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«Guidando una startup deeptech in un ecosistema che evolve velocemente non ci si annoia mai». E, non ci si ferma mai, come racconta Sabrina Maniscalco. «Sono sempre in aeroporto. Perché Algorithmiq è una startup internazionale: ha sedi a Londra e Dublino, oltre a Helsinki, dove è nata, e ora abbiamo trasferito il quartier generale a Milano».
Fisica teorica, Sabrina Maniscalco è la fondatrice e CEO di Algorithmiq, la nostra startup del mese.
«Programmiamo computer quantistici, creiamo istruzioni affinché possano risolvere problemi troppo complessi per i computer tradizionali. Simuliamo l’interazione tra gli atomi, li assembliamo come mattoncini Lego, traducendo le regole “bizzarre” della fisica quantistica in algoritmi che i computer quantistici possano eseguire. In pratica, costruiamo il linguaggio che permette di usare la potenza del calcolo quantistico».
Altrimenti, spiega, i computer quantistici senza buoni algoritmi quantistici sono macchine inutili.
Maniscalco racconta con entusiasmo la storia di un’avventura che l’ha spinta fuori dalla sua comfort-zone e per la quale ha dovuto imparare un mestiere nuovo – «nulla che abbia a che fare con la fisica: fundraising, gestione degli investitori, crescita del business» – per lavorare su tecnologie di frontiera con l’ambizione di contribuire a risolvere sfide globali, sanitarie e ambientali.
Del resto, è da sempre abituata ad accorciare le distanze, per fare ricerca prima, e impresa poi, affermandosi in un campo tradizionalmente maschile. «Sono partita da Mazara del Vallo. Laurea e dottorato in fisica a Palermo. Poi Bulgaria, Sudafrica, Scozia e Finlandia, prima alla direzione dell’Istituto di fisica teorica dell’Università di Turku, poi a Helsinki».
Perché avete scelto Milano come quartier generale?
«È stata una scelta strategica concomitante alla chiusura di un round di investimento guidato da investitori italiani: United Ventures con CDP Venture Capital. L’ecosistema quantistico italiano si sta sempre più consolidando a vivere da protagonista la rivoluzione del quantum. L’anno scorso è stata lanciata la strategia quantistica nazionale, allineata alla Quantum Flagship europea, con il sostegno e la partecipazione dei ministeri e un piano concreto di implementazione. Inoltre, l’Italia ha una scuola di computazione quantistica riconosciuta a livello mondiale. E Milano è un hub internazionale: connette università, investitori e l’Italia al resto del mondo».
Il round di investimento che avete appena chiuso, 18 milioni di euro, porta il capitale raccolto da Algorithmiq a 36 milioni: il maggiore investimento di venture capital in Italia in una startup del settore quantistico.
«Un’iniezione di capitale importante che ci consentirà di investire sulla crescita del personale, ampliando il nostro staff di software engineers e ricerca e sviluppo, ma anche il commerciale e il marketing. Vogliamo far crescere il nostro business».
From Quantum Science to Life Sciences si legge sul vostro sito. Un business che ha a che fare con le scienze della vita?
«Assolutamente sì. Vogliamo migliorare il futuro della medicina sviluppando algoritmi quantistici che sbloccano il potenziale dell’informatica quantistica. Con i nostri software e algoritmi possiamo accelerare la scoperta e lo sviluppo di nuovi farmaci, simulando il comportamento delle molecole con un livello di precisione molto superiore rispetto ai metodi computazionali tradizionali.
Usando una combinazione di computer quantistici e machine learning è possibile passare da uno sviluppo di nuovi farmaci basato su prove ed errori e tanti tentativi in laboratorio, a una precisione straordinaria nel disegnare in maniera alchemica nuove molecole, affinché interagiscano nel modo desiderato, per esempio, con le cellule tumorali, con conseguente riduzione dei tempi e dei costi. La nostra sfida: trovare cure per malattie che al momento non ne hanno».
Proprio per la capacità di migliorare alcune terapie oncologiche avete recentemente vinto la competizione Wellcome Leap Q4Bio aggiudicandovi 2 milioni di dollari?
«Sì, si tratta di un farmaco oncologico sensibile alla luce, attualmente in fase 2 di sperimentazione clinica. Una terapia innovativa fotodinamica che permette di ridurre le tossicità rispetto a chemio e radioterapia: si attiva, attraverso l’interazione con la luce, solo dopo aver raggiunto il tumore, risultando così meno tossico per il resto dell’organismo. È stata una competizione ardua e aver vinto concorrendo con realtà come MIT, Harvard, Oxford, Cambridge e startup già quotate in borsa rappresenta un’importante validazione del nostro lavoro».
I vostri algoritmi potrebbero contribuire anche ad affrontare quella che oggi è una sfida di salute globale: l’antibiotiresistenza?
«Sì, e con Aurora, la nostra piattaforma basata su software quantistici per simulazioni molecolari, stiamo già lavorando alla progettazione di nuovi farmaci antimicrobici con la Cleveland Clinic dell’Ohio».
Professoressa, facciamo un passo indietro: quando è nata Algorithmiq?
«Nel 2020. Ma tutto in realtà è iniziato nel 2016, quando IBM ha reso accessibile online, via cloud, il primo computer quantistico di 5 qubit (qui spieghiamo cosa sono). Fino ad allora era impensabile pensare di far funzionare un chip di questo tipo da remoto. Per la prima volta il mondo accademico ha potuto iniziare a fare esperimenti su un processore quantistico.
Con Matteo Rossi, Guillermo García-Pérez e Boris Sokolov abbiamo iniziato a partecipare agli hackathon organizzati da IBM. Da lì sono nate le nostre prime pubblicazioni scientifiche e via via ci siamo resi conto che per rendere davvero efficienti queste macchine servivano nuovi algoritmi. Abbiamo iniziato quindi a lavorare su questo fronte, e abbiamo sviluppato i primi brevetti. Abbiamo costruito competenze molto avanzate e così abbiamo fondato Algoritmiq, diventando uno dei principali player europei nel software quantistico».
Settore in grande fermento: le startup stanno diventando a tutti gli effetti protagoniste della rivoluzione quantistica?
«Sì, ma per far crescere un ecosistema industriale robusto è necessaria la collaborazione tra tutti gli attori: università, startup, big tech, governi e imprese. Il supporto delle istituzioni, diventando i primi acquirenti, è fondamentale. Basti pensare a IQM, startup finlandese che sviluppa computer quantistici ed è in procinto di fare una IPO: sta diventando public company. Per la sua crescita è stato determinante il Governo che ha finanziato con soldi pubblici i laboratori nazionali di supercalcolo per l’adozione della sua tecnologia. Questo crea mercato, revenue e quindi la possibilità di crescere fino a Serie C e IPO».
Se dico innovazione a cosa pensa?
«All’intersezione tra tecnologie di frontiera e la risoluzione di problemi reali».
E per innovare cosa serve?
«Competenze a parte, creatività, resilienza, e capacità di guardare “outside the box”, di osservare le cose con occhi diversi: che è quello, in fondo, che ci insegna la fisica quantistica».


