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Empatia, cura e resilienza. Sono queste le parole che descrivono il percorso di Vittoria Lizzi, fondatrice di Resilia, startup FemTech e HealthTech che affronta uno dei temi ancora più invisibili nella sanità contemporanea: la perdita in gravidanza e il lutto perinatale.
Prima di diventare imprenditrice, Lizzi è stata ostetrica. Classe 1994, sceglie la professione sanitaria per lavorare accanto alle donne nei momenti più importanti della loro vita. Ma già durante gli studi comprende che l’ostetricia non è soltanto clinica: è anche una questione sociale, culturale e politica.
«Mi sono resa conto molto presto che temi come aborto, infertilità, violenza ostetrica o salute riproduttiva erano ancora pieni di tabù. E che molte donne si sentivano sole proprio quando avrebbero avuto più bisogno di supporto».
Dopo la laurea a Trieste si trasferisce in Svizzera. Inizia a lavorare come ostetrica e, parallelamente, affronta un percorso personale di procreazione medicalmente assistita, ma la sua salute riproduttiva «agli occhi del datore di lavoro diventa un problema»: viene licenziata.
Va avanti. Cinque gravidanze. Cinque aborti spontanei. «Ho partorito i bambini delle altre mentre perdevo i miei. Nessuno ti prepara a cosa significhi vivere contemporaneamente il dolore personale e la cura degli altri», racconta, evidenziando come la perdita in gravidanza sia ancora un tabù e sinonimo di solitudine.
Quell’esperienza segna una frattura profonda, ma anche l’inizio di una trasformazione. «Ho dovuto lasciare l’ostetricia clinica per sopravvivere: restare operativa sul campo mi stava distruggendo. A volte il cambiamento non è una scelta. È sopravvivenza. E a volte, dal dolore più profondo, nasce uno scopo».
Dalle risorse umane a Resilia
Nel 2019 Vittoria Lizzi cofonda in Svizzera una Pmi dedicata alla gestione eventi. Due anni dopo lancia una startup foodtech a Zurigo. Poi entra nel settore HR all’interno di una multinazionale di IT consulting: HR Admin prima, HR Business Partner poi.
È qui che comprende quanto la salute riproduttiva influenzi carriere, promozioni, recruiting e licenziamenti. «Ho visto persone nascondere aborti, percorsi di PMA o gravidanze per paura di conseguenze professionali. Ho capito che il problema non era individuale, ma sistemico». E così, da questa consapevolezza, nasce Resilia.
Resilia: intelligenza artificiale e supporto umano
«Resilia è una startup attualmente in fase di incorporazione in Italia». Il progetto punta a costruire un ecosistema di supporto per donne e coppie che affrontano aborti spontanei, infertilità, percorsi di procreazione medicalmente assistita, interruzioni di gravidanza e lutto perinatale.
L’approccio integra supporto clinico evidence based, sostegno emotivo e relazionale, orientamento pratico (diritto del lavoro, coperture assicurative, accesso a microcrediti) e tecnologie di intelligenza artificiale.
«Quando ho perso le mie gravidanze mi sono trovata sola davanti a un sistema frammentato: informazioni online spesso confuse, professionisti difficili da trovare, gruppi di supporto non strutturati. In un momento di estrema fragilità avevo bisogno di risposte immediate, validate e accessibili. Che nessuno mi dava».
«Una gravidanza su quattro – continua Lizzi – finisce in una perdita. A cui si aggiungono interruzioni volontarie di gravidanza e i percorsi di PMA. Ma continuiamo a trattarle come se fossero rare. Come se fossero vergognose. Come se dovessero essere nascoste. È ora di cambiare».
Da qui l’idea di Resilia: «una chat disponibile 24 ore su 24, capace di offrire orientamento, informazioni validate e supporto iniziale nei momenti in cui la clinica è chiusa o il professionista non è disponibile. L’idea è quella di utilizzare modelli di intelligenza artificiale con sistemi RAG (Retrieval-Augmented Generation) per fornire informazioni aggiornate e contestualizzate, mantenendo sempre la possibilità di escalation verso gli operatori nei casi più complessi. La tecnologia non vuole sostituire i professionisti sanitari, ma creare un primo punto di accesso al supporto» spiega la Lizzi. Che chiarisce: «nessuna donna, nessuna coppia, dovrebbe sentirsi persa come mi sono sentita io».
La startup è oggi impegnata nella validazione dell’MVP (Minimum Viable Product) e nella costruzione di partnership con cliniche, ospedali, assicurazioni e istituzioni finanziarie. L’obiettivo è creare una piattaforma integrata capace di affrontare gli aspetti clinici della perdita riproduttiva e quelli psicologici, relazionali e professionali. Perché come sottolinea Lizzi, «la perdita in gravidanza non è solo un evento medico. È qualcosa che tocca identità, relazioni, lavoro e futuro. Per questo serve un approccio realmente multidisciplinare».
Il FemTech non è una nicchia
Uno dei punti centrali nella visione di Lizzi riguarda il ruolo del FemTech nel ridisegnare il sistema sanitario. «La salute delle donne è stata storicamente trascurata, sottofinanziata e trattata come una nicchia, quando invece riguarda metà della popolazione mondiale». Investire in questo settore, commenta, non significa puntare soltanto allo sviluppo di nuove tecnologie, ma contribuire a cambiare il modo in cui la società parla della salute femminile.
Secondo la founder di Resilia, il problema nasce anche da un’impostazione storica della ricerca medica: «per decenni i corpi maschili sono stati lo standard nella ricerca clinica. I sintomi femminili sono stati minimizzati e il dolore normalizzato. Molte donne si sentono ancora dire che è stress, che stanno esagerando o che è normale soffrire». E le conseguenze non riguardano soltanto la salute individuale, ma anche l’economia.
«Quando una donna non riceve supporto adeguato, l’impatto si estende alla carriera, alla produttività e alla stabilità familiare». Motivo per cui lavorare per migliorare la salute delle donne «non è soltanto una questione etica: è una necessità sociale ed economica».
Lizzi cita le stime del McKinsey Global Institute, secondo cui ridurre il gender health gap potrebbe generare un impatto economico globale da 1 trilione di dollari l’anno entro il 2040.
Il paradosso: mercato in crescita, investimenti limitati
Nonostante il potenziale del settore, il fundraising rimane uno degli ostacoli principali, come denuncia Lizzi. «Il FemTech oggi vale circa 39 miliardi di dollari e potrebbe arrivare a 97 miliardi entro il 2030. Eppure solo il 3% del venture capital globale va a startup fondate da donne, e ancora meno a quelle focalizzate sulla salute femminile».
Durante i pitch per Resilia, Lizzi racconta di aver spesso dovuto spiegare innanzitutto cosa significhi FemTech. «Molti investitori italiani non conoscono il settore. Prima ancora di parlare del prodotto devo spiegare perché il problema esiste e perché non è un tema di nicchia. E poi ci sono differenze su come gli uomini e le donne approcciano il progetto. Gli investitori tendono a concentrarsi molto sui numeri, sul mercato e sulla mia storia personale. Le investitrici, invece, mi chiedono più spesso dell’impatto sociale e della sostenibilità del modello di business».
E la questione, osserva Lizzi, non riguarda soltanto il venture capital. «L’accesso al credito per le donne in Italia è ancora più difficile. Per questo stiamo valutando anche grant, finanza agevolata e strumenti alternativi che valorizzino l’impatto sociale e l’inclusione».
Salute e stigma: il supporto digitale può fare la differenza
Uno degli aspetti più innovativi di Resilia riguarda il tentativo di ridurre lo stigma attraverso la tecnologia. Secondo Lizzi «”parlare” con una tecnologia può essere il primo passo per chi prova vergogna o paura nel chiedere aiuto. Può diventare un ponte verso il supporto umano. Il digitale può avere quattro impatti fondamentali: l’accessibilità, una persona può ricevere informazioni e orientamento immediato anche alle tre di notte, quando non sa a chi rivolgersi; la scalabilità, possiamo raggiungere migliaia di persone indipendentemente da dove vivono o dalle loro possibilità economiche; la riduzione dello stigma, molte persone non riescono a parlare apertamente di perdita riproduttiva e una tecnologia ben progettata può facilitare il primo contatto; e infine la prevenzione del burnout per i professionisti sanitari. L’IA può occuparsi delle richieste più frequenti e liberare tempo per l’ascolto profondo e i casi complessi».
La rete che genera futuro
Di questo, anche di questo, Vittoria Lizzi parlerà il 27 maggio alla Future Week Torino: parteciperà all’evento La rete che genera futuro. «Titolo non potrebbe essere più adatto al mio percorso. Sarò sul palco con donne straordinarie di Donne 4.0, EWMD Torino, Femtech Italia, Women in AI Italy e Torino Città per le Donne» anticipa.
Focus sul valore del networking come infrastruttura di progettualità condivise; sulla parità di genere come leva strategica per un’innovazione davvero sostenibile; e su digitale e intelligenza artificiale, come progettarle in modo equo e responsabile per accelerare l’inclusione e amplificare il potenziale umano.


