Snellire la burocrazia e puntare sulla raccolta di fondi: ricetta per far decollare le startup italiane. Secondo loro.

Snellire la burocrazia e puntare sulla raccolta di fondi: la ricetta per far decollare le start up italiane. Secondo loro.

di Mario Catalano
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Mario Catalano

Perché ne stiamo parlando
Aequip e Justep
sono tra le dieci realtà imprenditoriali scelte dalla seconda edizione di I-Tech Innovation Program di Fondazione Golinelli e Crif. Abbiamo intervistato i due founder per capire cosa vuol dire essere startup in Italia, un paese non proprio famoso per essere innovativo.

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Ci credono davvero tanto. Ci credono che l’Italia potrebbe avere una sua Silicon Valley. Ci credono e lo fanno sviluppando idee che possano cambiare in meglio la vita delle persone. O far lavorare meglio i medici.

Riad Krirach ha creato Justep dopo aver perso suo nonno non vedente, e ha creato un bastone per non vedenti dotato di intelligenza artificiale. Orazio Pennisi di Aequip ha messo a punto uno strumento di diagnosi per aiutare i medici.

È stato facile? No. Ma ci hanno creduto e soprattutto hanno trovato investitori e professionisti che ci hanno creduto con loro.

Se infatti è vero che nei primi sei mesi del 2023 i capitali investiti in pmi innovative si sono quasi dimezzati rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, l’Italia sta comunque reggendo meglio di altri paesi.  E con un pizzico di coraggio in più degli investitori e un sistema burocratico più snello l’Italia potrebbe raggiungere i livelli della Silicon Valley o di Israele, detta anche “la terra degli Unicorni”. Il potenziale nello Stivale c’è, bisogna superare qualche ostacolo. Tra questi, la burocrazia elefantiaca. «Molto spesso gli acceleratori hanno regole molto stringenti per gli investimenti seed – commenta Orazio Pennisi, cofounder di Aequip – Manca la reale competitività all’interno dell’ecosistema, ci sono troppo pochi investitori per tanti progetti interessanti, quindi le start up hanno ancora un basso potere negoziale». «Uno dei maggiori problemi è la burocrazia – aggiunge Riad Krirach, founder e Ceo di Justep – Bisogna essere veloci. Se in Italia ci fosse un sistema molto più snello andrebbe meglio. In Silicon Valley, per esempio, in un paio di giorni hai già i fondi per iniziare a crescere». Le due start up sono state tra le dieci realtà imprenditoriali scelte dalla seconda edizione di I-Tech Innovation Program di Fondazione Golinelli e Crif e accelerate da G-Factor (incubatore della Fondazione Golinelli). Quali sono gli ostacoli che oggi incontra una start up in Italia e quanto è importante creare sinergie con università, imprese e istituzioni? Ne abbiamo parlato con i due fondatori in questa intervista doppia.

La ricetta per far decollare le start up italiane. Secondo loro
Riad Krirach, founder e Ceo di Justep, e Orazio Pennisi, cofounder di Aequip

Investire in start up in Italia: quali sono i vantaggi e i rischi?

Aequip: «Questo bisogna chiederlo agli investitori. Credo che il panorama italiano possa dare molto sull’innovazione, ci sono tante start up competenti. È un mondo complicato, in Italia più di altri posti. Scegliere di fare impresa è una scelta difficile, l’ecosistema si sta costruendo ora. Tuttavia, la strada è ancora lunga, ma ci sono sicuramente più fondi rispetto al 2019-2020». 

Justep: «L’Italia ha un enorme potenziale nella raccolta di fondi. Il Paese potrebbe raggiungere livelli della Silicon Valley, dell’Uk o dell’Israele. Se qualche investitore fosse meno pauroso di perdere i soldi, potremmo raggiungere livelli molto alti. A volte le start up sono fallite perché non hanno raccolto i fondi in breve tempo. Aggiungo anche una piccola precisazione: vanno rispettati i founder. Spesso vengono trattati da dipendenti. Bisogna che ci sia più collaborazione tra le due figure».

Voi di Aequip sviluppate tool di supporto alla diagnosi nel settore della Digital Pathology. Come è nata l’idea?

Aequip: «La start up Aequip nasce al Politecnico di Torino durante il percorso di dottorato del mio socio, l’ingegnere Massimo Salvi, supportato dal docente e socio, il professore Filippo Molinari. Durante lo sviluppo delle attività di dottorato, ci si è accorti che le soluzioni e gli algoritmi sviluppati potevano avere un importante utilizzo clinico da parte dei medici anatomopatologi. Ho conosciuto Massimo e Filippo durante il mio ultimo anno di magistrale, grazie al corso di Imprenditorialità del Politecnico di Torino tenuto dal professore Paolucci che aveva come obiettivo l’analisi economica di promettenti tecnologie e lo sviluppo di un Business Plan correlato».

La ricetta per far decollare le start up italiane. Secondo loro
Il Team di Aequip

In Justep avete creato un medical device per sostituire il bastone per i ciechi, dotato di intelligenza artificiale. Come è nata l’idea?

Justep: «Diversi sono gli eventi che mi hanno portato a questa idea. In Marocco vivevo con i miei nonni. Mio nonno era una persona non vedente. Gli piaceva uscire, ma aveva molte difficoltà. Un giorno uscì per fare una semplice camminata e fu investito da una macchina. Non ha percepito il pericolo e ha perso la vita. Quando sono arrivato in Italia mi sono appassionato al mondo medicale e della programmazione. Nel 2020, facendo una passeggiata tra i vicoli di Genova, ho visto una persona non vedente. Da quel giorno il mio chiodo fisso è stato creare qualcosa per aiutare le persone non vedenti a navigare».

La ricetta per far decollare le start up italiane. Secondo loro
Justep si presenta al pubblico

Quali risvolti pratici?

Aequip: «Dopo una prima fase di studio, dal 2018 al 2020, abbiamo deciso di fondare una start up e Spin-off universitaria. Per la nostra crescita sono stati fondamentali i finanziamenti sul trasferimento tecnologico, bandi Proof of Concept del Politecnico di Torino e il networking “incubatori, medici e investitori”. Attualmente abbiamo due brevetti concessi, un primo prodotto certificato CE e ci stiamo iniziando ad avvicinare al mercato con alcune installazioni sperimentali. L’approccio al mercato è uno step molto importante per una start up, a volte troppo trascurato».

Justep: «Dopo aver creato il design e il software, oggi siamo alla fase di testing. Lo step successivo sarà ottenere il marchio CE e il prodotto sarà sul mercato. Il dispositivo riconosce gli ostacoli in tempo reale. Non solo. Lo abbiamo integrato con altri sistemi di intelligenza artificiale legati all’intrattenimento. Tra questi, l’assistenza con ChatGPT o gli audiolibri».

Siete stati scelti tra le dieci start up nella seconda edizione di I-Tech Innovation Program lanciata da CRIF e Fondazione Golinelli. Quanto è importante per un’impresa emergente?

Aequip: «I percorsi di accelerazione e crescita sono fondamentali. Al nostro interno siamo un team abbastanza eterogeneo, per competenze e seniority, un bel mix equilibrato. Tuttavia, incontrare altre realtà, mentor qualificati, attori dell’ecosistema, è fondamentale. Il percorso I-Tech Innovation è stato importante, un percorso impegnativo ma ben strutturato e organizzato che ci ha portato nuove competenze, oltre che aiutarci con il network. Questi rapporti, così come i collegamenti con il Bioindustry park Silvano Fumero, l’acceleratore I3P e la rete del Trasferimento Tecnologico del Politecnico, ci hanno permesso di crescere e maturare, mettendoci a disposizione un importante supporto».

Justep: «È molto importante specialmente quando a supportarti c’è una fondazione di altissima qualità. Il percorso non sarà facile ma abbiamo chiari gli obiettivi e questa collaborazione ci gratifica».

Quanto è stato stanziato per il vostro progetto?

Aequip: «Tra finanziamenti privati e pubblici abbiamo raggiunto circa 500mila euro. Finanziamenti serviti al 100% per la crescita del progetto, dove ovviamente non viene compreso il nostro tempo e impegno quotidiano. Crediamo molto in quello che stiamo facendo, stiamo crescendo, stiamo continuamente imparando e siamo consapevoli che il percorso è ancora lungo».

Justep: «Siamo nella fase di raccolta capitale. Ad oggi abbiamo raccolto 150mila euro ed è stata già avviata una seconda raccolta da 700mila euro».

Avete ricevuto feedback da parte di investitori e partner tecnici e industriali del panorama nazionale e internazionale?

Aequip: «Si, continuamente. Crediamo che per crescere sia importante confrontarsi con l’esterno, soprattutto se parliamo di progetti altamente innovativi come il nostro. Quando esci dalla confort zone, dal laboratorio dove tutto funziona e sei auto-referenziato, lì inizi a crescere. Ci sono tanti aspetti da citare: parlare con l’utilizzatore finale – i medici – ci ha permesso di capire le loro necessità. Il prodotto che si fornisce deve risolvere dei problemi reali, bisogna saper ascoltare il proprio cliente, capirne i bisogni e le aspettative per costruire un prodotto “desiderato”; i potenziali partner ti aiutano a cresce dal punto di vista del mercato; gli investitori sono i più “tosti”: domande scomode, si impara ad essere ipercritici con se stessi, bisogna studiare quello che si dice, ogni parola/frase ha un suo peso. Devi padroneggiare esattamente la tua tecnologia e la tua strategia commerciale e di crescita. Fa piacere vedere come noi stessi siamo migliorati in questo. Se ripenso ai primi incontri, del 2018-2019 posso dire che siamo cresciuti».

Justep: «Sì, sono tutti italiani».

Oltre ai fondi è necessario creare una sinergia tra università, imprese e istituzioni. Cosa ne pensate sulla base della vostra esperienza?

Aequip: «Certo che si, fondamentale. Soprattutto per progetti innovativi, si ha bisogno di una rete preparata, che parli la tua lingua e disponibile al supporto.

Justep: «Ci sono delle regole da seguire al livello imprenditoriale. È sicuramente importante collegarsi ed entrare in contatto con istituzioni o università. Bisogna considerare un aspetto: che tipo di aiuto possono dare. Le start up nate come spinoff di università hanno molte agevolazioni sui bandi, hanno dietro atenei con un background di altissima qualità. Ma si parla di studenti che diventano imprenditori. Per questo è importante basarsi anche e, soprattutto, sui feedback dei professori. Mentre quando si parla di istituzioni ci si trova davanti a decenni di esperienza».

Quante sono attualmente le persone che lavorano per la vostra start up?

Aequip: «Abbiamo diversi collaboratori a contratto, siamo in fase di crescita e fundraising per creare un team più strutturato ed idoneo ai prossimi passi che ci aspettano. Quando si parla di start up più che “lavorare” bisogna trovare un gruppo di persone che condividono i tuoi obiettivi e ambizioni, una riflessione importante va fatta sul team più che sui “lavoratori”. Gli investitori sono soliti precisare che un bel progetto senza un team affiatato difficilmente avrà successo, mentre un progetto “accettabile” ma con un ottimo team può effettivamente aver successo. Tutti i risultati ottenuti sono frutto del lavoro di tutti, di Orazio, Massimo, Filippo, Nicola, Alessandro, Manuela, e i vari soci e stakeholder che ci hanno sempre supportato. Crediamo che un’importante parte dei successi sia guidata dal team, un gruppo di persone con cui si condividono gioie e momenti difficili, e con cui bisogna sapersi trovare.

Justep: «Siamo cinque soci e quattro collaboratori».

L’intelligenza artificiale, ChatGPT compresa, applicati alla medicina hanno un potenziale enorme: quanto sono affidabili e quali potrebbero essere i rischi?

Aequip: «Se ne parla molto, noi crediamo ci siano delle attività che obiettivamente la macchina farà sempre meglio o più velocemente dell’uomo, basta pensare alla calcolatrice. Tuttavia, in ambito healthcare più che altri, bisogna avere il controllo degli output. Lasciare che gli algoritmi apprendano incontrollati secondo noi è un errore. Per questo motivo noi abbiamo deciso di utilizzare un approccio controllato e proprietario MDI – Mathematical Drivren Intelligence, dove leghiamo la parte più innovativa, Artificial Itelligence e Machine learning, con una parte più deterministica, la matematica, che effettivamente “guida” la parte di AI e ML su cosa deve apprendere/inserire nel modello e cosa può essere inteso come “rumore”. Questo ci permette di aver un output sempre affidabile e robusto».

Justep: «Come in tutti i business si cerca di azzerare i rischi, ma non si potrà mai arrivare a zero. Nel nostro device l’intelligenza artificiale la stiamo utilizzando in due modi: il primo è la navigazione, quindi, l’identificazione degli oggetti. Stiamo abbattendo al massimo i rischi (siamo al 96% circa); il secondo modo è l’intrattenimento. Qui non c’è il rischio fisico. Le informazioni non incidono sulla navigazione».

Keypoints

  • Aequip ha sviluppato tool di supporto alla diagnosi nel settore della Digital Pathology
  • Justep ha creato un medical device creato per sostituire il bastone per i ciechi dotato di intelligenza artificiale
  • Secondo Riad Krirach, founder e Ceo di Justep, uno dei maggiori problemi in Italia è rappresentato dalla burocrazia. Il punto di forza, invece, l’enorme potenziale nella raccolta di fondi
  • Per Orazio Pennisi, cofounder di Aequip, manca la reale competitività all’interno dell’ecosistema, ci sono troppo pochi investitori per tanti progetti interessanti
  • Aequip ha già raccolto, tra finanziamenti privati e pubblici, circa 500mila euro
  • L’obiettivo di Justep è raggiungere 850mila euro di finanziamenti

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