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Dati solidi, un piano di sviluppo robusto e rischi regolatori mitigati anche da una collaborazione che avviene a monte con le autorità. Con questi ingredienti Azafaros, azienda biotecnologica in fase clinica che si occupa di malattie genetiche rare da accumulo lisosomiale, ha convinto gli investitori assicurandosi, nel maggio 2025, un round da 132 milioni di euro. Oggi il team sta portando avanti i trial di fase 3 e guarda ai prossimi passi.
Azafaros, nel dettaglio, sta sviluppando una terapia potenzialmente innovativa per le malattie metaboliche neurologiche rare attraverso un farmaco in sviluppo – un composto chiamato nizubaglustat – che ha dato risultati che si traducono in una maggiore mobilità, una riduzione delle crisi epilettiche e un miglioramento della deambulazione nei pazienti.
Si tratta di patologie che colpiscono 1 persona su 5mila, ma, come dice il ceo e fondatore Stefano Portolano, «nonostante il numero di pazienti possa essere limitato, ci sono anche famiglie e assistenti che sono fortemente colpiti da queste malattie». E proprio pensando a loro, Azafaros ha assunto sin dall’inizio un collaboratore incaricato specificamente di curare i rapporti con le famiglie e le associazioni di pazienti.
Come avete strutturato il round Series B da 132 milioni del 2025 con investitori come Jeito Capital e Forbion?
«Prima del round B, il venture capital Forbion era il nostro investitore principale. Successivamente, Jeito Capital – fondo francese che ha da poco chiuso il secondo veicolo per oltre un miliardo di euro – ha assunto il ruolo di lead investor con un impegno significativo, mentre Forbion Growth ha agito da co-lead. Successivamente si sono uniti gli investitori precedenti e alcuni nuovi, tra cui Seroba e Pictet Asset Management, che gestisce un fondo dedicato alle life sciences, e alla fine abbiamo costruito il pool di fondi che ci ha sostenuti.
È interessante notare che un finanziamento da 132 milioni di euro, quindi non di piccola entità, sia stato completato interamente con capitali europei: non si è trattato di una scelta ideologica premeditata, bensì del fatto che i fondi americani non sono riusciti a partecipare nei tempi richiesti».
Quali lezioni avete imparato per attrarre capitali in biotech europei?
«Il mercato si è riaperto dopo il “biotech winter”: i fondi disponevano di capitale da allocare, ma si sono mostrati molto più selettivi ed esigenti. Azafaros si è posizionata favorevolmente grazie a dati della Fase 2 particolarmente incoraggianti – sorprendenti persino per noi – e alla prontezza per la fase 3. L’essere un’azienda europea ha rappresentato un vantaggio competitivo, in quanto poche realtà occupano questa nicchia.
La sostanza è fondamentale: dati solidi, un piano di sviluppo robusto con rischi regolatori mitigati in collaborazione con FDA ed EMA, e studi randomizzati in doppio cieco con endpoint clinici validati, come la scala SARA per la valutazione dell’ataxia. Elementi di questo tipo attraggono gli investitori, poiché generano dataset affidabili per le future negoziazioni di rimborso. In questo senso, la comunicazione è essenziale per catturare l’attenzione – i fondi esaminano 100-200 opportunità all’anno – ma non può sostituire una base scientifica e strategica solida».
Vale anche per chi si occupa di malattie rare come voi?
«Nel contesto delle malattie ultra-rare, come le gangliosidosi (migliaia di pazienti tra USA ed Europa) e la malattia di Niemann-Pick tipo C (circa 2mila pazienti), esistono investitori che comprendono appieno le sfide e il potenziale di business: ciascuna patologia è rara individualmente, ma aggregate colpiscono un numero significativo di famiglie, spesso con malati in età pediatrica, beneficiando di incentivi per i farmaci orphan e prezzi adeguati al valore terapeutico. Oggi le agenzie di rimborso prestano maggiore attenzione, richiedendo dati incontrovertibili per dimostrare un impatto tangibile sulla progressione della malattia».
Può descrivere il meccanismo d’azione di nizubaglustat (AZ-3102) e i risultati chiave dagli studi clinici di fase 2 per GM1/GM2 gangliosidosi e Niemann-Pick C?
«La nizubaglustat (AZ-3102) nasce da oltre 20 anni di ricerca all’Università di Leiden, Amsterdam e in Olanda: una small molecule disegnata ad hoc. Inibisce due enzimi chiave della cascata biochimica che genera queste malattie – GCS e GBA2 – e sappiamo che inibire uno solo ha già efficacia clinica; la nostra ipotesi è che la combinazione sia ancora più potente. È estremamente efficace, con dosi in milligrammi al giorno, e molto selettiva: non tocca enzimi off-target, con un profilo di sicurezza eccellente sia in volontari sani che in pazienti. Lo studio fase 2 è in corso da oltre 24 mesi, con pazienti ancora in trattamento».
Quali sono i prossimi milestone per i trial di fase 3, considerando le autorizzazioni regolatorie ottenute nel 2025?
«Abbiamo avviato due studi registrativi della durata di 18 mesi, randomizzati in doppio cieco e progettati in accordo con FDA ed EMA. Il primo riguarda le gangliosidosi GM1 e GM2, patologie tra loro simili, mentre il secondo è dedicato alla malattia di Niemann-Pick C.
Per misurare l’ataxia impieghiamo la scala SARA, già validata in altre indicazioni inclusa la NPC, evitando così rischi legati a endpoint surrogati o non testati. Si tratta di una sfida non da poco – studi lunghi e costosi, con pazienti fragili – ma che produrrà dati solidi, utili sia per il regolatorio che per il rimborso.
Contiamo di avere i risultati tra la fine del 2027 e l’inizio del 2028, con filing (la presentazione ufficiale della domanda di approvazione del farmaco alle autorità regolatorie, ndr) nel 2028 e approvazione rapida in caso di outcome positivi. Per le malattie ultra-rare esiste una flessibilità regolatoria: anche un trend positivo, supportato dalla totalità dei dati, può aprire opportunità».
Avete in programma un altro round di finanziamento?
«Manteniamo aperte tutte le opzioni strategiche, tra cui un ulteriore round di finanziamento, un’IPO o un lancio diretto del prodotto. Quest’ultimo è assolutamente fattibile per malattie ultra-rare, senza necessità di imponenti strutture commerciali. Il capitale raccolto ci consentirà di completare la fase 3 e il filing regolatorio.
Un’IPO in Italia o in Europa sarebbe preferibile – vantiamo già una filiale italiana grazie all’investimento di Seroba – ma per raccogliere somme rilevanti è necessario puntare al Nasdaq. Prenderemo una decisione nei prossimi 12 mesi, valutando l’andamento del mercato».
Come valuta il contesto biotech europeo rispetto a USA e Cina?
«Abbiamo compiuto significativi progressi in Europa rispetto a 10-15 anni fa, quando scarseggiavano sia il capitale che l’appetito per il rischio. Oggi l’ecosistema è molto più solido, grazie a iniziative come l’European Tech Champions Initiative della BEI, di cui beneficiamo indirettamente tramite Jeito. Tra i promotori figurano Germania, Italia, Spagna e Francia. Rispetto agli USA rappresentiamo ancora una frazione in termini di capitali disponibili, ma stiamo evolvendo rapidamente.
La principale sfida resta la frammentazione nell’UE. Interverrei con incentivi fiscali a livello europeo per le fase di scale-up, evitando misure solo nazionali. Servirebbe anche una maggiore armonizzazione delle strutture societarie, come l’EU-INC, per non scoraggiare potenziali acquirenti esteri e ridurre la burocrazia complessiva. Un aspetto positivo è la procedura centralizzata per l’approvazione degli studi clinici, che funziona efficientemente. L’abbiamo utilizzata lo scorso anno, superando il vecchio approccio paese per paese».


