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Dai laboratori al mercato: 5 startup Life science nate nelle università del Nord-Est saranno trasformate in imprese

Perché ne stiamo parlando
Le università devono creare valore per la società: non solo formando gli studenti, ma anche dando vita a idee che possano trovare una validazione sul mercato. Ecco perché l’iniziativa del consorzio iNEST, che mira a generare spinoff accademici, è di particolare importanza. Ne abbiamo parlato con il Professor Carlo Bagnoli.

Dai laboratori al mercato: 5 startup Life science nate nelle università del Nord-Est saranno trasformate in imprese
Carlo Bagnoli, Professore Ordinario di Pianificazione e innovazione strategica, Università Ca' Foscari

Come trasformare un ricercatore in imprenditore? È uno dei propositi di iNEST (Interconnected Nord-Est Innovation Ecosystem), il consorzio formato da nove università del Nord-Est, che ha dato vita a un progetto che mira a portare sul mercato le idee generate nei laboratori di ricerca delle università. Idee che toccano i temi più caldi dal punto di vista non solo scientifico ma anche sociale. A capo del progetto, Carlo Bagnoli, Ordinario di Innovazione strategica presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia: «Riteniamo che nei laboratori universitari ci sia molta conoscenza da valorizzare. I ricercatori hanno le soluzioni, ma non sempre sanno identificare il problema a cui collegarle. Il nostro scopo è creare dei business case, dei prodotti che possano essere commercializzati».

Le università coinvolte sono la Ca’ Foscari e la Iuav di Venezia, le Università di Padova, Verona, Trento, Bolzano, Udine, Trieste e la SISSA (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati) di Trieste. Il progetto (che si chiama Support the generation and the development of startups and spinoffs) fa parte di una serie di quattro attività trasversali che sono state finanziate complessivamente con 110 milioni di euro dai fondi PNRR (le altre tre riguardano 1. la creazione di un network tra i laboratori di ricerca, 2. il coinvolgimento dei cittadini e della società e 3. l’istruzione e l’apprendimento permanente).

16 startup selezionate, 5 in campo life science

«Nei mesi scorsi esperti e startup analyst sono andati nei laboratori e nei centri di ricerca delle nove università, esaminando i brevetti e parlando con dottorandi, ricercatori e spinoff» ha spiegato Bagnoli. «Hanno selezionato 177 idee. Di queste ne sono state scelte 31, che si sono presentate con un pitch lo scorso 19 marzo nel corso di un Selection Day nella sede di Ca’ Tron dell’Università Iuav. Durante quella giornata è stata fatta un’ulteriore selezione, che ha portato all’identificazione delle 16 startup che avranno accesso al programma di accelerazione».

Tra le 16 idee selezionate, cinque riguardano soluzioni e progetti nel campo Life science. Sindrel, messo a punto dalla ricercatrice Audrey Franceschi Biagioni della SISSA di Trieste, è un dispositivo che ottimizza il metodo di somministrazione dei farmaci: le matrici di grafene presenti al suo interno, quando ricevono uno stimolo elettrico, cambiano la loro conformazione chimica e si separano dal farmaco. FEP (Finding Emerging Pathogens) è invece un servizio, studiato dalla ricercatrice dell’Università di Trento Francesca Cutrupi, per l’identificazione molecolare di agenti patogeni: consiste in un kit per la raccolta, il trasporto e il trattamento dei campioni, la catena di analisi completa e un sistema di consulenza. Renuvait di Salvatore Calogero Gaglio, già costituta come startup innovativa, attraverso l’uso delle nanotecnologie vuole potenziare gli antiossidanti di origine naturale per risolvere il problema dello stress ossidativo, correlato a invecchiamento precoce e malattie cardiovascolari. Discovera PharmaTech è una piattaforma computazionale basata sul deep learning che vuole fornire previsioni più accurate sulle prestazioni dei farmaci durante gli studi clinici. L’ha ideata Rui Pedro Fernandes Ribeiro, ricercatore dell’Università di Verona. E infine Algify, progetto nato presso il BIOtech Research Centre del Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Trento: ha sviluppato degli idrogel che supportano la (in)crescita cellulare per imitare in modo più preciso le caratteristiche dei tessuti umani sani e malati.

Accelerazione e fundraising

«Il nostro approccio è “propositivo”: entriamo nei laboratori, individuiamo le idee potenzialmente valide e, anche se il ricercatore non è interessato a far parte della startup, costruiamo dei team che hanno tutte le competenze per portare l’innovazione sul mercato» conclude Bagnoli. Il programma di accelerazione promosso da iNEST prevede incontri in presenza, coaching dedicato e mentoring, attingendo al bacino di 5-6mila docenti delle stesse università. «A seguire, una fase di fundraising, in cui saranno coinvolti da una parte finanziatori del mondo del venture capital, dall’altra le imprese del territorio. L’obiettivo è fare matchmaking tra startup e partner industriali, affiancare cioè una startup che ha sviluppato la sua soluzione con un’azienda che può aiutarla a portare il prodotto sul mercato».

Keypoints

  • Le università devono creare valore per la società: non solo formando gli studenti, ma anche dando vita a idee che possano essere trasformate in prodotti utili per tutti
  • iNEST (Interconnected Nord-Est Innovation Ecosystem), il consorzio formato da nove università del Nord-Est, ha dato vita a un progetto che mira a portare sul mercato le idee generate nei laboratori di ricerca delle università
  • Attraverso una prima fase di scouting e successiva selezione, ha identificato 16 idee che inizieranno un processo di accelerazione e successivo fundraising
  • Di queste 16 idee/startup, 5 sono in ambito Life science
  • L’approccio è di tipo “propositivo”: gli analisti individuano le idee promettenti e costruiscono dei team che hanno il compito di trasformare i progetti in startup con un prodotto da portare sul mercato

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