Healthtech, l’Italia cresce ma non sfonda: nella Top 30 europea solo MMI Medical Microinstruments

Healthtech, l’Italia cresce ma non sfonda: nella Top 30 europea solo MMI Medical Microinstruments

di La Redazione
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Perché ne stiamo parlando
Nel ranking per capitali raccolti in Ue stilato da Galen Growth solo un’italiana, MMI. Per il cofounder Massimiliano Simi il problema è la scarsità di capitali. Beverina (Panakès Partners): ma, perlomeno, «l’Italia continua a crescere».

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La fotografia della società di data analysis Galen Growth sui 30 round più finanziati dell’healthtech europeo racconta un Vecchio Continente molto vivace, ma con l’Italia che, seppur in recupero, è ancora quasi assente dai ranking che contano. Tra le startup che hanno raccolto di più nel 2025 compare infatti una sola realtà italiana, Medical Microinstruments (MMI), attiva nella robotica per la microchirurgia, al 18esimo posto con 226 milioni di dollari raccolti, molto lontana dal podio occupato dalla finlandese Oura (1,38 miliardi di dollari, anello smart per il monitoraggio di parametri biologici), dall’inglese CMR Surgical (1,36 miliardi, robot chirurgici) e dalla francese Doctolib (874 milioni, app per prenotare visite mediche).

Risorse limitate

«Per noi questo risultato è sicuramente motivo di orgoglio, ma è anche lo specchio di un limite strutturale dell’Italia», commenta il co‑fondatore e Global Vice President R&D di MMI, Massimiliano Simi. Nel nostro Paese «le risorse sono limitate» e «purtroppo manca ancora una credibilità internazionale verso l’ecosistema italiano», tanto che «non c’è fiducia nel sistema Italia, seppur ci sia una piena conoscenza e rispetto della nostra professionalità».

Secondo Simi, tuttavia, proprio la scarsità di risorse ha spinto realtà come MMI a sviluppare una forte capacità di execution. «Con le risorse a disposizione che abbiamo in Italia tendiamo a essere molto flessibili e resilienti, sappiamo destreggiarci forse più di altri nel contesto in cui operiamo», combinando «efficienza, ottimizzazione e un certo ottimismo, nonché la capacità di trovare vie alternative per arrivare allo stesso risultato».

Quando però si alza l’asticella dei capitali necessari, «una società come la nostra che voglia crescere deve necessariamente uscire dall’Italia e guardare quantomeno all’Europa, ma anche agli USA come abbiamo fatto noi negli ultimi round», perché su scala solo nazionale «è molto difficile competere».

Non solo raccolta

Il problema, dunque, è anche la dimensione. E su questo l’Italia sconta una partenza ritardata (il primo Startup Act è del 2012) che però sta cercando di recuperare. «Nel 2014 – ricorda Alessio Beverina, co‑founder e partner di Panakès Partners – sono stati investiti 4 milioni in startup life science in Italia, nel 2024 erano circa 300 milioni e credo che nel 2025 supereremo questa cifra», dati che mostrano che «siamo piccoli, però stiamo crescendo rapidamente».

In generale è l’ecosistema venture domestico a registrare numeri incoraggianti: nel 2024 in Italia sono stati investiti circa 1,5 miliardi di euro in 417 round, in crescita del 28% sul 2023, con un numero di startup life science in aumento (nel primo semestre 2025 le startup e pmi innovative nelle Life Science erano circa il 13% del totale, contro il 12,25% del primo semestre 2024). Nel merito della classifica, per Beverina i mega‑round indicano la presenza di «società in cui gli investitori credono e supportano continuamente il loro bisogno di capitale per lo sviluppo successivo».

Nel panorama italiano non hanno sede scaleup di queste dimensioni ma, ricorda il manager, esistono molte altre realtà che «hanno raccolto meno ma vanno estremamente bene dal punto di vista commerciale o clinico» e non compaiono nei ranking. Per l’investitore, infatti, «guardare solamente il fundraising come sinonimo di successo può essere fuorviante»: occorre valutare anche l’impatto sul mercato.

Qui entra in gioco il ruolo che potrebbe avere il settore pubblico come “cliente di riferimento”. Beverina cita il caso francese. «La Francia ha fatto una scelta chiara concentrando le risorse su alcune società, fra le quali non a caso Doctolib, per consentire la crescita di campioni nazionali. Qualcosa di simile sarebbe decisamente molto utile anche in Italia».

MMI, i prossimi passi

Medical Microinstruments sviluppa un sistema robotico per la microchirurgia che consente di operare su strutture anatomiche estremamente piccole con una precisione impossibile a mano libera ed è oggi uno dei player di riferimento nella robotica per il linfedema e altre procedure super‑specialistiche.

Guardando ai prossimi passi, Simi spiega che la priorità assoluta è «installare sistemi negli ospedali di tutto il mondo e aiutare a crescere la frequenza di utilizzo così come le applicazioni d’uso, capitalizzando una base scientifica ormai ampia, con «decine di pubblicazioni indipendenti che dimostrano il valore della nostra tecnologia, soprattutto per i pazienti».

Sul fronte R&D, il team ha appena lanciato due nuovi prodotti certificati in Europa e Stati Uniti ed è al lavoro su una gamma crescente di strumenti per ampliare le applicazioni cliniche, con particolare attenzione alle nuove indicazioni emergenti – dalla chirurgia linfatica a studi sperimentali in ambito neurologico – che potrebbero aprire un mercato ancora più vasto per la piattaforma robotica dell’azienda.

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