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Storie di fallimenti imprenditoriali: la vicenda di Call9 come l’ha raccontata il fondatore Tim Peck

Perché ne stiamo parlando
Il resoconto del tracollo di un’azienda che sembrava avere enormi potenzialità nell’ambito della transizione digitale del settore sanitario è un’occasione per analizzare gli errori commessi e – magari – evitare che vengano ripetuti da altri imprenditori e investitori. A partire dalla frenesia di espandersi.

Storie di fallimenti imprenditoriali: la vicenda di Call9 come l’ha raccontata il fondatore Tim Peck

Era il 2019 quando Call9, una promettente e giovanissima azienda innovativa statunitense specializzata nella telemedicina e impegnata nel fornire assistenza da remoto ai pazienti con un bisogno di supporto continuativo, esaurì i propri fondi e fu costretta a dichiarare il fallimento. La startup aveva come mission promuovere lo sviluppo della transizione digitale in ambito health, tutelare gli anziani vulnerabili e utilizzare l’innovazione tecnologica per migliorare la qualità di vita delle persone in difficoltà. Ma come mai, nonostante questi ottimi propositi e un modello di business promettente, l’azienda è fallita dopo soli 4 anni dalla sua fondazione? Altrettanto interessante è analizzare il motivo per cui nessuno, di fatto pochi mesi prima dell’arrivo della pandemia di Covid-19 e dell’exploit della telemedicina, sembrava essere realmente interessato a investire in uno dei mercati che di lì a poco si sarebbe dimostrato strategico ed essenziale per il sostentamento dei sistemi sanitari.

Di recente è tornato sull’argomento il fondatore di Call9, il medico Timothy (Tim) Peck, convinto che i suoi errori e quelli dei suoi collaboratori possano essere d’aiuto per altri investitori e imprenditori del mondo health. “Alla fine, Call9 è solo un arco narrativo all’interno della mia storia di vita più ampia. La parte identitaria della mission non è fallita, anzi: continua a diventare sempre più grande”, ha sottolineato. Del resto (e non è un’informazione trascurabile) oggi Peck è entrato nel mondo della politica, con l’obiettivo dichiarato di promuovere l’adozione della telemedicina su larga scala. Tanto che il fallimento della sua startup può quasi essere considerato un nuovo punto di partenza.

Storie di fallimenti imprenditoriali: la vicenda di Call9 come l’ha raccontata il fondatore Tim Peck
Tim Peck, fondatore di Call9

Servizi per la sanità dalle enormi potenzialità

Call9 è stata fondata nel 2014 per offrire un servizio innovativo capace di rispondere a un bisogno specifico dei pazienti e dei loro caregiver: invece di dover fare ricorso ai servizi di emergenza, grazie all’utilizzo di un tablet e di alcuni tool specifici era possibile mettersi in contatto con un medico direttamente dalla propria abitazione, così da ricevere i consigli necessari senza la necessità di esporsi al rischio di un ingresso in ospedale. L’idea apparve fin da subito vincente e con prospettive di sviluppo allettanti, anche perché allora nessuno offriva un servizio di telemedicina con caratteristiche analoghe.

L’utilizzo di Call9 era considerato un ottimo investimento anche per la sostenibilità dei sistemi sanitari: ogni volta che il ricorso alla telemedicina evitava un ingresso in ospedale, si sarebbero risparmiate svariate migliaia di euro. Anche la presenza di un team di lavoro multidisciplinare e appassionato – così lo ricorda Peck – sembrava potesse essere la chiave per una rapida crescita e lo sviluppo di ulteriori servizi digitali di assistenza sanitaria. Infine, ma non per importanza, in quegli anni la salute digitale era considerata un settore dalle enormi potenzialità e attirava di per sé un buon numero di imprenditori. Del resto, pure l’azienda stessa aveva sempre ottenuto grande successo nella raccolta fondi, anche se questo poi (spoiler) non accadde nel momento di reale difficoltà.

Il Covid-19 e il ruolo della politica

Facendo riferimento alle informazioni pubblicate sul sito web della società, nel corso della sua storia Call9 ha raccolto in tutto circa 34 milioni di dollari da investitori, ha condotto più di 142mila visite di telemedicina e ha trattato oltre 11mila pazienti. Numeri impressionanti e in contraddizione con il rapido declino che la società ebbe tra il 2018 e il 2019, con finanziatori e sponsor completamente disinteressati a salvare la società.

Negli ultimi mesi prima del fallimento di Call9, infatti, nessun investitore sembrava veramente interessato a sostenere l’idea di Peck. Un’altra delle innovazioni di Call9 era che i medici non venivano pagati con una tariffa oraria o per singola visita, ma ricevevano un compenso sulla base della soddisfazione del paziente. Insomma, se il malato riteneva di non avere ricevuto le migliori cure, o pensava che il medico non lo avesse aiutato a sufficienza, poteva pagare una tariffa ridotta o addirittura scegliere di non pagare affatto. Ovviamente, pur essendo potenzialmente un meccanismo valido e utile per rafforzare il rapporto di fiducia tra medico e paziente, questo modello operativo value cared based faceva affidamento sulla correttezza dei pazienti e presentava perciò dei rischi: probabilmente negli Stati Uniti i tempi non erano ancora maturi perché questo tipo di approccio fosse accettato e apprezzato nella sua complessità.

A distanza di qualche mese dal fallimento gli investitori si sono probabilmente pentiti della scelta: con la rapida diffusione del virus Sars-Cov-2 e la morte prematura di moltissimi anziani vulnerabili, il servizio di Peck avrebbe ottenuto grande slancio. Proprio in quel periodo si sono infatti rafforzati tutti i servizi di telemedicina, per evitare il collasso delle strutture sanitarie e per garantire l’assistenza a chi ne aveva necessità. Ma anche a prescindere dalla contingenza della pandemia, secondo l’imprenditore l’evoluzione della sanità digitale è fortemente influenzata dai cambiamenti politici e dalle scelte governative di accelerare l’adozione della telemedicina, come è avvenuto con il cosiddetto Rush Act. Il fallimento di numerosi imprenditori impegnati nello sviluppo delle terapie digitali era dovuto all’impossibilità di fare penetrare rapidamente nei sistemi sanitari nazionali le proprie innovazioni, vanificando gli sforzi e gli investimenti fatti.

Di fatto era molto complesso, per piccole aziende e startup, portare avanti una rivoluzione sanitaria rapida, perché il mercato di riferimento non era ancora pronto ad accettarla. Come ha sottolineato Rebecca Mitchell, investitrice in digital health ed ex operatrice presso aziende del settore che ha seguito da vicino il caso Call9: “È di gran lunga preferibile avere un modello di business che funzioni oggi e un piano credibile che ti porti verso una maggiore qualità dei ricavi e un’espansione dei margini nel tempo. In poche parole, evitare di fare il passo più lungo della gamba”. Del resto, non si può di certo dire che il servizio di telemedicina proposto da Peck fosse poco utile per la salute dei pazienti o non economicamente virtuoso per il sistema sanitario nazionale. Eppure, qualcosa non ha funzionato.

Il fallimento come punto di partenza

I fondatori di startup il più delle volte cercano di evitare il tema del fallimento, e anzi sono alla ricerca quasi ossessiva del successo. Al contrario, Peck ha deciso di parlare apertamente dell’accaduto e del suo stato d’animo in tutte le fasi del percorso, cercando di portare un racconto utile per gli altri imprenditori. Un errore che c’è stato, e che lo stesso imprenditore ammette con la consapevolezza maturata in questi ultimi anni, riguarda la scarsa pazienza del suo team di lavoro nell’attendere che il servizio prodotto si inserisse nel sistema sanitario e nel mercato economico.

A volte, per esempio, nonostante la consapevolezza del grande valore creato e messo a disposizione, “può essere necessario fare un passo indietro, riconoscere le esigenze degli investitori e rallentare, senza dover necessariamente ottenere tutto subito”, ha spiegato Peck. Forse, proprio il tentativo di entrare nelle case di cura e provare e trasformare un sistema che permaneva da anni è stata un’arma a doppio taglio, che ha determinato un esborso in denaro e una progressiva disaffezione degli investitori. Al fallimento di Call9 ha probabilmente contribuito anche il tentativo di svilupparsi rapidamente, espandendosi anche nel sistema sanitario del cuore di New York, senza avere consolidato i risultati già ottenuti in precedenza nell’area di Brooklyn.

Oggi però, a 5 anni dal fallimento, tutta la vicenda viene osservata da una prospettiva più ampia, e la chiusura di Call9 sembra essere un punto di partenza per un nuovo inizio. Per sottolineare la volontà di voltare pagina, Peck ha deciso di candidarsi al Congresso, convinto che la politica possa essere fondamentale per promuovere l’imprenditorialità e lo sviluppo nell’ambito della salute digitale.

Keypoints

  • Tim Peck ha parlato apertamente, a distanza di alcuni anni, del fallimento della startup che aveva fondato, Call9
  • Tra gli errori commessi spicca la fretta di ottenere il successo e di inserirsi in più mercati contemporaneamente
  • Consolidare i risultati ottenuti, ha detto Peck, è essenziale prima di cercare di ampliarsi a livello geografico ed economico
  • Il modello di business value cared based era potenzialmente valido, ma non adatto al contesto in cui è stato proposto
  • Avere un prodotto o servizio valido (e potenzialmente virtuoso) di digital health non basta a garantirsi l’appoggio degli investitori
  • Tim Peck non ha abbandonato il desiderio di impegnarsi nello sviluppo della telemedicina: per questo si è candidato al Congresso

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