri che hanno guidato la selezione dei progetti?

«La qualità scientifica rappresenta naturalmente il primo elemento di valutazione. Conta molto anche come il progetto è scritto e strutturato. Ma l’aspetto sul quale oggi insistiamo maggiormente è il potenziale impatto sul sistema socio-sanitario.

Ogni proposta viene sottoposta a una rigorosa peer review e deve dimostrare coerenza con le priorità di Regione Lombardia e del sistema sanitario. Ci interessa finanziare ricerca eccellente, ma anche ricerca capace di generare benefici concreti».

In altre parole, ricerca traslazionale.

«Esattamente. Gli investimenti devono produrre valore e, per quanto possibile, tradursi in risultati utili per i cittadini. So che nel mondo della ricerca parlare di tempi può sembrare quasi una provocazione, ma è importante che le nuove conoscenze possano arrivare il prima possibile alla pratica clinica».

I progetti vincitori spaziano dall’immunologia alla salute mentale, fino alla medicina della riproduzione. Che fotografia emerge della ricerca biomedica?

«Una fotografia molto interessante. La varietà delle aree finanziate riflette la complessità delle sfide biomediche contemporanee.

Da un lato vediamo una forte attenzione verso patologie ad alto impatto sociale, come i disturbi psichiatrici e le malattie infettive; dall’altro emergono settori strategici come immunologia e medicina di precisione, dove l’innovazione può tradursi rapidamente in benefici per i pazienti.

Quello che colpisce è soprattutto la crescente integrazione tra competenze diverse. Oggi la ricerca è sempre più guidata dall’innovazione e dalla capacità di avvicinare il mondo scientifico e quello clinico».

Tra gli 11 progetti finanziati, quali hanno particolarmente impressionato il panel internazionale di valutazione?

«I revisori hanno espresso apprezzamenti molto forti per la qualità scientifica complessiva delle proposte. Il panel, composto anche da esperti statunitensi e canadesi presenti in Italia per la valutazione, ha sottolineato più volte il livello particolarmente elevato dei progetti candidati.

Tra quelli che hanno colpito maggiormente figurano ICARUS, guidato da Giovanna Lucchini della Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori, UPLIFT Next Gen di Anna Odone dell’Università di Pavia e BEYOND coordinato da Livio Provenzi dell’Istituto Neurologico Mondino.

Pur operando in ambiti differenti, condividono alcuni elementi fondamentali: elevata qualità scientifica, forte contenuto innovativo e capacità di rispondere a bisogni clinici ancora insoddisfatti.

ICARUS, per esempio, punta ad applicare tecniche avanzate di terapia genica in ambito pediatrico. UPLIFT Next Gen studia gli effetti a lungo termine della pandemia sulla salute mentale delle nuove generazioni, mentre BEYOND affronta il tema dello sviluppo neuropsicologico di bambini e bambine, ragazzi e ragazze dopo il Covid-19».

Il Consolidator è anche uno strumento contro la fuga dei cervelli?

«Assolutamente sì. Tanto che abbiamo appena pubblicato il bando Bio-Reentry, specificamente dedicato al rientro dei ricercatori dall’estero.

Regione Lombardia ha investito 9 milioni di euro in questa iniziativa. L’obiettivo è duplice: attrarre talenti e trattenere quelli già formati nelle nostre università e nei nostri centri di ricerca.

Molti di questi ricercatori si trovano in un momento decisivo della carriera: senza finanziamenti adeguati rischiano di lasciare il mondo della ricerca oppure di trasferirsi all’estero. Strumenti come il Consolidator consentono invece di costruire un curriculum competitivo e di accedere successivamente ai grandi grant internazionali, compresi quelli europei».

Qual è oggi il ruolo della Fondazione Regionale per la Ricerca Biomedica nel sistema lombardo delle Life Science?

«La Fondazione è nata nel 2011 con la missione di fungere da raccordo per tutto il sistema lombardo delle Life Science. Dal 2015 abbiamo iniziato a finanziare direttamente i progetti di ricerca e da allora il nostro ruolo è cresciuto progressivamente.

Oggi partecipiamo alle principali partnership europee di Horizon dedicate alla ricerca biomedica, sia come co-finanziatori sia con responsabilità di coordinamento. Inoltre, Regione Lombardia ci ha recentemente affidato anche un mandato specifico sul trasferimento tecnologico».

Cosa significa concretamente?

«Che entro l’anno pubblicheremo il nostro primo bando dedicato al trasferimento tecnologico, rivolto a progetti con un livello di maturità tecnologica già elevato. Vogliamo accompagnare le innovazioni verso una più rapida applicazione pratica».

Quali risultati rivendicate dopo questi anni di attività?

«Possiamo contare su circa 130 milioni di euro assegnati ai centri di ricerca pubblici e privati lombardi. Molti progetti si sono conclusi e stiamo iniziando a raccogliere i primi impatti concreti sul territorio.

Inoltre, grazie alla partecipazione alle partnership europee, non ci limitiamo a finanziare la ricerca, ma contribuiamo anche a orientarne le strategie future. Oggi, per esempio, stiamo già lavorando alla definizione del prossimo Programma Quadro europeo.

La scommessa della Fondazione, in fondo, è questa: trasformare l’eccellenza scientifica lombarda in un ecosistema capace di trattenere talenti, attrarne di nuovi e generare innovazione. Una sfida che parte da 11 progetti finanziati, ma che guarda molto più lontano».

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