John Maraganore (ex Ceo Alnylam): “Oggi le Life science vivono un nuovo rinascimento; le start up ne guidano l’innovazione, ma vanno gestite con competenza”

di Angelica Giambelluca
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Angelica Giambelluca

Perché ne stiamo parlando
Le start up sono centrali nel portare avanti l’innovazione nelle scienze della vita, ma non basta una bella idea per dare gambe a un progetto. Abbiamo voluto capirne di più sentendo un esperto del settore, che 20 anni fa ha fondato una start up che oggi conta 1.600 dipendenti in quasi 20 paesi, partendo da un’ipotesi terapeutica che si è rivelata rivoluzionaria.

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Con John Maraganore, classe 1962, ex Ceo Alnylam, ricercatore in biologia e inventore di farmaci basati sulla tecnologia dell’RNA interference (RNAi), considerato oggi un mentore nel campo delle biotecnologie, abbiamo parlato di come il settore Life science stia vivendo forse il momento più elettrizzante di sempre. E naturalmente di start up, del loro ruolo pivotale nell’innovazione delle scienze della vita e di quella cosa che tutti temono e pochi ne hanno capito il valore: il fallimento come occasione di apprendimento. Ma c’è fallimento e fallimento.

CEO di Alnylam e pioniere nell’utilizzo dell’interferenza dell’RNA per trovare nuove cure, John Maraganore ricercatore biologo, classe 1962, americano di origine greche, è oggi considerato un mentore per i leader emergenti dell’industria biotecnologica.

La sua carriera è iniziata come ricercatore post-dottorato, per poi diventare un senior scientist presso Zymogenetics a Seattle. Dal 1987 al 1997 ha ricoperto vari ruoli presso Biogen a Cambridge, Massachusetts, tra cui quello di direttore della ricerca biologica e del mercato e dello sviluppo aziendale. Durante il suo periodo presso Biogen, ha inventato la bivalirudina, un inibitore diretto della trombina.

Dal 2002 al 2021, Maraganore è stato CEO e membro del consiglio di amministrazione di Alnylam Pharmaceuticals, dove ha guidato gli sforzi per sviluppare terapie basate sull’interferenza RNA, portando alla commercializzazione i primi quattro farmaci di questo tipo: patisiran e vutrisiran, per trattare l’amiloidosi ereditaria da transtiretina; givosiran, per la porfiria epatica acuta e lumasiran, per l’iperossaluria primitiva di tipo 1.

Dopo la sua partenza da Alnylam, Maraganore è diventato il principale di JMM Innovation, LLC, dedicato alla promozione di medicine trasformative per i pazienti. Lavora anche come Venture Partner per Arch Ventures e Atlas Ventures, tra molti altri ruoli consultivi e di leadership.

È stato presidente della Biotechnology Innovation Organization dal 2017 al 2019 ed è attualmente membro del consiglio e del comitato esecutivo. Oltre a questo, è direttore di diverse fondazioni e organizzazioni dedicate all’innovazione nel settore delle scienze della vita e alla lotta contro malattie specifiche.

Gli abbiamo chiesto una panoramica sul settore e qualche consiglio utile per chi oggi vuole lanciarsi in questo campo.

In base alla sua esperienza, qual è il settore dell’industria Life science che ha attirato il maggior numero di investimenti negli ultimi anni e quali investitori chiave ritiene che abbiano guidato questa crescita?

C’è un forte interesse per tecnologie come l’editing genico o le terapie a base di RNA, come l’mRNA messaggero, ma anche per tecnologie come l’interferenza dell’RNA, che è la tecnologia che ho costruito in Alnylam; quindi, è chiaramente un momento interessante perché alcune di queste nuove tecnologie davvero importanti sono di grande impatto per lo sviluppo di nuovi farmaci: il caso dell’mRNA lo abbiamo visto per i vaccini, ci ha salvato dalla pandemia di Covid-19. Tra gli investitori chiave che hanno guidato il settore negli Stati Uniti ci sono investitori istituzionali consolidati come Fidelity, Wellington, T.Rowe Price, ma anche società private come ARCH Ventures,  Atlas Ventures e altre ancora. Oggi il contesto dei capitali è molto difficile, i mercati, a causa dell’inflazione elevata, sono un po’ più difficili per le biotecnologie, ma abbiamo già visto questo tipo di cicli.

E infatti ora il ciclo è negativo, gli investimenti di venture capital nel biotech in effetti stanno rallentando, dobbiamo preoccuparci?

No, non dobbiamo preoccuparci, credo che dobbiamo solo essere consapevoli che questo momento è difficile per molte biotecnologie. Nel 2000, quando è scoppiata la “Dot-com Bubble” (la bolla di Internet: a marzo 2000 l’indice NASDAQ iniziò a crollare dopo anni di intensa crescita, polverizzando l’80% del valore del listino e mandando in rovina molte start up tecnologiche, ndr) ci sono voluti otto anni prima che le cose tornassero allo stesso livello, ma non ci sono voluti otto anni prima che le aziende potessero raccogliere fondi e andare a fare un’IPO (Initial Public Offering), ma tre-quattro anni (In Europa c’è voluto più tempo, ndr), quindi credo che nei prossimi anni gli investimenti torneranno a crescere.

Negli Stati Uniti si è abituati alla collaborazione tra università, industria e governo, esperienza difficile da attuare qui in Italia: può portarci qualche buon esempio di questa collaborazione?

Un buon esempio è quello che abbiamo fatto in Alnylam, quando abbiamo avviato l’azienda: abbiamo avuto collaboratori accademici al MIT (Massachusetts Insitute of Technology), al Whitehead Institute e a Max Planck in Germania (quindi anche in Europa!), abbiamo preso in licenza la proprietà intellettuale da queste università e alla fine siamo stati in grado di costruire Alnylam sulla base dei brevetti realizzati, ma abbiamo anche collaborato molto attivamente con ricercatori accademici di tutto il mondo con la nostra ricerca iniziale per trovare il modo di sviluppare nuove terapie utilizzando l’interferenza dell’RNA. Sono stato coinvolto in altre aziende che hanno avuto collaborazioni e brevetti in licenza dall’Italia, perché nel vostro paese sono in corso importanti ricerche e spesso questi rapporti accademici possono essere importanti per le aziende di biotecnologia.

Oggi i ricercatori devono affrontare più sfide rispetto al passato?

Penso che i finanziamenti per la ricerca accademica continuino a essere impegnativi e molto competitivi negli Stati Uniti: il budget del National Institutes of Health (il sistema sanitario nazionale statunitense, ndr) è aumentato negli ultimi due anni, quindi è migliorato un po’. Non so quale sia la situazione in Italia e nel resto d’Europa ma, comprensibilmente, a causa della pandemia e dei vincoli sui bilanci dei governi, ora è un po’ più difficile trovare i finanziamenti giusti, ma i soldi, per le idee migliori, si trovano sempre. Questa è la cosa importante: mantenere il flusso di capitale verso le idee migliori.

Oggi la ricerca su cosa dovrebbe puntare: soddisfare un’esigenza clinica, o puntare sulla ricerca di base?

Entrambi gli aspetti sono importanti, ma sono portati avanti in contesti differenti. In un’azienda Life science la ricerca punta a dare risposta a un’esigenza medica insoddisfatta, In ambito accademico invece non è sempre così. Ci sono ricercatori universitari che si concentrano su nuovi farmaci per il cancro o su nuovi approcci per gli antivirali che potrebbero essere utilizzati per le future pandemie, altri invece portano avanti la ricerca di base, magari per scoprire nuovi meccanismi biologici. Sono necessari entrambi i tipi di ricerca. Credo che per la sostenibilità e il futuro dell’innovazione sia importante investire sempre in alcune idee approcci di base slegati da esigenze non soddisfatte o da scopi clinici.

Oggi stiamo assistendo a un vero e proprio rinascimento della scienza e della medicina e credo che la qualità della scienza dei ricercatori accademici e delle aziende sia ai massimi livelli di sempre.  È incredibile quello che si può fare ora e sono molto ottimista sul futuro di come la scienza possa portare a nuovi farmaci e nuove cure in modi prima impossibili. Continuiamo ad assistere a importanti scoperte per trattare neoplasie, anche rare e condizioni come l’obesità, difficili da trattare, oggi si possono curare con farmaci davvero efficaci. Siamo davvero in una fase molto eccitante della medicina.

Parliamo di start up: nel mondo Life science sono fondamentali, ma alcune falliscono: perché succede e come possiamo aiutare le startup a non fallire?

Credo che uno dei motivi per cui le startup falliscano sia che l’idea scientifica alla base non funziona per qualche motivo e questo può capitare, perché se non si cerca di esplorare i confini di come la scienza può portare a nuovi farmaci non si farà mai nulla, non si troveranno mai nuovi trattamenti; quindi, è accettabile e il fallimento in questo senso è un’occasione di apprendimento. Un altro motivo per cui le start up falliscono è perché non hanno le competenze per andare avanti nella costruzione del business. E questo secondo tipo di fallimento io lo accetto meno del primo. Va bene fallire perché l’idea scientifica di partenza non funziona, capisco meno il fallimento causato dall’incompetenza gestionale: per questo dobbiamo assicurarci di formare gli imprenditori e gli innovatori delle start up. Dobbiamo impegnarci a formare la prossima generazione di CEO e di leader della ricerca che vogliono lavorare nelle start up”.

Anche perché oggi sono loro a portare la vera innovazione in Life science, giusto?

È un’affermazione molto forte: oggi una BigPharma può portare molta innovazione, ma è vero che alcune delle più grandi innovazioni provengano dalle piccole startup. Se si guarda al numero di approvazioni da parte della FDA statunitense nell’ultimo decennio, quasi il 60- 65% di tutti i farmaci che vengono approvati oggi provengono da startup biotecnologiche. Ora, l’industria farmaceutica genera ancora il 35/40%, quindi l’apporto all’innovazione resta importante, ma la proporzione è molto diversa da quella di molto tempo fa.

Questo succede perché oggi, in un’organizzazione strutturata e di grandi dimensioni, l’innovazione deve passare da diversi percorsi e processi, non ci sono percorsi agili come quelli presenti in una piccola start up, il cui lavoro è solo quello di concentrarsi sull’innovazione.

Cosa consiglierebbe a una persona che vuole fondare una start up nel settore Life science?

La mia prima raccomandazione è di assicurarsi di concentrarsi su un’idea scientifica solida e che la qualità scientifica attorno alla quale si costruisce la startup sia estremamente elevata. Numero due: assicurarsi di coinvolgere persone esperte o, se si è appena partiti, di coinvolgere consulenti o membri del consiglio di amministrazione molto esperti, che possano aiutare a gestire la raccolta di fondi, a far progredire la scienza, che sappiano come farlo, che l’abbiano già fatto. Ci vuole esperienza e competenza.

Queste sono le mie due raccomandazioni e aggiungerei: non avere paura del fallimento, perché il fallimento è naturale e la sua conseguenza non è il disastro, ma l’apprendimento.

Keypoints

  • Ci sono grandi opportunità di investimento in tecnologie come l’editing genetico e le terapie a base di RNA.
  • Gli investimenti di venture capital nel biotech stanno rallentando, ma sono cicli già visti, e presto riprenderanno a crescere.
  • La collaborazione tra università e industria è fondamentale: Alnylam è riuscita a crescere grazie a questa collaborazione per sviluppare nuove terapie basate sull’interferenza dell’RNA
  • Sia la ricerca di base sia quella applicata sono necessarie per l’innovazione e il futuro delle scienze della vita.
  • Alcune start up falliscono a causa dell’insuccesso delle idee scientifiche alla base, ma questa è un’occasione di apprendimento.
  • Al contrario, il fallimento dovuto a incompetenza gestionale è meno accettabile: occorre affidarsi ad esperti e dedicare risorse alla formazione dei CEO e ricercatori startupper di domani

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