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Da un lato le startup e l’innovazione, dall’altro il mondo delle scienze della vita e della sanità. Due settori strategici per il futuro del paese. Due ambiti che nel percorso di Giorgio Ciron confluiscono nel nuovo incarico alla guida dell’area life science, healthcare & startup di Assolombarda. A tenerli insieme, fin dai banchi dell’università, l’entusiasmo per le relazioni istituzionali e per la costruzione di ponti tra imprese, istituzioni e territori, con l’obiettivo di avere un impatto concreto sul mondo che ci circonda.
«All’università ho scelto di studiare Economia delle amministrazioni pubbliche e delle istituzioni internazionali, in Bocconi, perché mi piaceva l’idea di poter creare ponti tra imprese, istituzioni e territori. In quel periodo ho cominciato a interessarmi al mondo della sanità. Negli stessi anni ho fondato un’associazione che dava l’opportunità agli studenti della mia università di svolgere uno stage nelle startup. È stata questa iniziativa, piuttosto innovativa per quei tempi, a fare la differenza nel mio curriculum: Assolombarda – l’associazione delle imprese che operano nella città metropolitana di Milano e nelle province di Lodi, Monza e Brianza, Pavia – mi ha chiamato per occuparmi da stagista di un progetto sulle startup». Il progetto Startup Town. Era il 2014. «Due anni dopo, una volta laureato, mi ha assunto per occuparmi uno dei 12 gruppi in cui sono suddivise le sue 7mila aziende associate: quello sulla sanità. A distanza di dieci anni sono ancora in Assolombarda, ma la cosa bella è che questi due binari, sanità e innovazione, finora portati avanti parallelamente, si sono uniti».
Giorgio Ciron, che è anche direttore generale di InnovUp, l’associazione che rappresenta l’ecosistema italiano dell’innovazione, è infatti il direttore dell’area life science, healthcare & startup di Assolombarda. Lo abbiamo intervistato.
Com’è cambiato l’ecosistema dell’innovazione negli ultimi dieci anni?
«Si è evoluto moltissimo, basti guardare l’ammontare di investimenti di venture capital: dieci anni fa si attestava intorno ai 400 milioni di euro e oggi è triplicato, raggiungendo il miliardo e mezzo. Inoltre, negli ultimi tre anni gli investimenti hanno sempre superato il miliardo di euro. Se guardiamo i dati, il salto importante nella quantità di capitale investita in Italia è avvenuto all’inizio del 2020 con l’inizio dell’operatività di CDP Venture Capital, che ha rappresentato un importante momento di discontinuità».
Che cambiamenti ha portato CDP Venture Capital nel settore degli investimenti in startup?
«Nel 2021 gli investimenti di venture capital in Italia sono raddoppiati, è aumentata la dimensione media dei round, anche nella fase preseed e seed e si sono conclusi più round importanti: se osserviamo gli ultimi tre anni, almeno una dozzina di round supera i 10 milioni. Ma c’è altro elemento di forte discontinuità, questa volta a livello mondiale, che si è manifestato sempre nel 2020-2021, e ha coinvolto le scienze della vita: il Covid».
Il Covid?
«Esatto. Ha prodotto in tutti i settori una forte spinta alla digitalizzazione, che nel mondo delle scienze della vita si è tradotto in un impulso verso la nascita di farmaci e dispositivi medici innovativi, nuove terapie, ma anche nuovi paradigmi nell’ambito del procurement come il value based procurement (il sistema sanitario compra non prestazioni singole ma percorsi di cura sulla base di esigenze specifiche di singoli cluster di pazienti, ndr). O ancora l’HTA (Health Technology Assessment, l’approccio multidisciplinare per l’analisi delle implicazioni medico-cliniche, sociali, organizzative, economiche, etiche e legali di una tecnologia) su tutte le nuove tecnologie».
Questa rivoluzione ha anche determinato uno spostamento degli investimenti?
«Certamente. In Italia negli ultimi anni uno dei settori principali di investimento nel venture capital è proprio quello delle scienze della vita, e in generale tutto il deep tech. D’altra parte l’investimento in startup life science durante il Covid aveva salvato la vita a miliardi di persone, si è compresa l’importanza di investire in questo settore.
Inoltre dopo il 2022 quando si sono alzati i tassi di interesse – a causa dell’ondata inflazionistica causata dalla fine del Covid – e di conseguenza è diminuita la liquidità sui mercati, è cambiato il pattern di investimento: se fino al 2022 l’attenzione era sul mondo fintech/digital, oggi si sta investendo molto di più nel deep tech. Lo dimostrano i round più importanti degli ultimi due o tre anni, tra cui D-Orbit (aerospace), MMI (life science), Caracol (Additive manufacturing)… ».
E le scienze della vita fanno parte del settore deep tech…
«Esatto. C’è molta più attenzione a startup che abbiamo un valore “tangibile” nel loro prodotti o servizi piuttosto che a quelle con la necessità di scalare, che hanno bisogno di bruciare tanta cassa. E in Italia, dove abbiamo una filiera delle scienze della vita molto sviluppata, questo può far bene alle nostre startup».
Perché?
«Le startup italiane prosperano dove ci sono filiere industriali già molto sviluppate. E le scienze della vita sono una di queste: abbiamo uno dei sistemi sanitari nazionali migliori al mondo, tra i medici migliori al mondo, università che preparano benissimo, abbiamo gli IRCSS: è più facile, quindi, che le startup nascano in un settore come questo dove trovano un humus fertile piuttosto che in ambito “tech” come in Silicon Valley, dove non abbiamo particolari champions a livello di sistema paese.
Se in Silicon Valley ci sono Google, Meta, Microsoft, da noi ci sono l’Humanitas, il San Raffaele, il Niguarda, tante grandi aziende farmaceutiche… È più facile che le startup nascano nella filiera delle scienze della vita che non nella filiera tech».
Ci fa una panoramica del mondo life science in Italia e in Lombardia?
«La filiera delle scienze della vita vale il 13% del Pil lombardo, una quota importantissima. Al suo interno ci sono 20 IRCSS, il cui impact factor totale in termini di ricerca è pari a quello del Karolinska di Stoccolma, uno degli ospedali di ricerca più importanti d’Europa. Si tratta di un settore strategico non solo per la Lombardia ma per tutto il Paese, anche perché investe tanto in ricerca e sviluppo e assume personale qualificato. Un settore, insomma, ad alto valore aggiunto e in cui le opportunità di collaborazione con startup nascono in modo naturale».
Qual è il ruolo di Assolombarda in questo settore?
«Ha un ruolo di aggregatore, mette cioè insieme tutti gli attori della filiera lombarda delle scienze della vita, dall’erogatore di servizio al produttore del farmaco del dispositivo medico, per rafforzarla. Ormai da diversi anni crede in questo settore. Ha iniziato a farlo nel 2019, quando Sergio Dompé è stato nominato vicepresidente con delega alle scienze della vita, e continua oggi con l’attuale vicepresidente Nicoletta Luppi, amministratrice delegata di MSD Italia.
Nell’ambito della nuova governance dell’associazione, la vicepresidente ha appena lanciato cinque progetti strategici volti proprio a sostenere la filiera delle scienze della vita in Lombardia: tra questi, un progetto sull’attrazione della ricerca clinica, uno sullo sviluppo di PDTA (Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali) territoriali, per rivedere la governance del farmaco e del dispositivo medico. Fino a un progetto molto ambizioso che punta a disaggregare le spese per la prevenzione dai vincoli di bilancio europei».
Ci sono dei bandi da segnalare?
«Il bando “Collabora e innova”, quest’anno alla sua seconda edizione, in collaborazione con Regione Lombardia, è molto attenzionato dalle aziende del life science: assegna agevolazioni (tra il 40% e il 60% delle spese ammissibili e comunque fino a 5 milioni di euro, ndr) a partenariati costituiti da tre a otto soggetti di cui almeno una Pmi e un organismo di ricerca. A livello nazionale, Smart&Start di Invitalia, su cui nelle prossime settimane organizzeremo un incontro informativo e, a livello europeo, l’EIC Accelerator, focalizzato su innovazioni che si basano su scoperte scientifiche o tecnologie dirompenti, che mette a disposizione molte risorse con focus sul deep tech/life science».
Cosa è necessario fare a livello di scelte politiche per mettere il mondo dell’innovazione al centro?
«Nel breve periodo la prima cosa da fare è battersi per il rinnovo dell’incentivo fiscale del 30% per chi investe in startup e Pmi innovative, che per il 2026 è saltato e le sta veramente mettendo in grossa difficoltà: stiamo vedendo già una frenata degli investimenti. Un’altra cosa su cui lavorare tanto è il trasferimento tecnologico, uno dei temi più delicati e più complicati soprattutto nel mondo life science, perché abbiamo tantissima ricerca di base che non diventa brevetto e, anche quando diventa brevetto, è poco valorizzata economicamente (leggi qui i dati del Rapporto del Milan Higher Education Observatory su università e brevetti).
Poi bisogna canalizzare molto di più il risparmio privato verso l’economia reale verso startup e le Pmi innovative.
Infine a livello europeo c’è, a partire dal 28° regime, che sarà discusso il 18 marzo dalla Commissione europea: speriamo che sia applicato con lungimiranza e coraggio, attraverso un regolamento e non una direttiva, e che abbia davvero l’ambizione di cambiare le regole del gioco permettendo di avere un mercato unico per tutte le start up e in tutti i paesi europei».


