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Incentivi fiscali in stallo, nuove regole europee in discussione e strumenti ancora poco utilizzati come il procurement pubblico: l’ecosistema italiano dell’innovazione è dinamico, ma il quadro resta complesso.
Nel dibattito si parla di Testo unico dedicato a startup, Pmi innovative, spin-off, incubatori e acceleratori; di Public Procurement of Innovation, quale strumento fondamentale per stimolare la domanda di innovazione e modernizzare la pubblica amministrazione, superando le barriere amministrative che ancora oggi rendono complesse le procedure di acquisto, soprattutto per startup e Pmi innovative, e favorirne l’accesso agli appalti innovativi; e del 28° regime, l’iniziativa della Commissione europea che punta a creare un quadro normativo unico per le imprese innovative, per semplificarne l’attività e facilitarne l’accesso ai finanziamenti e ai mercati dei capitali.
Proprio su questi temi si è espresso ieri il ministro Adolfo Urso, durante l’incontro a Bologna con Ekaterina Zaharieva, ribadendo il sostegno a un mercato unico dell’innovazione e a strumenti per facilitare la crescita delle scaleup e sottolineando la necessità di rafforzare l’accesso ai capitali (ne abbiamo parlato qui).
«Ottimo il ventaglio di argomenti affrontati e caldeggiati dal ministro nel bilaterale con la commissaria europea per le startup, la ricerca e l’innovazione: 28° regime, mercato unico, scaleup capital, innovation procurement sono esattamente i punti di competenza di Bruxelles che servono maggiormente – e con più urgenza – all’ecosistema Italiano». Così commenta Gianmarco Carnovale, presidente di Roma Startup e attivista civico per l’economia dell’innovazione.
Ma tra aspettative, vincoli europei e criticità strutturali, il confronto resta aperto.
Sugli incentivi fiscali, per esempio: il mancato rinnovo sta creando problemi concreti.
«È importante chiarire il contesto: il ritardo nella proroga degli incentivi non è dipeso da una scelta discrezionale italiana, ma da una procedura europea sugli aiuti di Stato. Sono state fatte verifiche su alcuni beneficiari e, a seguito di questo, il Governo ha dovuto fornire chiarimenti e introdurre correttivi prima di poter riattivare la misura. Questo ha inevitabilmente allungato i tempi. In questa fase transitoria, esistono però modalità per aggirare la temporanea assenza dell’incentivo, come per esempio lo strumento dell’investimento in convertendo, un modello di investimento che sposta in avanti nel tempo la trascrizione della partecipazione, rendendo possibile investire oggi e fissare il diritto all’incentivo quando sarà ripristinato».
Però si vedono già effetti sugli investimenti.
«Sì, una contrazione c’è stata ed è abbastanza evidente. Gli investitori, soprattutto quelli privati, reagiscono rapidamente a segnali di incertezza. Anche se il problema è temporaneo, la percezione di instabilità porta a rimandare le decisioni. Questo si traduce in meno capitali disponibili nell’immediato per le startup, soprattutto nelle fasi iniziali».
In definitiva, come sta l’ecosistema italiano dell’innovazione oggi?
«Resta un ecosistema ancora immaturo. Non è solo una questione di quantità di capitali, ma anche di cultura imprenditoriale: c’è ancora poca consapevolezza di cosa significhi costruire un’impresa scalabile e di come si affrontano le diverse fasi di crescita».
Questa immaturità che conseguenze ha?
«Porta spesso a errori nelle strategie di raccolta e sviluppo. Ci sono startup che si affacciano al mercato dei capitali senza essere pronte, oppure con modelli non adeguati. Questo crea inefficienze e contribuisce a rallentare la crescita complessiva del sistema».
E a livello territoriale? I principali hub sono Milano e Roma: l’ecosistema è omogeneo?
«Le differenze sono più quantitative che qualitative. Roma ha una fortissima capacità di generare talento e ricerca, anche grazie al sistema universitario. Però quando si entra nella fase di scaleup, cioè quando servono capitali più importanti, le startup tendono a spostarsi dove c’è maggiore densità di venture capital, quindi Milano o altri hub europei».
Quindi il problema è soprattutto di capitali?
«Sì, ma non solo. Anche a Milano i capitali restano limitati rispetto ad altri ecosistemi europei. Questo significa che, una volta raggiunta una certa dimensione, molte startup guardano direttamente all’estero per continuare a crescere».
Nel dibattito tra politiche pubbliche e mercato, qual è oggi il vero collo di bottiglia?
«Il dibattito spesso si concentra sulle politiche, ma il tema è più ampio. Negli ultimi anni sono state introdotte diverse misure di sostegno e il Governo ha fatto passi avanti per incentivare l’allocazione di capitali verso l’innovazione».
Quindi non è un problema di politiche insufficienti?
«Le politiche sono migliorabili, ma esistono e questo Governo ha fatto azioni concrete per favorire la crescita qualitativa e quantitativa dell’economia dell’innovazione: il ministro Urso si è speso con lo “Scaleup Act” che si completa con il riordino del Testo unico. Il punto però è anche la capacità complessiva del sistema di generare fiducia. Gli investitori, soprattutto quelli istituzionali o con grandi patrimoni, guardano molto alla performance nel tempo degli operatori e alla solidità dell’ecosistema. Se questa fiducia non si consolida, i capitali tendono a spostarsi altrove».
Il Testo unico annunciato dal ministro può cambiare qualcosa?
«Il Testo unico è un’operazione di riordino. Serve a mettere insieme norme, regolamenti e circolari che negli anni si sono stratificati. È sicuramente utile per fare chiarezza e semplificare il quadro, ma non introduce nuove misure o nuovi incentivi in senso stretto».
E invece il Public Procurement of Innovation?
«Parliamo di una leva potenzialmente enorme. La pubblica amministrazione, solo in Italia, muove centinaia di miliardi di euro all’anno in acquisti di beni e servizi. Se anche una piccola parte di questa spesa venisse orientata verso l’innovazione, l’impatto sarebbe enorme».
Cosa impedisce oggi che questo succeda?
«Il sistema degli appalti è costruito per minimizzare il rischio: richiede track record, solidità finanziaria, requisiti che una startup difficilmente può avere. Questo è in contrasto con la natura stessa dell’innovazione, che implica sperimentazione e rischio».
Cosa servirebbe allora in concreto?
«Servirebbe introdurre una quota di sperimentazione, una capacità da parte della pubblica amministrazione di accettare anche fornitori non ancora consolidati. In sostanza, portare una logica più vicina al venture capital dentro il procurement pubblico».
Infine, le politiche europee: il 28° regime può essere una svolta?
«Va nella direzione giusta, perché prova a ridurre la frammentazione normativa europea e a semplificare la vita delle imprese innovative. Il rischio è che il processo negoziale, tra Commissione, Parlamento e Stati membri, finisca per ridurne la portata. Già le proposte iniziali sono state in parte mediate rispetto alle richieste dell’ecosistema. Il punto ora è evitare ulteriori compromessi al ribasso».
Qual è la priorità?
«Trovare un equilibrio: andare veloci, ma mantenere l’ambizione. Perché se lo strumento diventa troppo debole, perde gran parte della sua efficacia».


