|
Getting your Trinity Audio player ready... |
Non è un semplice gestionale: la piattaforma digitale sviluppata da Oxyera è alimentata da intelligenza artificiale e consente di gestire in modo integrato e automatizzato le terapie. E questo, come spiega Abu Abdelmahdi, fondatore della startup, si traduce in più tempo per i pazienti e meno per i processi.
Dall’approvvigionamento alla somministrazione, dal controllo delle scorte all’aderenza terapeutica, la startup Oxyera vuole fare la differenza nella gestione dei farmaci nelle RSA, migliorando l’organizzazione del lavoro e diminuendo il rischio clinico, andando oltre fogli scritti a mano, scorte controllate a occhio e altre criticità diffuse nel settore dell’assistenza a lungo termine, attraverso una piattaforma che collega le strutture sanitarie, le farmacie e il personale medico in un unico sistema.
Abdelmahdi, lei è partito da Fayoum, in Egitto, si è trasferito a Genova per studiare e oggi guida la startup Oxyera. Se dovesse raccontare la sua storia in poche tappe, quali sono quelle decisive che l’hanno portata da studente a imprenditore?
«Il mio percorso da Fayoum mi ha portato a Genova, all’università (ha studiato ingegneria informatica e alla magistrale intelligenza artificiale, ndr), e infine a un lavoro in multinazionale. Per un periodo sembrava che tutto stesse andando nella direzione giusta: studio, lavoro stabile, una strada chiara. Però dentro di me sentivo che mancava qualcosa. Era come se stessi costruendo una vita ordinata, ma non mia. E così ho deciso di licenziarmi. Non è stata una decisione improvvisa, ma il punto in cui ho capito che non potevo continuare in una direzione che non mi rappresentava. Sicuramente questo ha rappresentato il primo momento decisivo verso la creazione di Oxyera.
Altro momento decisivo è stato entrare nelle RSA. Lì non ho trovato solo un mercato o un’opportunità, ma ho visto un problema vero, concreto, che riguardava persone fragili e sistemi ancora troppo poco strutturati. E così ho capito con chiarezza dove volevo andare».
A 28 anni ha lasciato un lavoro sicuro per inseguire un “sogno”. Come è nata l’idea della startup?
«L’idea non è nata in modo improvviso, ma da una domanda che mi sono posto dopo il pivot. Mi sono chiesto dove ci fossero contesti in cui ogni giorno vengono gestiti e somministrati molti farmaci, e dove quindi un problema organizzativo potesse avere un impatto reale. Approfondendo, sono arrivato al mondo del long term care. Entrando in contatto con le RSA, ho riscontrato una realtà ancora molto legata alla carta, a processi frammentati, a passaggi manuali che rallentano il lavoro e aumentano il rischio. Ma soprattutto ho capito quanto tutto questo pesi non solo sulla struttura, ma prima di tutto sul residente, sulla qualità del servizio che riceve e sul rischio clinico a cui può essere esposto.
E poi c’è anche un costo più ampio, quello per il sistema sanitario: errori, inefficienze, ricoveri e ospedalizzazioni che in molti casi si potrebbero prevenire con una gestione migliore. È stato lì che ho sentito che non era solo un problema interessante da analizzare, ma qualcosa su cui valeva la pena costruire. Una sfida difficile, certo, ma anche una di quelle sfide che possono migliorare concretamente la vita delle persone. Nel frattempo io avevo un lavoro stabile, una sicurezza economica, tutto quello che molti cercano. Ma non era quello che stavo cercando io.
A un certo punto ho capito che dovevo scegliere: restare in una situazione sicura ma che non sentivo mia, oppure uscire e provare a costruire qualcosa in cui credevo? Ho scelto di lasciare. Per qualcuno è stata una follia. Però, quando senti che l’obiettivo è più grande della paura, vai avanti».
L’idea iniziale di Oxyera era una farmacia digitale con consegna a domicilio, poi avete cambiato direzione. Cosa le ha fatto capire che il modello non era sostenibile?
«All’inizio avevamo una visione e, come succede spesso, sulla carta sembrava anche convincente. Però la realtà ti costringe sempre a misurarti con cose molto concrete: i numeri, il mercato, la capacità di eseguire. E in quel caso la risposta non stava arrivando. Il mercato non reagiva come ci aspettavamo. Più andavo avanti, più capivo che stavamo cercando di tenere in piedi qualcosa che non aveva ancora trovato un incastro reale con il bisogno del mercato. A quel punto ho fatto una cosa che non è mai facile fare, mi sono fermato.
Mi sono rimesso a guardare il problema da capo, togliendo di mezzo l’idea iniziale e chiedendomi una cosa più semplice e più onesta: qual è il problema vero? E soprattutto, chi ha davvero bisogno di una gestione strutturata dei farmaci? Quella domanda ha spostato completamente il mio modo di vedere il progetto. Non stavo più partendo solo da quello che volevo costruire io, ma da quello che serviva. Ed è stato quel cambio di prospettiva a cambiare tutto».
Arriviamo al punto di svolta. Che cosa ha visto entrando nelle strutture sanitarie che le ha fatto dire: “Qui c’è un problema enorme da risolvere”?
«Sono entrato nelle RSA non con l’idea di confermare una tesi. Ci sono entrato per capire, per osservare, per ascoltare. Ho parlato con il personale medico e infermieristico, e con le direzioni sanitarie. E più ascoltavo, più mi rendevo conto che il problema era molto più grande e più strutturale di quanto immaginassi. Quello che vedevo erano fogli scritti a mano, scorte controllate a occhio, attività fondamentali gestite con strumenti poco adatti alla complessità del contesto.
Ma la cosa che mi ha colpito di più è stato vedere personale qualificato spendere tantissimo tempo in attività ripetitive, organizzative, quasi amministrative, che non richiedono competenza clinica ma solo tempo, attenzione e pazienza. Tempo che viene tolto ad altro. Poi ci sono i numeri, una RSA di medie dimensioni può spendere oltre 60mila euro l’anno solo per la gestione dell’aderenza terapeutica, con più di 35 ore a settimana di lavoro manuale.
Ma oltre ai numeri, mi è rimasta addosso la fragilità del sistema. Era come vedere un labirinto in piedi da anni, in cui tutto continua a funzionare solo perché le persone dentro fanno uno sforzo enorme ogni giorno. E in quel labirinto ci sono residenti fragili che dipendono da ogni singolo passaggio».
Oggi Oxyera punta a digitalizzare e automatizzare la gestione dei farmaci nelle strutture assistenziali. Qual è l’innovazione tecnologica che fa davvero la differenza rispetto alle soluzioni già esistenti?
«Quello che stiamo costruendo non nasce dall’idea di aggiungere semplicemente un altro software in un settore già pieno di strumenti scollegati. L’obiettivo è più profondo: creare un protocollo, un modo di far funzionare l’intera filiera della gestione del farmaco. Parliamo di tutto il percorso: dall’ordine alla somministrazione, dal controllo delle scorte all’aderenza terapeutica. La differenza non sta solo nella digitalizzazione, ma nel fatto che tutti questi passaggi smettono di essere pezzi separati e iniziano a far parte di un sistema coerente.
È questo che cambia il lavoro quotidiano delle strutture. I dati che stiamo vedendo vanno in questa direzione, riduzione del rischio clinico di oltre l’80% e circa 35 ore a settimana recuperate alla cura e all’assistenza del residente in struttura. Ma la cosa importante è cosa significano queste ore. Non sono solo efficienza, sono tempo che torna alle cure, all’attenzione, alle persone. Per questo dico che non stiamo solo sviluppando tecnologia. Stiamo costruendo uno standard di mercato che oggi, nel long term care, ancora non esiste».
Il settore sanitario è notoriamente lento ad adottare innovazioni. Qual è stata la resistenza più forte che avete incontrato entrando in questo mercato?
«Entrare nel mercato sanitario significa confrontarsi con un settore che ha tempi lenti, e in parte è giusto che sia così. Quando si parla di persone fragili, di salute e di responsabilità clinica, la prudenza non è un ostacolo, è una necessità. Questo l’ho capito molto presto. Allo stesso tempo, però, mi sono reso conto che la resistenza più forte non è quella tecnologica. Spesso la tecnologia, se porta valore, viene anche capita. Il punto vero è culturale.
Cambiare significa rimettere in discussione abitudini, processi, equilibri che esistono da anni. E non tutti sono pronti a farlo, anche quando vedono che qualcosa potrebbe funzionare meglio. In questo percorso ho imparato che non basta presentarsi con una buona soluzione. Bisogna saper entrare in punta di piedi, ascoltare, capire il contesto e costruire fiducia. È un lavoro più lento, meno visibile, ma fondamentale. Perché in sanità nessuno adotta qualcosa solo perché è innovativo: lo fa quando capisce che può fidarsene».
La startup è partita dalla Liguria e oggi si sta espandendo nel Lazio e in Emilia-Romagna. Che dimensione ha oggi il mercato che volete conquistare? E che supporti ricevete?
«Il long term care in Italia è un mercato molto grande, ma ancora largamente non digitalizzato. Ed è proprio questa combinazione a renderlo così interessante e allo stesso tempo così complesso. Da una parte c’è un bisogno reale e diffuso, dall’altra ci sono tante differenze territoriali, operative e normative che rendono difficile pensare a un approccio uguale per tutti. Noi siamo partiti dalla Liguria, che è stato il primo terreno su cui abbiamo cercato di validare il modello. Adesso stiamo lavorando per espanderlo anche in altre regioni.
E ogni volta ti accorgi che devi quasi reimparare il contesto: cambiano le regole, cambiano le dinamiche, cambiano gli interlocutori. Crescere significa adattarsi continuamente senza perdere la direzione. Per quanto riguarda i supporti, all’inizio il percorso è stato molto costruito sul campo, una relazione alla volta. Non c’era una strada già pronta. C’era soprattutto la necessità di entrare nei contesti, farsi conoscere, dimostrare di capire il problema. È stato un percorso più lento, ma anche molto utile, perché ci ha dato la possibilità di costruire basi solide».
Guardando ai prossimi cinque anni: l’obiettivo di Oxyera è diventare una soluzione diffusa in Italia o costruire uno standard europeo per la gestione dei farmaci nel long term care?
«Oggi vedo l’Italia come il punto di partenza, non come il traguardo finale. Il problema che stiamo affrontando non è locale, è un tema che riguarda tutta l’Europa. La popolazione invecchia, i sistemi sanitari sono sotto pressione e il long term care diventa sempre più centrale nel tenere in equilibrio tutto il sistema. Per questo nei prossimi cinque anni il nostro obiettivo è diventare un punto di riferimento europeo nella gestione dei farmaci nelle strutture assistenziali. Non nel senso di essere semplicemente presenti in più Paesi, ma di contribuire a definire uno standard, un modo più sicuro, più efficiente e più strutturato di affrontare questo problema.
È un obiettivo ambizioso, e ne sono consapevole. Però credo che certi progetti abbiano senso proprio perché nascono per risolvere problemi grandi. E quando vedi che il bisogno è reale, che il problema esiste e che puoi iniziare a spostare qualcosa, allora l’ambizione smette di essere solo una visione e diventa una direzione concreta».


