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Fino a cinque anni fa Alberto Onetti, presidente di Mind the Bridge, una piattaforma di Open Innovation che promuove un ecosistema imprenditoriale globale e sostenibile, unendo startup e aziende per favorire la crescita di tutte le parti e apportare nuovo valore alle imprese attraverso l’innovazione, doveva spiegare alle aziende italiane cose fosse l’open innovation e perché farla. Oggi si dedica a spiegare come farla al meglio. L’open innovation prevede che le imprese non si basino esclusivamente sulle proprie idee e risorse interne, ma si aprano anche a idee, soluzioni, strumenti e competenze tecnologiche provenienti dall’esterno, soprattutto da startup, università, istituti di ricerca, fornitori, inventori, programmatori e consulenti. Parallelamente, tale approccio all’innovazione richiede una riconsiderazione dei processi aziendali e delle competenze professionali, nel contesto di una cultura interna in trasformazione. Qualcosa sta succedendo anche da noi. Un cambio di passo significativo che fa capire come il nostro paese, con un ritardo mostruoso rispetto agli altri big europei e d’oltreoceano, abbia deciso alla fine di darsi una mossa, anche grazie all’azione propulsiva di acceleratori e soggetti come CDP. Ma l’open innovation si fa bene in aziende grandi e strutturate, e con le piccole si fa un po’ più fatica, anche se con le collaborazioni giuste, tutto è possibile.
Alberto Onetti, professore di Entreprenuership all’Università dell’Insubria di Varese ove coordina il master internazionale GEEM. Ha una vasta esperienza nella creazione e gestione di progetti di innovazione aperta (venture client, venture builder, intrapreneurship, CVC) con grandi aziende multinazionali, nonché consulenza e formazione in materia.
In occasione della prima giornata di We Make Future, Onetti ha partecipato allo stage internazionale Future of Open Innovation & VC, all’interno di un panel dedicato ai modelli più comuni di collaborazione tra aziende affermate e startup, inclusi venture client e venture building.
A margine di questo evento ci ha raccontato come è andata e come si sta muovendo l’innovazione nel nostro paese, che sconta un ritardo mostruoso rispetto agli altri big europei.
Professore Onetti, quali sono i principali strumenti di open innovation che hanno oggi a disposizione le aziende?
Le modalità di collaborazione con le startup sono molteplici da parte delle aziende.
C’è la modalità della collaborazione commerciale strategica, un modello che si chiama Venture client, e dove l’ azienda diventa cliente della startup. Questa è un po’ la modalità più utilizzata.
Un altro strumento è il cosiddetto Corporate Venture Capital, vale a dire la possibilità per una corporate di andare a investire in startup, entrare nel capitale fino, quando siamo in presenza di un’elevata consulenza strategica, all’acquisizione della stessa.
Ci sono poi altre modalità che lavorano in termini di co-innovazione e possono prevedere o non prevedere le start up, ad esempio il Venture Builder, dove l’azienda lavora su un nuovo progetto innovativo con la classica modalità di ricerca e sviluppo, ma con modalità che prevedono interazioni molto veloci.
C’è poi l’Intrapreneurship, dove si lavora coi propri dipendenti per cercare di identificare delle potenziali aree di innovazione dell’azienda. In questo caso l’origination non viene dal top management, come nel Venture builder, ma dai dipendenti; se poi saltano fuori idee interessanti, queste confluiscono nel Venture builder.
Queste sono le diverse frecce che stanno nell’arco dell’open innovation di una grande azienda. E le aziende, quelle grandi, le hanno quasi tutte.
Ma l’Italia è un paese fatto di piccole aziende, come fanno queste a fare open innovation?
Oggi le grandi aziende italiane fanno open innovation molto di più rispetto al passato, ma fino a cinque anni fa le cose erano molto diverse. Oggi, finalmente le grandi aziende hanno capito che non si può innovare in casa, ma occorre innovare in modo aperto coinvolgendo questi veicoli di innovazione che sono le start up.
Ci sono stati dei precursori, come Enel, Eni, dei giganti, ma diciamo tutte le aziende sopra il miliardo di fatturato, tendenzialmente chi prima chi dopo, si stanno mettendo in pista. Il punto è che l’Italia non è il paese delle grandi aziende, ma delle medie e delle piccole.
E non è neanche un paese innovatore, giusto?
Bisogna analizzare il tema su due fronti. Il primo problema è che oggi l’ innovazione è un circolo globale, non è un circolo nazionale, ci sono dei cluster di innovazione e purtroppo the world is not flat: non è un mondo in cui l’innovazione è distribuita equamente, è un mondo dove l’innovazione è concentrata in pochi posti. E l’Italia non è uno di questi, quindi sul fronte dell’offerta di innovazione l’Italia è molto indietro. L’ecosistema italiano è piccolo e frammentato. Oggi la grande innovazione è nella Silicon Valley, in Israele, Sud Corea. In Europa ce n’è poca, se non nel Regno Unito. L’Italia è il fanalino di coda in Europa, che non è esattamente il motore delle startup nel mondo.
Il secondo problema è il nostro ritardo. Siamo partiti molto tardi sul fronte dell’innovazione, con scarsa convinzione riguardo i dati di investimento. Noi oggi investiamo quello che la Francia investiva dieci anni fa. Da noi manca una seria politica industriale che metta l’innovazione al primo posto.
E questo secondo lei a cosa si deve?
Si deve al fatto che guardiamo più al passato che al futuro e abbiamo sempre questa logica “Cencelliana” di dover accontentare tutti. Una seria politica industriale non può accontentare tutti. Andare a declinare questi approcci molto innovativi su una struttura industriale super frammentata, di piccole dimensioni, quindi con poca capacità di avere economie di scala, rende l’innovazione complicata. Comunque, a guardare il bicchiere mezzo pieno, possiamo dire che in questi ultimi anni qualcosa è stato fatto e l’ecosistema dell’innovazione italiano oggi è diverso rispetto a cinque anni fa. Quindi: siamo partiti tardi, vero, stiamo andando piano, ma comunque oggi ci sono molti più capitali rispetto a cinque anni fa. E c’è da dire che la macchina CDP ha dato un grosso impulso all’ecosistema.


