Venture capital, biotech e innovazione. Davide Turco (Italian Tech Alliance): «Servono incentivi efficaci, più investimenti istituzionali e un vero mercato unico europeo dell'innovazione»

Venture capital, biotech e innovazione. Davide Turco: servono incentivi efficaci, più investimenti istituzionali e un vero mercato unico europeo

di Anita Fiaschetti
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Anita Fiaschetti

Perché ne stiamo parlando
Tra incentivi in scadenza, incertezze normative e frammentazione europea, l’ecosistema italiano rischia di perdere competitività proprio mentre cresce la sfida globale sulle tecnologie del futuro. Biotech, medtech e terapie avanzate richiedono capitali pazienti e regole stabili.

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L’ecosistema italiano dell’innovazione si trova in una fase cruciale: la scadenza di alcuni incentivi fiscali, le incertezze normative e la difficoltà di attrarre capitali di lungo periodo rischiano di rallentare la crescita di startup e imprese deep tech. Un tema particolarmente rilevante per il settore life science, dove ricerca, sviluppo e accesso al mercato richiedono tempi lunghi e investimenti significativi.

Il punto è che l’innovazione corre veloce (o almeno dovrebbe), ma l’incertezza normativa e la burocrazia la frenano. Per esempio, il mancato rinnovo degli incentivi per chi investe in startup e Pmi innovative è una zavorra che rischia di spostare altrove i capitali. E per startup, scaleup e imprese ad alta intensità di ricerca, la disponibilità di capitale rappresenta una condizione essenziale per trasformare la conoscenza scientifica in prodotti, servizi e nuove terapie.

Dagli incentivi fiscali per gli investitori, fino al coinvolgimento dei fondi pensione nel venture capital, passando per la necessità di creare strumenti adeguati a sostenere il lungo ciclo di sviluppo delle life science, il dibattito è aperto. Ne abbiamo parlato con Davide Turco, presidente di Italian Tech Alliance e cofondatore e amministratore delegato di Indaco Venture Partners SGR.

Incentivi agli investimenti: «perderli sarebbe un errore»

Uno dei temi più urgenti riguarda il mancato rinnovo del credito d’imposta per chi investe in startup e Pmi innovative. «Sicuramente è un problema», osserva Turco. «Il meccanismo del credito d’imposta per gli investimenti in startup e Pmi innovative ha funzionato molto bene e ha incoraggiato soprattutto gli investimenti dei privati, in particolare dei business angels».

Secondo il presidente di Italian Tech Alliance, il valore di questi investitori va ben oltre il capitale apportato. «I business angels hanno un ruolo fondamentale perché, oltre alle risorse finanziarie, portano competenze, esperienza e relazioni. La loro presenza contribuisce alla crescita dell’intero ecosistema. L’incertezza normativa, però, rischia di rallentare il mercato e di spingere parte degli investitori a guardare oltre confine. È qualcosa che dobbiamo assolutamente evitare, soprattutto considerando che il mercato italiano è ancora meno sviluppato rispetto ad altri Paesi. Per questo Italian Tech Alliance ha chiesto al Governo di lavorare per ottenere una proroga della misura, rendendola nuovamente operativa. Abbiamo riscontrato comprensione rispetto alle ragioni che sosteniamo e c’è fiducia sulla possibilità di ottenere una proroga, auspicando anche una possibile retroattività a partire dall’inizio dell’anno».

Fondi pensione: «serve chiarezza per liberare nuove risorse»

Un secondo capitolo riguarda il coinvolgimento degli investitori istituzionali, a partire dai fondi pensione. La normativa introdotta con la legge sulla concorrenza rappresenta, secondo Turco, un passo avanti molto importante, ma necessita ancora di chiarimenti applicativi. «Parliamo di una misura che può consentire al venture capital italiano di compiere un salto dimensionale significativo. Anche una quota relativamente contenuta degli attivi degli enti previdenziali può generare volumi di investimento molto rilevanti».

Il problema riguarda soprattutto alcune incertezze interpretative. «Servono linee guida che chiariscano aspetti fondamentali della norma. Alcuni dubbi sono stati risolti grazie a una risposta dell’Agenzia delle Entrate, ma restano questioni aperte che rischiano di limitarne l’efficacia». Per l’ecosistema dell’innovazione il tema è strategico. «Abbiamo molto bisogno di queste risorse perché sono quelle che consentono di aumentare la capacità di investimento in startup, scaleup e nuove tecnologie».

Life science: «servono investitori pazienti e nuovi modelli di finanziamento»

Se c’è un settore in cui il tema del capitale assume un’importanza cruciale, è quello delle life science. Dallo sviluppo di una nuova terapia alla validazione di un dispositivo medico, i tempi di ricerca, sperimentazione e accesso al mercato sono molto più lunghi rispetto ad altri comparti dell’innovazione tecnologica. Per questo, secondo Turco, le misure necessarie per rafforzare il venture capital italiano diventano ancora più strategiche per biotech, medtech e terapie avanzate. «Per far arrivare più capitali è fondamentale che gli incentivi funzionino e che si creino le condizioni per attrarre investitori di lungo periodo».

Accanto al tema della raccolta di risorse emerge però anche quello delle exit, passaggio essenziale per alimentare un ciclo virtuoso di investimenti. «In Europa continuiamo a fare fatica sul fronte delle quotazioni. Molte aziende che hanno grandi ambizioni finiscono per guardare al Nasdaq. È uno degli aspetti sui quali occorre lavorare per rendere più competitivo l’ecosistema europeo dell’innovazione».

Proprio per rispondere alle esigenze di settori caratterizzati da orizzonti temporali lunghi, stanno emergendo nuovi modelli di investimento come gli Evergreen Fund, che non hanno una scadenza predefinita, o i Continuation Fund, che consentono di accompagnare più a lungo nuove terapie e nuovi dispositivi fino alla commercializzazione e alla fase di crescita.

Nonostante le criticità, il presidente di Italian Tech Alliance vede segnali incoraggianti per il comparto italiano delle scienze della vita. «Il biotech italiano ha già attirato capitali significativi, sia da fondi nazionali sia da investitori internazionali. C’è molto interesse verso le tecnologie sviluppate nel nostro Paese e questo dimostra che la qualità della ricerca e dell’innovazione italiana è riconosciuta anche all’estero».

Le priorità per il futuro: «più capitale, più incentivi, più talenti»

Quali sono allora le misure che potrebbero rafforzare davvero l’ecosistema italiano dell’innovazione? Turco individua tre priorità.

«La prima riguarda il rafforzamento degli incentivi mirati agli investimenti istituzionali: bisogna chiarire e rafforzare gli incentivi per gli enti previdenziali e ampliare queste misure anche ad altri investitori istituzionali come assicurazioni, fondazioni e banche. Nella stessa direzione la seconda, il credito d’imposta, che con diverse declinazioni può diventare uno strumento importante non soltanto per favorire gli investimenti anche di privati e corporate nelle startup e auspicabilmente nei Fondi VC, ma per sostenere ricerca e sviluppo e incentivare le assunzioni. Un tema particolarmente rilevante in un Paese che soffre ancora di un elevato costo del lavoro qualificato; se riuscissimo ad agevolare startup e scaleup da questo punto di vista, faremmo qualcosa di molto importante. La terza priorità riguarda la creazione di un mercato dei capitali più grande ed efficiente per le imprese tecnologiche. Dobbiamo costruire una sorta di Nasdaq europeo».

Secondo Turco, la posta in gioco non riguarda soltanto la crescita economica. «L’Italia sta formando talenti, ricercatrici e ricercatori, laureati e laureate STEM che dobbiamo riuscire a trattenere. Se non sviluppiamo qui le tecnologie e le imprese innovative, rischiamo di finanziare la formazione di persone che poi andranno a lavorare altrove».

Mercato unico europeo: «la direzione è giusta, ma non basta»

Guardando all’Europa, la Commissione europea punta a realizzare un mercato unico dell’innovazione entro il 2028. Un annuncio ambizioso che, secondo Turco, rappresenta un segnale positivo ma ancora insufficiente. «È sicuramente un primo passo nella direzione giusta e va accolto con favore. Tuttavia, bisogna ancora capire come queste misure verranno concretamente implementate».

Il riferimento è in particolare al cosiddetto “28esimo regime“, che dovrebbe consentire alle startup di operare secondo un quadro normativo armonizzato a livello europeo. «Oggi non esiste ancora un vero mercato unico. Le regole continuano a essere diverse da Paese a Paese, sia per quanto riguarda la regolamentazione sia per quanto riguarda i mercati dei capitali, dei beni e dei servizi. Nelle life science questa frammentazione è particolarmente evidente. Anche quando si ottengono autorizzazioni a livello europeo, restano poi passaggi nazionali che trasformano il mercato in 27 sistemi differenti. Negli Stati Uniti il mercato è uno solo; in Europa la frammentazione continua a rappresentare un ostacolo significativo».

Per Turco, dunque, «è apprezzabile che sia stato compiuto un primo passo. Ma, per rendere davvero competitivo l’ecosistema europeo dell’innovazione, bisogna fare molto di più».

Keypoints

  • Il credito d’imposta per startup e PMI innovative ha favorito gli investimenti dei business angel e dovrebbe essere prorogato e rafforzato.
  • I fondi pensione possono diventare una fonte decisiva di capitale per il venture capital, ma servono chiarimenti normativi.
  • Biotech e medtech necessitano di investitori pazienti e strumenti finanziari adatti a cicli di sviluppo lunghi.
  • Le priorità per l’Italia sono più investimenti istituzionali, incentivi a ricerca e assunzioni e un mercato dei capitali più efficiente.
  • Il mercato unico europeo dell’innovazione è un obiettivo condivisibile, ma la frammentazione normativa resta un ostacolo concreto soprattutto nelle life science.

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