Sensori ottici e app per migliorare l'assistenza nelle Rsa

Sensori ottici e intelligenza artificiale: così TeiaCare, che ha raccolto 7 milioni di euro, punta a migliorare l’assistenza nelle RSA

di Tiziana Tripepi
Immagine di Tiziana Tripepi

Tiziana Tripepi

Perché l’abbiamo scelta
Nelle RSA la carenza di operatori socio sanitari comporta pericoli per i degenti e stress per gli addetti alle cure. A risolvere questo problema ci pensa TeiaCare, nostra startup del mese: utilizza la computer vision per il monitoraggio in tempo reale e gestire al meglio l’assistenza quotidiana.

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«Avevo 15 anni nel 2008, quando mio nonno è stato ricoverato in una RSA in seguito a un ictus. Ricordo chiaramente le difficoltà che ha attraversato: lo sviluppo precoce di piaghe da decubito, la caduta dal letto senza un tempestivo intervento del personale sanitario. Problemi comuni a tutte queste strutture, che derivano dalla carenza di operatori socio sanitari, il cui numero è molto inferiore rispetto a quello dei residenti. Mi sono chiesto: è possibile che non esista una soluzione? Questo pensiero non mi ha più abbandonato, e qualche anno dopo, nel 2014, ho cominciato a lavorare al mio primo progetto imprenditoriale».

Guido Magrin (a sinistra nella foto), perito informatico, è il Ceo e cofounder – insieme a Luca Iozzia, laurea e dottorato in ingegneria biomedica – di TeiaCare, startup che ha realizzato un sistema che utilizza la computer vision per il monitoraggio in tempo reale dei residenti all’interno di case di riposo e centri di riabilitazione. Si chiama Ancelia e grazie all’intelligenza artificiale, i dati sono trasformati in informazioni utili, visibili tramite app, sia per il personale socio sanitario che per i manager della RSA.

«È l’unico sistema del genere esistente al mondo».

Fondata nel 2018, oggi TeiaCare impiega 30 persone, ha un fatturato di 4 milioni di euro (previsto il raddoppio nel 2026) e serve oltre 150 clienti in più di 200 strutture, coprendo 11mila ospiti. A inizio aprile ha ottenuto un round di 7 milioni di euro guidato da P101, che ha investito nella startup 5 milioni di euro. Al round hanno partecipato i family office spagnoli Namarel and Inderhabs.

Qual è stato il primo passo?

«Nel 2014 ero già partito con il progetto che sarebbe successivamente diventato azienda, che allora si chiamava HeartWatch. Insieme ad altri due amici tecnici e a un designer, sfruttavamo un braccialetto simile a quelli che si usano per il fitness, collegato a un’app che avvertiva di piccole aritmie. Nel 2016 ho conosciuto Luca Iozzia, che grazie ai suoi studi aveva un grande know-how scientifico.

Un incontro fortunato: grazie a lui ho capito che l’idea dei braccialetti era difficile da realizzare in contesti sociosanitari dove i residenti hanno fastidio ad avere dispositivi addosso e gli operatori sono sempre di corsa. La strada era la computer vision. Così il progetto ha preso un’altra direzione. E HeartWatch si è trasformata in TeiaCare».

Come funziona il vostro sistema?

«Un sensore ottico installato a soffitto in ogni stanza di degenza raccoglie tutto quello che avviene di fisico o di motorio in quell’ambiente. In particolare, rileva i movimenti dei residenti e li comunica in tempo reale agli operatori socio sanitari che, tramite app, ricevono report e notifiche su smartphone o tablet e intervengono in modo puntuale. Una sorta di navigatore satellitare, che guida gli operatori là dove potrebbe esserci in un dato momento maggiore necessità di un loro intervento.

Una seconda app, a disposizione dei manager della struttura, mostra invece i minuti di assistenza che i residenti ricevono dallo staff ogni settimana, le curve di carico assistenziale e tanti altri parametri inerenti la condizione dei residenti presenti in struttura».

Dove interviene l’intelligenza artificiale?

«La rete di sensori che installiamo nella RSA dialoga con una “centralina”, che in gergo tecnico si chiama “workstation”, cioè un computer potente su cui risiedono i modelli di intelligenza artificiale studiati da noi. Questi modelli analizzano i dati provenienti da tutti i sensori due volte al secondo e li tramutano in informazioni assistenziali, leggibili sia dagli operatori sia dalle direzioni delle strutture per poter prendere decisioni».

Ancelia è dunque utilizzato dagli operatori socio sanitari (OSS). Qual è il loro ruolo all’interno di una RSA, e la differenza rispetto a un infermiere?

«L’infermiere è un professionista che diventa tale dopo un percorso universitario di tre o cinque anni, ed è responsabile della somministrazione del farmaco, mentre l’operatore socio sanitario (OSS) segue un corso di mille ore e interviene in tutto quello che non ha a che fare con la sfera clinica: distribuzione pasti, cambio lenzuola, cambio pannolone, pulizia e sterilizzazione degli strumenti dei presidi sanitari.

Ma anche – ed è qui che interviene il nostro sistema – monitoraggio di alcuni elementi, come la qualità del sonno (“la persona non sta prendendo sonno, è molto agitata, sono le tre ancora si sta girando a letto da un po’ di tempo”), che va eventualmente segnalata all’infermiere per una modifica della terapia farmacologica; e le posture che il degente assume a letto (“la persona sta per cadere, è rimasta troppo a lungo sul fianco destro, si è alzata già quattro volte stanotte per andare in bagno, di solito lo fa due volte”) per poter programmare cambi posturali necessari a evitare l’insorgenza di piaghe da decubito».

In che modo il vostro sistema fa la differenza?

«Per poter monitorare il residente (abitudini, rischi, agitazione, presenza nella stanza, postura a letto), l’OSS entra fisicamente nelle stanze, vede per esempio la postura del degente e la qualità del suo sonno e lo annota a mano sulla cartella, o cartacea o elettronica. Ma quante volte a notte questo può essere fatto? Al massimo due. Con il nostro sistema può essere rilevato due volte al secondo. Chi ha adottato il nostro sistema non è più tornato indietro».

Qual è il vostro modello di business?

«Una componente di ricavi è una tantum ed è legata all’attivazione: portiamo la tecnologia in struttura e seguiamo il suo l’inserimento, fornendo un’attività di formazione. Un’altra è legata al mantenimento: una specie di “abbonamento”, che garantisce tutti gli aggiornamenti che arrivano ogni due settimane, e che consentono al sistema di evolvere e di farlo sulla base delle esigenze della struttura; e include una formazione continua, perché tra gli OSS il turnover è molto alto».

È stato difficile?

«Sì. Siamo partiti da zero, io non avevo idea di cosa volesse dire fare fundraising, tra il 2016 e il 2017 ho parlato con più di 100 possibili investitori, i primi sono stati alcuni business angel che hanno creduto in noi. Poi, il problema del “si è sempre fatto così”: non avendo competitor, è stato molto difficile convincere le prime strutture ad adottare Ancelia. Dal cliente zero al cliente 80 ho fatto tutto io, se all’inizio mi chiedevano: “Lavori già col gruppo X?” Io rispondevo: Non ancora”. I no che ricevevo li consideravo temporanei. Infine la gestione delle aspettative di chi viene a lavorare da noi. Molti hanno l’idea che il lavoro in una startup sia assimilabile a un lavoro qualsiasi, invece è diverso: impone fatica e sacrifici, anche per il dipendente o il collaboratore».

Qual è il vostro obiettivo ultimo?

«Generare un impatto positivo sulla vita del maggior numero possibile di persone. Sentiamo di avere una grande responsabilità. Le strutture hanno attraversato una grande crisi con il Covid e successivamente per i costi dell’energia, eppure hanno scelto di destinare parte delle loro risorse alla nostra soluzione. Sentiamo di dover fornire loro un servizio di eccellenza.

Sappiamo che se non ci fosse stata Ancelia si sarebbe verificata almeno una caduta in più, una piaga da decubito in più, una situazione di stress da parte di un operatore. Vogliamo scalare l’impatto sociale e umano all’interno delle strutture. Ma anche all’esterno, perché stiamo iniziando a lavorare anche sul territorio, in contesti domiciliari domestici».

Keypoints

  • TeiaCare è una startup che ha realizzato un sistema che utilizza la computer vision per il monitoraggio in tempo reale dei residenti all’interno di case di riposo e centri di riabilitazione. I dati raccolti sono trasformati in informazioni utili, visibili tramite app, sia per gli operatori socio sanitari che per i manager della RSA
  • Fondata nel 2018 da Guido Magrin e Luca Iozzia, oggi TeiaCare impiega 30 persone, ha un fatturato di 4 milioni di euro (previsto il raddoppio nel 2026) e serve oltre 150 clienti in più di 200 strutture, coprendo 11mila ospiti
  • A inizio aprile ha ottenuto un round di 7 milioni di euro guidato da P101, che ha investito nella startup 5 milioni di euro
  • Guido Magrin ha sviluppato l’idea dopo l’esperienza diretta con il nonno ricoverato in RSA, osservando criticità come cadute e piaghe da decubito dovute alla carenza di personale
  • Due le componenti di ricavi: una è legata all’attivazione del servizio, l’altra al mantenimento: una specie di “abbonamento”, che garantisce tutti gli aggiornamenti che arrivano ogni due settimane, e che consentono al sistema di evolvere e di farlo sulla base delle esigenze della struttura
  • L’obiettivo di TeiaCare è generare un impatto positivo sulla vita del maggior numero possibile di persone.

 

 

 

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