Brevetti, startup, venture capital: i cinque anni di Seed4Innovation

Brevetti, startup, venture capital: i cinque anni di Seed4Innovation

di Giulia Basso
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Giulia Basso

Perché ne stiamo parlando
Giunto alla quinta edizione, è il programma con cui l’Università di Milano punta a colmare il gap strutturale tra ricerca accademica e mercato: un nodo irrisolto del sistema universitario italiano. I numeri delle cinque edizioni e il caso di una startup mostrano quanto il modello stia funzionando, soprattutto in ambito life sciences.

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Trasformare una scoperta in un’impresa è, per chi fa ricerca, una piccola rivoluzione culturale: richiede di uscire dalla propria zona di comfort, imparare un linguaggio diverso, accettare l’incertezza del mercato accanto a quella del laboratorio. È esattamente questa trasformazione che Seed4Innovation – il programma di innovazione dell’Università degli Studi di Milano, giunto alla quinta edizione – prova a innescare, con risultati che si misurano in brevetti, startup e milioni di euro attratti da investitori privati.

«Il programma ha sempre avuto due capisaldi» spiega Roberto Tiezzi, dirigente della Direzione Innovazione e valorizzazione delle conoscenze di UniMi. «Incentivare i ricercatori a far emergere risultati con potenziale applicativo e contaminarli fin dalle fasi più precoci con la visione del mercato. La filosofia è rimasta la stessa, gli strumenti per perseguirla si sono molto arricchiti».

Nelle cinque edizioni sono stati valutati 493 progetti, coinvolti 900 ricercatori e ricercatrici, attivati oltre 40 mentor interni all’ateneo. Le aziende spin-off generate attraverso Sees4Innovation sono cresciute del 110%, i nuovi brevetti annui del 30%, le operazioni di investimento da venture capital sono state 9, per un totale di 3,2 milioni di euro. Nella quinta edizione – la cui cerimonia finale si è svolta a gennaio – sono stati valutati 127 progetti, il 23% in più rispetto all’anno precedente, distribuiti in 28 dipartimenti.

Il percorso si struttura in tre fasi progressive: fino a 40 team ammessi al potenziamento, poi fino a 30 al percorso di mentoring con professionisti di R&D, business development e proprietà intellettuale, infine 10 finalisti che accedono all’accelerazione con possibilità di grant Proof of Concept.

Scienze della vita, un’espansione silenziosa

Tra le aree disciplinari, le scienze della vita hanno registrato nella quinta edizione una crescita del 57%, la più alta tra tutte le categorie. Un primato che non sorprende Tiezzi. «Le life sciences sono sempre state un fiore all’occhiello della Statale. Ma c’è un dato ulteriore che si è aggiunto negli ultimi anni: la capacità delle scienze della vita di servire un’innovazione sempre più trasversale, in cui le ricadute biologiche e biotecnologiche spaziano dall’agroalimentare alle deep tech, contaminate dalla computer science e dall’intelligenza artificiale». Il risultato è un’area che non smette di espandere i propri confini applicativi, sostenuta dalla rete dei sei IRCCS affiliati al programma.

Il nodo irrisolto del sistema Italia

Il quadro di sfondo rimane complesso. Il quinto Rapporto del Milan Higher Education Observatory restituisce la fotografia di un sistema universitario dinamico ma polarizzato: spin-off pochi e piccoli, mismatch strutturale tra offerta tecnologica degli atenei e domanda delle imprese, cultura accademica ancora scarsamente orientata alla valorizzazione economica della ricerca. Tiezzi riconosce il quadro senza sconti.

«Esiste ancora oggi un gap significativo tra il momento in cui le università originano le proprie tecnologie – ancora in fase embrionale, ad alto rischio – e quello in cui le aziende, che operano molto più a valle, sono disposte a investire su di esse». S4I nasce per occupare questo spazio intermedio: alzare la maturità tecnologica dei progetti fino a renderli appetibili per il mercato o per un venture capital che faccia da ponte. «Ma con pochi progetti andiamo poco lontano», ammette Tiezzi. «Occorre raggiungere una massa critica molto più ampia: è un tema di sistema».

Cosa rende un progetto vincente

I criteri che guidano la selezione sono due: il potenziale innovativo, la capacità cioè di generare invenzioni tutelabili attraverso brevetti, e la motivazione del team a guardare oltre la pubblicazione. «Non chiediamo al ricercatore di trasformarsi in un imprenditore. Ma serve la propensione a fare qualcosa fuori dalla propria zona di comfort, la volontà di incontrare figure diverse dai colleghi universitari. L’imprenditore verrà dopo, e nella maggior parte dei casi non sarà l’accademico, ma una figura che lo affianca».

La storia di Glutensens

Tra i casi emblematici quello di Glutensens. Chiara di Lorenzo, docente del dipartimento di Scienze Farmacologiche, si era presentata a Seed4Innovation con un progetto per un dispositivo portatile di rilevazione della contaminazione da glutine negli alimenti, una metodica innovativa per eliminare la necessità di esami di laboratorio costosi e complessi per i celiaci. «Il gruppo si è affacciato al programma senza un’idea precisa di percorso, senza aver mai pensato a creare una startup», ricorda Tiezzi. «Si sono applicati con curiosità, vinto il grant della Statale e quasi subito intercettato l’interesse di un fondo CDP Venture Capital specializzato in agri-foodtech, che ha realizzato un primo investimento di quasi 500 mila euro».

Da lì il percorso è proseguito: Startup Lombardia, Premio Nazionale per l’Innovazione, inserimento di un manager esterno nel team. Una ricercatrice che si è trasformata in founder, sfida dopo sfida. «Non avrebbe mai preso questa direzione senza un programma strutturato che le offrisse gli strumenti, le relazioni e, soprattutto, le domande scomode al momento giusto».

Oltre il PNRR

Seed4Innovation nasce nel 2021 e ha trovato nell’ecosistema dell’innovazione MUSA, finanziato dal PNRR, una cornice che ne ha amplificato le risorse e la visibilità. La sua continuità, però, è indipendente dalla scadenza istituzionale del piano. «Rientra in una strategia di ateneo per il potenziamento del venturing: è chiara la volontà della Statale di portarlo avanti, con un piano fortemente voluto dalla rettrice Marina Brambilla».

La vera scommessa resta culturale, prima ancora che finanziaria: far sì che il confronto con il mercato e l’attenzione al trasferimento tecnologico diventino una consuetudine nella vita quotidiana dei laboratori. «Chi fa ricerca deve sapere da subito che quando scopre qualcosa di interessante ha un’opportunità di andare oltre rispetto alla sola pubblicazione. È lì che si costruisce la cultura che ancora manca».

Keypoints

  • In cinque edizioni S4I ha coinvolto 900 ricercatori e ricercatrici e 493 progetti, generando un aumento del 110% degli spin-off e del 30% dei brevetti annui.
  • Nella quinta edizione i progetti life sciences sono cresciuti del 57%, sostenuti dalla rete dei sei IRCCS affiliati e dalla convergenza crescente tra bioscienze, AI e deep tech.
  • Il programma nasce per occupare lo spazio intermedio tra ricerca e domanda industriale, alzando la maturità tecnologica dei progetti fino a renderli attrattivi per il mercato o per il venture capital.
  • I criteri di selezione privilegiano il potenziale brevettuale e la motivazione del ricercatore a guardare oltre la pubblicazione: l’imprenditore, dice Tiezzi, verrà dopo e raramente sarà l’accademico stesso.
  • S4I è nato prima del PNRR e continuerà dopo: rientra in una strategia strutturale della Statale per il potenziamento del venturing, con l’obiettivo dichiarato di costruire una cultura del trasferimento tecnologico dentro i laboratori.

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