|
Getting your Trinity Audio player ready... |
«Mio nonno giocava a carte da solo sull’iPad. Mi ha chiesto solo una cosa: compagnia». Così è nata Congen, dal bisogno vero di un anziano e dalla visione di Carlotta Conversi, che ha saputo trasformare un gesto affettuoso in un progetto ad alto impatto sociale.
24 anni, laurea in in Business law and Digital Innovation alla Luiss di Roma, Conversi è dottoranda in Global Studies all’Università di Urbino: si occupa di welfare e società, nuovi modelli di cura e comunità.
Congen-Connecting Generations è la startup che ha fondato per mettere in contatto anziani e giovani, attraverso una piattaforma che li abbina sulla base di interessi comuni, abitudini e prossimità geografica, con l’obiettivo di favorire relazioni intergenerazionali.
In Italia, secondo dati Istat, quasi il 40% delle persone con 75 anni e più vive da solo, soprattutto donne. Non tutti hanno bisogno di assistenza sanitaria, ma di compagnia, stimoli relazionali e occasioni per sentirsi ancora parte attiva della comunità. Perchè l’isolamento fa male: compromette funzioni cognitive, emotive, comportamentali e influenza morbilità e mortalità.
Per contrastare la solitudine e favorire il mantenimento di una vita sociale attiva, Congen propone allora un modello che non sostituisce i servizi di assistenza sanitaria, ma li integra, puntando sulla relazione come leva di benessere: affiancando persone anziane autosufficienti o parzialmente autosufficienti, a domicilio o in strutture residenziali, per condividere tempo di qualità. Passeggiate, uscite culturali, accompagnamenti a visite o semplici attività quotidiane. Un modo per combattere l’isolamento sociale, ma anche alleggerire il carico delle famiglie.
Già validato sul campo – con circa 60 famiglie tra Roma e Pavia – adesso il network è pronto a diffondersi a livello nazionale.
Conversi, come nasce l’idea di Congen?
«Nasce da un bisogno di mio nonno. Viveva fuori Roma e non potevamo andarlo a trovare spesso. Chiedeva solo compagnia: qualcuno con cui parlare, giocare a carte. A volte lo trovavamo a giocare da solo sull’iPad. Così ho coinvolto alcuni amici universitari per fargli compagnia. Da lì ho capito che non era un bisogno solo suo, ma diffuso. Ho pensato: perché non creare un progetto che risponda a questa esigenza?».
Qual è stato il suo percorso personale e formativo per arrivare fin qui?
«Ho un percorso ibrido: sono laureata in giurisprudenza e in economia, due ambiti che mi hanno dato visione completa per affrontare la costruzione di una startup. Poi ho seguito corsi specifici in ambito tecnologico: CONGEN, infatti, si basa su un algoritmo di matching che permette di creare relazioni autentiche, tra persone con affinità reali, non clienti e operatori qualsiasi».
Ha partecipato a programmi di accelerazione? Quanto hanno influito sullo sviluppo del progetto?
«Sì, siamo stati incubati da Innovits, comunità di business angels nata al Politecnico di Milano. Poi abbiamo partecipato anche al programma I-Tech Innovation. Entrambi sono stati fondamentali: ci hanno aiutato a passare da un’idea alla validazione sul campo, fino alla trasformazione in impresa vera e propria. Abbiamo fatto test, progetti pilota in RSA e strutturato tutto in modo solido».
Come avete finanziato l’avvio di Congen?
«Siamo partiti in bootstrap, quindi con le nostre risorse. Poi abbiamo vinto il bando “Rigenera Impresa” del Comune di Roma. Un finanziamento a fondo perduto che ci ha permesso di costituire formalmente la startup e coprire le prime spese operative».
Che consiglio darebbe a chi vuole fondare una startup?
«Il mio consiglio è: fate application ai programmi di accelerazione. Ti aiutano a capire davvero cosa significa fare impresa. Poi intervistate il vostro utente, conoscetelo, testate l’idea. Non basta avere un progetto, bisogna avere dati, feedback, struttura».
Qual è, secondo lei, il valore che Congen porta sul mercato?
«Il valore è lo scambio intergenerazionale. Esistono progetti simili, ma il nostro punta davvero sulla relazione tra generazioni. Non solo per aiutare gli anziani, ma anche per arricchire i giovani. I nostri “Ragazzi ConTe” scoprono mondi nuovi, imparano ad ascoltare, diventano parte attiva di una comunità. Questo scambio è il nostro valore aggiunto».
Come riuscite a reclutare i giovani coinvolti nel progetto?
«Per quanto riguarda i giovani – che così trovano un’opportunità di lavoro flessibile – ci muoviamo principalmente attraverso i career service delle università. Partecipiamo a eventi, collaboriamo con gli atenei e organizziamo momenti informativi in cui portiamo anche le testimonianze dei ragazzi che hanno già svolto l’attività. A breve, per esempio, avremo un evento online con l’università telematica della Sapienza. Solo più recentemente stiamo iniziando a usare anche piattaforme di lavoro più tradizionali, come LinkedIn, Subito e Indeed, ma l’università resta il nostro canale principale».
E gli anziani?
«Gli anziani e le famiglie, invece, ci conoscono soprattutto tramite il passaparola e le collaborazioni sul territorio. Lavoriamo con psicologi, farmacie e realtà locali, che intercettano bisogni reali. È un modello che cresce molto grazie alla fiducia: quando una famiglia vede che la relazione funziona, tende a consigliare il nostro servizio ad altre».


