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Viaggio al centro del deep tech con Claudia Pingue (CDP Venture Capital)

Perché lo abbiamo scelto
CDP Venture Capital ha deciso di focalizzare i propri sforzi su alcune verticali di ricerca, come robotica, biotech, sostenibilità e space economy, attraverso Poli Nazionali di Trasferimento Tecnologico, che hanno in comune la medesima filosofia operativa: trasformare i prodotti della ricerca in semi lavorati comprensibili per la finanza e il mercato.

Viaggio al centro del deep tech con Claudia Pingue (CDP Venture Capital)
Claudia Pingue, Senior Partner e Responsabile Fondo Technology Transfer di CDP Venture Capital SGR

La ricerca scientifica, anche quella applicata, talvolta prende direzioni che non arriveranno mai sul mercato perché non è sempre pensata per essere venduta. Non si guarda alla concorrenza, alla strategia di valorizzazione, ai competitor. Eppoi, soprattutto, non sempre riceve i capitali necessari. Fare da cinghia di trasmissione tra il mondo della ricerca e il mercato è proprio il compito del Fondo Technology Transfer, nato in seno a CDP Venture Capital per supportare la filiera del trasferimento tecnologico mediante il coinvestimento selettivo nelle startup più promettenti e l’investimento in fondi verticali specializzati. Della sua importanza cruciale per la ricerca e l’industria italiana parliamo con Claudia Pingue, al timone di questa realtà dal 2020 e tra i maggiori esperti italiani di tech transfer.

Claudia, ci spiega esattamente che cos’è il trasferimento tecnologico e perché oggi è così importante?

«Il miglioramento della vita e della salute delle persone, l’inclusione sociale, il contrasto al cambiamento climatico, la transizione energetica sono indiscutibilmente i mercati del secolo. E sono quei mercati che io chiamo science based, fondati cioè sulla ricerca, sulle invenzioni scientifiche e sulle tecnologie deep tech.

Ecco, dunque, che il trasferimento tecnologico, cioè l’insieme di attività che mirano a trasferire la conoscenza dal mondo della ricerca scientifica al mercato, acquista una valenza sempre più strategica per i vari Paesi. Perché le tecnologie che arrivano dalla ricerca scientifica, le tecnologie profonde che nascono appunto da invenzioni scientifiche, rappresentano le soluzioni ai bisogni che questi mercati esprimono. Le biotecnologie, i nanomateriali, gli studi di fotonica e quantistica hanno un potenziale di innovazione che cresce esponenzialmente perché vanno a intercettare i mercati più grandi del nostro secolo, della nostra generazione. Il trasferimento tecnologico a questo punto diventa non solo strategico ma fondamentale, ed è certamente di vitale importanza per l’Italia».

Perché proprio per l’Italia?

«In questo nuovo capitolo della storia dell’innovazione, il deep tech sta soppiantando le tecnologie che negli ultimi vent’anni hanno fatto crescere il venture capital, tipicamente le tecnologie digitali. In questo nuovo paradigma, marchiato a fuoco dalle deep tech, si ha bisogno di asset molto distintivi e l’Italia, appunto, si distingue a livello internazionale per la qualità del capitale umano contenuto all’interno dei propri centri di ricerca e nelle proprie università. Diciamolo: abbiamo tra i migliori ricercatori al mondo.

Inoltre, stiamo migliorando la capacità di brevettazione e oggi siamo il quinto Paese europeo per numero di brevetti depositati e cresciamo con una velocità doppia di deposito rispetto agli altri Paesi. Infine, siamo ancora la seconda economia manifatturiera europea. Le startup deep tech al 99% hanno prodotti hardware che necessitano di industrie per essere prodotti. Non scalano cioè nel cloud come le applicazioni digitali. E quindi c’è bisogno di una manifattura sofisticata perché questa industria si trova a sviluppare un prodotto che prima non esisteva, dovendo inventare da zero processi produttivi che ancora non esistono. Quindi o si possiede una manifattura di nicchia, di qualità e di eccellenza, che riesce a ingegnerizzare i primi campioni di un prodotto che prima non esisteva oppure non se ne fa niente. La Cina, per esempio, non ce la fa perché possiede fabbriche che lavorano solo su grandi volumi di prodotti super ingegnerizzati. La nostra manifattura è invece in grado di ingegnerizzare la creatività».

E nel resto d’Europa?

«È una prerogativa, questa del deep tech, molto europea. La Francia, sicuramente con Macron ha lanciato un piano importantissimo sul deep tech con due miliardi e mezzo per cinque anni per creare nuove startup a partire dalla ricerca. Un fenomeno, quindi, su cui l’Europa – che si distingue per qualità di ricerca e manifattura – può avere un ruolo importante».

Come funziona dunque il Fondo Technology Transfer?

«Il Fondo Technology Transfer è pensato per dare una grande spinta alle startup che arrivano dalla ricerca. Attualmente ha una dotazione di circa 300 milioni di euro e ha individuato alcune aree tecnologiche su cui intervenire con l’obiettivo di creare e immettere nell’economia italiana nuove startup deep tech. Una di queste aree è proprio quella del biotech pharma, insieme alla robotica, alla sostenibilità ambientale, allo spazio e all’agrifood tech.

Siamo partiti da queste prime cinque aree per sperimentare il nostro modello innovativo d’investimento perché questi sono gli ambiti in cui l’Italia presenta maggiore densità e qualità di ricerca. Sono aree in cui ancora esistono filiere industriali strategiche insediate nel nostro Paese e in cui il venture capital cresce in maniera importante. Quindi ha senso fare operazioni venture capital deep tech. Il fondo crea strumenti di investimento che riescono a far nascere questa nuova tipologia di startup.

Innanzitutto, ha creato dei poli nazionali di trasferimento tecnologico che sono dei vincoli di investimento innovativi in grado di trasformare un’invenzione contenuta in un laboratorio di ricerca, in una startup con prime metriche di mercato. Si tratta cioè di strumenti che fanno quella che chiamo science equity, che investono in equity prima ancora che la startup sia costituita, intercettando le migliori tecnologie, i migliori brevetti, i migliori ricercatori quando sono ancora in laboratorio per consentire loro, attraverso questo primo capitale equity, di avere maggiore velocità e competenze per trasformare la loro ricerca in un prototipo testabile sul mercato».

Quindi i poli di investimento intervengono prima che la startup tecnicamente esista?

«I poli nazionali sono strumenti innovativi di investimento proprio perché partono dal presupposto che per le startup deep tech la storia imprenditoriale non inizi dal notaio al momento della costituzione formale dell’azienda, come avveniva con il digitale. Per le startup deep tech la costituzione dell’azienda è solo una milestone di un percorso molto più lungo che parte appunto dalla ricerca, dal laboratorio. Quindi la startup nasce lì in modo molto embrionale, però è lì che inizia a prendere forma. È così che consentiamo a questi risultati della ricerca di trasformarsi in prodotti testabili sul mercato, all’interno di uno strumento imprenditoriale solido. A oggi i poli operativi sono 5 (Extend, Roboi, Tech for Planet, Galassia e Farming Future, ndr) e lavorano con più di trenta tra le migliori università e centri di ricerca italiane».

Ma come è possibile finanziare queste tecnologie di frontiera?

«Il Fondo supporta anche la nascita di una nuova generazione di venture capitalist che sia in grado di attivare un dialogo sapiente con i neoimprenditori usciti dai laboratori di ricerca. Costoro infatti hanno bisogno di investitori capaci di capire la scienza che c’è dietro i loro prodotti.

Nel digitale si andava dal venture capital e, per ottenere finanziamenti, il prerequisito era avere dei test di mercato in grado di dimostrare il gradimento del prodotto, dell’app o della soluzione da parte degli utilizzatori finali. I finanziamenti erano volti più che altro a scalare commercialmente. Nel deep tech, a differenza del digitale, i soldi del venture capital iniziali non servono a crescere a livello commerciale, ma proprio a industrializzare i prodotti, vanno tutti nella tecnologia e nel prototipo. Anche perché i tempi di arrivo sul mercato per una tecnologia deep tech sono lunghissimi. Nel biotech parliamo mediamente di dieci anni, nella robotica ci vogliono almeno cinque anni di sviluppo prodotto. E quindi servono venture capitalist che comprendano le nuove metriche con cui si sviluppano le tecnologie profonde. Non conoscendo le metriche specifiche, invece, un venture capitalist generalista o digitale si spaventa se gli viene detto che prima di arrivare sul mercato ci vogliono 15 anni di investimenti. E infatti oggi assistiamo a un paradosso: solo il 20% a livello globale del capitale del venture capital è stato investito nelle deep technologies e non perché queste siano sono scarse, ma perché è in corso un cambio di pelle, un cambio di mindset dei venture capitalist. Uno dei nostri compiti, quindi, è forzare questa transizione inserendo nell’ecosistema del venture capital dei nuovi gestori che, oltre alle classiche competenze finanziarie di mercato, affianchino competenze tecnologiche per capire come si sviluppa un prodotto tecnologico e come si industrializza. Quindi lanceremo undici fondi di venture Capital, cinque già sono operativi sul mercato».

Alla fine, qual è l’obiettivo concreto di tutto questo?

«L’azione combinata di questi due strumenti, i poli da un lato e i fondi dall’altro, ha l’obiettivo appunto di prendere le startup e farle scalare e di creare una filiera di investitori specializzata. Puntiamo nell’arco di quattro anni a creare più di 300 nuove startup deep tech che intercetteranno oltre un miliardo di euro di capitali. Quindi ai 300 milioni messi a disposizione dal fondo di tech transfer si affiancheranno capitali privati, generando una leva del 3X. Questa è la stima dell’impatto che il fondo genererà. A oggi il fondo ha già investito e supportato nella nascita oltre 80 tra tecnologie e startup, quindi il traguardo delle 300 nuove startup si avvicina».

Quanti di queste nell’area biotech, delle scienze della vita?

«Ecco, ne abbiamo diverse, all’incirca una decina sono nell’ambito biotech. Anche se numericamente sono inferiori rispetto ad altre aree, dal punto di vista del capitale assorbito incidono tanto. Tipicamente un progetto biotech equivale a due o tre progetti di deep tech generalisti».

Come funziona nello specifico Extend, il Polo Nazionale di Trasferimento Tecnologico interamente dedicato al settore biofarmaceutico?

«Extend, nello specifico, è un polo che ha una dimensione target di 30 milioni di euro dei quali 15 milioni, appunto, investiti dal Fondo TT che ne ha promosso la nascita. Siamo affiancati da coinvestitori importanti, tra i quali Angelini ed Evotec. Attualmente siamo parlando con altre aziende specializzate nel settore, sia italiane sia internazionali, che quindi completano con noi la raccolta di questi 30 milioni che avranno l’obiettivo di fare circa 30 investimenti nelle fasi iniziali per sostenere l’accelerazione tecnologica delle start up della vita. Questo polo collabora con le migliori università e i centri di ricerca specializzati nel settore, tra i quali IRSCC Ospedale San Raffaele di Milano, le Università degli Studi di Milano, Firenze, Modena e Reggio Emilia, Padova, La Sapienza di Roma, il distretto di ricerca regionale della Puglia attraverso H-Bio e lo Human Technopole. Il suo scopo di fondo è connettere le eccellenze della ricerca cercando di superare il limite dimensionale dei singoli istituti. L’obiettivo finale è creare una scala di progetti di innovazione numerosa che giustifichi un’operazione venture capital. D’altronde si sa, la regola del venture capital è che su 100 progetti visti, solo uno viene davvero baciato da un investimento».

Ma come viene aiutata fattivamente una ricerca, e quindi una potenziale startup, nel settore delle scienze della vita?

«I ricercatori sono supportati con un capitale equity che, dentro il laboratorio, arriva corroborato da competenze tecniche specialistiche in grado di completare le competenze scientifiche dei ricercatori aiutandoli a industrializzare sin da subito i loro trovati scientifici. Nel caso del biotech, in particolare, è fondamentale per esempio individuare i giusti test, individuare i giusti target, fare i giusti esperimenti per avere dati appropriati. Ecco, noi affianchiamo i ricercatori con un partner come Evotec, leader nell’attività di drug discovery a livello internazionale, che fino a ieri erogava i suoi servizi a favore solo di grandi farmaceutiche con dei prezzi anche molto alti. Noi siamo riusciti con questa operazione a offrire tale servizio professionale ai ricercatori. Aiutandoli fin da subito a professionalizzare i loro risultati di ricerca. Extend è un polo quindi che allinea gli interessi di più attori: l’università, il ricercatore le aziende.

In questo settore abbiamo anche lanciato due fondi di venture capital specializzati, Indaco Bio e XGen Venture Capital: si tratta di fondi ben capitalizzati che fanno in modo che le migliori startup fuoriuscite dal da Extend abbiano la possibilità di accedere a un’ulteriore capitale, oltre 200 milioni di euro tra i due fondi a oggi cumulati. Questi due fondi di fatto consentono alle migliori startup di provare a giocarsela fino in fondo, cioè di avere altri capitali per continuare la loro corsa».

Keypoints

  • Il Fondo Technology Transfer di CDP Venure Capital lavora essenzialmente con una duplice logica di investimento
  • Interviene sulle startup che arrivano dalla ricerca scientifica nella loro fase iniziale di sviluppo, anche quando sono ancora progetti di laboratorio
  • L’altro obiettivo è finanziare nuovi fondi di venture capital altamente specializzati sulle tecnologie di frontiera
  • I nuovi venture capitalist devono essere sempre più multidisciplinari: alle competenze finanziare e di mercato devono saper affiancare le competenze tecnologiche e scientifiche
  • I Poli Nazionali di Trasferimento Tecnologico sono una piattaforma multidisciplinare con l’obiettivo di creare massa critica di capitali e competenze
  • Extend è il Polo Nazionale di Trasferimento Tecnologico interamente dedicato al settore biofarmaceutico per lo sviluppo di nuovi approcci terapeutici

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