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Ogni tre settimane chi vive con la talassemia si presenta in ospedale per ricevere una sacca di sangue. Non c’è alternativa. E il sangue deve esserci: raccolto, testato, conservato, pronto. In Italia questo sistema funziona grazie a 1,67 milioni di donatori volontari, che nel 2024 hanno garantito circa tre milioni di donazioni. Un’eccellenza costruita nel tempo, su base gratuita e anonima.
Ma è un’eccellenza fragile: una quota significativa di quei donatori si avvicina ai 65 anni, il limite massimo previsto per legge, e i giovani non stanno colmando il vuoto. Per il plasma e i farmaci plasmaderivati la situazione è critica: nel 2021 lo Stato ha speso oltre 117 milioni di euro per acquistare immunoglobuline all’estero, cifra salita a circa 179 milioni nel 2023. Una questione di autonomia del sistema sanitario nazionale.
Chiara Schettino, 24 anni, di Avellino, laureata in economia a Ca’ Foscari con un percorso formativo all’H-Farm College di Roncade, sa cosa significa aspettare una sacca di sangue. E a 20 anni fonda Ema Health e sviluppa Rosso, piattaforma digitale per la donazione di sangue e plasma. Oggi l’azienda – che ha appena chiuso un round seed da 3 milioni di euro guidato da 360 Capital con CDP Venture Capital, Angelini Investments e H-Farm – conta due prodotti: Rosso, l’app gratuita per i donatori, e EmaOS, il gestionale per centri trasfusionali, ospedali e associazioni.
In due anni ha raggiunto diverse migliaia di donatori attivi e oltre 1.500 centri dove è possibile prenotare una donazione. Abbiamo parlato con lei di come si digitalizza un servizio importante per il sistema sanitario pubblico, e di cosa serve davvero per cambiare il trend.
Come si è avvicinata al mondo della donazione di sangue, e come ha incontrato Filippo Toni con cui ha fondato Ema Health?
«Mi sono avvicinata a questo mondo da una storia personale: sono stata ricevente di sangue. Quando una cosa ti tocca direttamente, sviluppi un’attenzione diversa. Avevo già una passione per l’innovazione tecnologica applicata a problemi ad alto impatto sociale: avevo fondato un’associazione di orientamento per ragazzi dai 13 ai 20 anni, e Filippo è arrivato proprio da lì, come partecipante. Portavamo avanti in modo separato progetti legati alla tecnologia e alla salute, e a un certo punto è stato naturale lavorare insieme».
Rosso è l’app per chi dona, EmaOS il gestionale per i centri trasfusionali. Nella pratica quotidiana di un centro, cosa cambia concretamente?
«Prima di Rosso, chi voleva donare doveva cercare un numero di telefono, chiamare in orari limitati, parlare con più interlocutori, compilare moduli cartacei, senza avere visibilità sulle disponibilità. Con EmaOS il centro riesce a programmare meglio le prenotazioni, a ridurre i buchi in agenda, a gestire i richiami periodici dei donatori.
Dall’altra parte il donatore prenota da smartphone in pochi minuti, sceglie orario e sede, e viene accompagnato lungo tutto il percorso. L’obiettivo è connettere tutti gli attori – ospedali, associazioni, aziende – su un’unica infrastruttura digitale, in modo che domanda e offerta di sangue si incontrino in modo più efficiente».
L’intelligenza artificiale è citata in tutti i vostri materiali. Cosa fa esattamente nel vostro sistema?
«Le intelligenze artificiali lavorano con i dati, ma se i dati non sono organizzati è difficile utilizzarle efficacemente. Noi, strutturando meglio le informazioni dei centri trasfusionali, creiamo le condizioni perché l’IA possa essere applicata ai processi. È una trasformazione che riguarda tutta la sanità italiana, non solo il settore trasfusionale».
Un’app semplifica la vita a chi vuole già donare. Ma chi non ha mai donato deve essere convinto prima ancora che accompagnato. Come lavorate su questa parte?
«Abbiamo due canali principali. Uno è quello dei social, per raggiungere i giovani dove già si trovano. L’altro è il programma “Corporate Life Savers“, che coinvolge le aziende: portiamo la cultura della donazione direttamente tra i dipendenti, lavorando sulla sensibilizzazione e non solo sulla logistica. Tra i partner ci sono realtà come P&G, Open Fibre, AXA.
Quando la donazione entra nella cultura di un’azienda, i dipendenti che donano diventano a loro volta ambasciatori, coinvolgono familiari e amici. È un canale molto efficace per raggiungere nuovi donatori, non solo digitalizzare quelli già attivi».
Gestire dati sanitari in un sistema pubblico come quello trasfusionale è complicato dal punto di vista normativo. Quali ostacoli avete incontrato?
«Non abbiamo incontrato ostacoli normativi rilevanti, anche perché abbiamo scelto fin dall’inizio un approccio di privacy by design: prima abbiamo costruito l’architettura della privacy e della compliance, poi abbiamo sviluppato i prodotti. Gestire dati sanitari richiede rigore, ma la regolamentazione europea è chiara e, se la si rispetta, diventa una garanzia anche per i partner che scelgono di lavorare con noi.
La sfida più grande è stata costruire credibilità con il mondo sanitario: lo abbiamo fatto scegliendo i partner giusti e stando dentro il sistema, anche fisicamente. Partecipare al congresso nazionale dei medici trasfusionisti, per esempio, è stato un passaggio importante».
I 3 milioni del round dove vanno, e cosa dovrebbe diventare Ema Health tra tre anni perché questo investimento abbia funzionato?
«Circa l’80% va sulle persone: nuove assunzioni, sviluppo delle competenze, rafforzamento del team. Il resto va su tecnologia e crescita commerciale. Tra tre anni conto che Rosso abbia coinvolto un numero significativamente maggiore di donatori e che i centri trasfusionali che usano EmaOS abbiano dati misurabili di miglioramento nella gestione».


