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Da una parte, un flusso di investimenti ancora sottodimensionato se paragonato ad altri Paesi europei (1,2 miliardi di euro nel 2023 contro i 15,9 miliardi raccolti in UK, 6,8 in Francia e 1,7 in Spagna, dati Growth Capital), ma che riflette il ritardo con cui il Venture Capital ha iniziato a operare nel nostro Paese. Pochi fondi di Venture Capital, pochi unicorni e poche startup diventate grandi imprese. Dall’altra, imprese con grandi potenzialità e che ormai si misurano in miliardi di euro: nel solo 2023 le 13mila startup e 2mila Pmi innovative italiane hanno generato un valore della produzione di oltre 9,3 miliardi di euro, occupando circa 62mila persone (State of Italian Vc di P101 in collaborazione con Pitchbook). Oggi il suo valore complessivo (enterprise value) è di circa 67 miliardi di euro, pari a quello della Francia del 2020. «Una grande opportunità non sufficientemente sfruttata» secondo Gianluca Dettori, pioniere del Venture Capital tecnologico in Italia, Fondatore e Presidente di Primo Ventures SGR, società di gestione del risparmio con 438 milioni di euro impegnati in più fondi specializzati in digitale, sanità, space economy e climate tech, al quale abbiamo chiesto un commento sull’ecosistema dell’innovazione italiano.
Che cosa ci manca per essere come gli altri Paesi europei?
«La prima cosa che manca sono gli investitori, e in primo luogo gli investitori istituzionali. Le startup si sviluppano con investimenti nelle tecnologie, e il livello degli investimenti in Italia è inadeguato alle opportunità che esistono sul mercato. E non lo dico io, ma interlocutori molto più autorevoli di me, a partire dal Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, o dal CEO di Algebris Davide Serra. Il primo, nella presentazione della relazione annuale sul 2023, ha detto chiaramente che “se assicurazioni e fondi pensione investissero nei fondi nazionali una quota dell’attivo pari a quella della Francia la raccolta raddoppierebbe”. Il secondo ha avanzato la proposta di obbligare i fondi pensione italiani a investire una quota del loro capitale nell’economia del Paese, come per esempio avviene in Francia, Germania e Svezia dove i gestori della previdenza devono dedicare almeno il 5% a questo tipo di investimenti. Ma non è solo un problema di investitori istituzionali».
Che altra misura occorrerebbe attuare?
«Sarebbe fondamentale allargare la platea degli investitori agli investitori retail, che per legge non possono accedere agli investimenti di Venture Capital. Il regolamento attuale non permette a una società di VC di presentare i suoi fondi agli investitori retail, ma solo a investitori professionali o qualificati. Basterebbe cambiare le regole e il mercato si svilupperebbe».
InnovUp ha presentato una proposta in 10 punti per revisionare la normativa sulle startup.
«Ci sono tanti elementi da revisionare e aggiornare all’interno dell’attuale normativa sulle startup innovative. Per esempio, gli incentivi fiscali per gli investitori, che non funzionano per chi investe come privato tramite un fondo di Venture Capital. O le regole sulle stock option, a cui andrebbe tolto il limite di conversione di cinque anni. In generale la normativa deve tener conto che il settore non è più solo composto da startup, ma anche da vere e proprie “tech companies” che hanno esigenze di natura diversa da quella delle imprese nelle prime fasi».
Ci fai qualche esempio?
«D-Orbit ha 500 dipendenti e a gennaio ha chiuso un round per 100 milioni di euro. Ha tecnologie pazzesche, competenze invidiabili, clienti in tutto il Pianeta. Vai nella loro sede a Fino Mornasco (CO) e ti sembra di essere a Cape Canaveral. Translated, con sede a Roma: in quanti sanno che è un leader mondiale dell’Intelligenza Artificiale applicata al linguaggio? Perché Marco Trombetti, il suo fondatore, non viene invitato nei talk show quando si parla di AI? Oggi le nostre startup non fanno solo il digitale ma sono di tutti i tipi, coprono campi come le tecnologie dei materiali, l’aerospazio, le biotecnologie».
È un problema politico?
«No. La politica ha fatto la sua parte, dando la delega e il mandato a CDP Venture Capital (che nel suo piano industriale ha l’obiettivo di arrivare a 8 miliardi di euro di risorse in gestione entro il 2028, ndr). È un problema culturale. Dobbiamo crederci: credere che quello delle tech companies sia un comparto dell’economia fondamentale, che va tenuto nel novero delle cose strategiche e importanti. Che non se ne parli solo tra “addetti ai lavori”, ma nei notiziari, nei talk show, negli articoli di giornale. Che rientri tra le priorità dei top manager di aziende di sistema, come banche e assicurazioni, degli operatori che hanno leadership e che sono un pezzo dell’Italia».
INNLIFES è una testata che opera nel campo delle scienze della vita: che ruolo ha questo settore nell’economia dell’innovazione?
«Un grandissimo spazio di lavoro e opportunità, ma ancora relativamente pochi investimenti. Da una parte c’è il Biotech, segmento altamente scientifico che richiede ingenti investimenti in ricerca. Dall’altra il medicale, molto ampio e diversificato. È vero che in Italia non abbiamo Big Pharma, ma abbiamo aziende farmaceutiche di medie dimensioni di tutto rispetto. E, soprattutto, un’industria molto sviluppata tutt’intorno, che fa il paio con un’infrastruttura accademica di ricerca di scala internazionale. Quanto al Venture Capital, sono nate grandi società come XGEN Venture (il fondo creato da Paolo Fundarò, Federica Draghi e Daniele Scarinci e specializzato proprio nelle scienze della vita). Anche noi stiamo lavorando per essere pronti a operare a breve in questo settore».


