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Capita a tutti, prima o poi: ci si ammala in viaggio. Non in modo grave, ma abbastanza da rischiare di rovinare una vacanza attesa da mesi o un viaggio di lavoro importante. Trovare un medico o una medica che parli la nostra lingua e sia disponibile nell’arco di pochi minuti è, nella maggior parte dei casi, un’impresa.
Doctorsa nasce per risolvere esattamente questo problema.
Fondata a Roma da Nadia Neytcheva (CEO), e dal medico specialista in geriatria Francesco-Maria Serino (Chief Operating Officer), la startup connette chi viaggia e medici locali attraverso una piattaforma digitale che permette di avere una diagnosi e una prescrizione in meno di mezz’ora, 24 ore su 24, in oltre 40 paesi tra Europa, America Latina, Turchia e Sud-est asiatico.
Dalla clinica fisica aperta da Serino a Roma – fornitore sanitario per il quartier generale dell’ONU e punto di riferimento dell’International Association for Medical Assistance to Travellers (IAMAT) – alla piattaforma digitale globale, il percorso ha attraversato una pandemia, un rebranding e una focalizzazione strategica radicale.
Oggi Doctorsa conta 250mila pazienti assistiti, una rete di 550 medici e un posto nella Sifted 250 del 2025, la classifica delle startup europee a più alta crescita di fatturato e in Sifted 100: Southern Europe.
Doctorsa è la nostra startup del mese: della sua storia e della sua crescita ne abbiamo parlato con Nadia Neytcheva.
Da una clinica fisica a Roma a 250mila pazienti in oltre 40 paesi. Qual è stato il salto concettuale più difficile: convincere i medici a entrare in questa rete o convincere i pazienti a fidarsi di un medico che non hanno mai visto?
«In realtà i due passaggi sono avvenuti in maniera organica. La chiave è stata individuare quell’ambito della sanità in cui la telemedicina dà prestazioni migliori rispetto alla visita di persona: quello in cui rapidità e accessibilità sono elementi costitutivi della prestazione stessa. Un viaggiatore che non sta bene e deve organizzare una visita di persona può aspettare uno o due giorni. Con la telemedicina, in mezz’ora ha già una diagnosi e una prescrizione.
Dal lato dei medici, la diffidenza iniziale veniva dall’abitudine a visitare i pazienti in presenza. Dal lato dei pazienti, il sospetto nasceva anche dall’uso della telemedicina in ambiti in cui oggettivamente può fare poco. La svolta è stata comunicare con chiarezza cosa potevano ottenere dalla piattaforma, per intercettare chi aveva davvero un caso adatto alla telemedicina».
Lei ha vissuto da immigrata in Italia, ha studiato in un ambiente internazionale, ha lavorato a Boston. Doctorsa nasce da un’esperienza diretta di disorientamento sanitario all’estero o da un’intuizione di mercato?
«Entrambe le cose. Ho viaggiato molto e ci sono state occasioni in cui ho utilizzato servizi sanitari locali con esperienze variabili. A posteriori, in tutti quei casi avrei molto volentieri usato Doctorsa. C’è quindi una componente personale autentica. Ma c’è anche una lettura di mercato precisa: il viaggiatore internazionale che si trova a gestire una patologia non grave lontano dal proprio medico non era adeguatamente servito da nessuno. Quello spazio era libero».
Siete nella Sifted 250 del 2025 tra le startup europee a più alta crescita di fatturato. Può darci un’idea della traiettoria?
«Tre anni fa gestivamo meno di 20mila visite all’anno, con un fatturato inferiore ai 200mila euro. Nel 2025 abbiamo superato le 130mila prenotazioni, più del doppio rispetto all’anno precedente, con ricavi vicini al milione di euro. La metrica che guida le nostre attività è il numero di visite, perché è quella che ci dice davvero a quante persone stiamo risolvendo un problema concreto».
La compliance normativa è il nodo gordiano della telemedicina internazionale. Come gestite questa complessità su tante aree geografiche diverse?
«La logica delle norme è spesso la stessa in tutti i paesi: assicurare la sicurezza della prestazione. Ma l’applicazione varia enormemente. Prima di entrare in un nuovo mercato facciamo un’analisi approfondita del quadro normativo locale e lavoriamo a stretto contatto con i nostri medici per restare aggiornati. Il nostro approccio è deliberatamente prudente: anche dove la normativa locale consentirebbe prescrizioni più ampie, preferiamo criteri più restrittivi.
C’è poi sempre un livello di discrezionalità che appartiene al medico, che resta la persona responsabile di valutare caso per caso cosa è clinicamente appropriato. Spesso il suo ruolo non è fare la prescrizione, ma indirizzare il paziente verso le cure più adatte».
Quanto è già presente l’intelligenza artificiale nella piattaforma e dove state investendo per i prossimi anni?
«L’intelligenza artificiale è presente nella gestione pre-visita: passaggi automatizzati che riducono le frizioni operative e migliorano l’esperienza di paziente e medico. Tutto ciò che precede la visita e che può essere ottimizzato senza sacrificare valore clinico, lo stiamo progressivamente automatizzando. La parte clinica è invece interamente umana. I progressi in questo ambito li seguiamo con attenzione, ma chi usa Doctorsa deve sapere con certezza che vedrà un medico in carne e ossa».
La vostra rete conta 550 medici in oltre 40 paesi, con una valutazione media di 4,9 su 5. Come si selezionano i professionisti in contesti sanitari così eterogenei?
«C’è una prima valutazione formale: verifichiamo che i medici siano iscritti all’ordine del paese di riferimento e che non abbiano sospensioni in corso. Dopodiché c’è un colloquio strutturato su due dimensioni: le competenze linguistiche – tutti i nostri medici garantiscono l’inglese e la lingua locale, più altre che dichiarano – e la capacità di gestire un caso clinico in telemedicina.
Non basta saper fare medicina: bisogna saper fare medicina a distanza, riconoscere i segnali d’allarme attraverso uno schermo, rassicurare un paziente straniero. È una competenza specifica che non tutti i buoni clinici hanno automaticamente».
Nel 2026 puntate al B2B, alle partnership con aziende travel e multinazionali. Come cambia il modello rispetto al B2C diretto con cui avete operato finora?
«Finora ci siamo concentrati sull’utente finale, e questo ci ha permesso di costruire un prodotto solido. Ora vogliamo raggiungere quelle stesse persone anche attraverso i canali che già frequentano: aziende di viaggi, piattaforme di prenotazione, imprese con dipendenti in mobilità internazionale.
Molte di queste realtà vorrebbero garantire ai propri collaboratori accesso a un welfare sanitario adeguato quando sono all’estero, e al momento non hanno una soluzione strutturata. Noi ce l’abbiamo. Fra i mercati geografici prioritari ci sono gli Stati Uniti, da cui proviene già una quota significativa dei nostri utenti: ci scoprono in viaggio e continuano a usarci una volta tornati a casa».
Se dovesse indicare un’unica decisione che ha fatto la differenza per Doctorsa, quale sarebbe?
«La focalizzazione. Quello che ha cambiato la nostra traiettoria è stato concentrarci sull’unica cosa in cui potevamo dare il massimo valore: l’urgent care in telemedicina. All’inizio la piattaforma ospitava anche specialisti e visite di persona. Erano attività che funzionavano, ma non erano coerenti con una crescita globale.
Le abbiamo tagliate, contro il consiglio degli advisor, che suggerivano di tenere aperte più strade. In una startup la cosa più difficile è dire no alle opportunità interessanti. Ma da quando abbiamo fatto quella scelta, la crescita ha preso una direzione precisa».


