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Cresce il numero di startup e Pmi innovative e cresce il valore della produzione complessivo, ma rallenta la raccolta di capitale. Nonostante il calo del volume degli investimenti, Torino mantiene però il secondo posto a livello nazionale per numero di round di finanziamento conclusi, con 56 operazioni totali. Questo, in sintesi, il quadro che emerge sull’ecosistema dell’innovazione della città di Torino dalla ricerca realizzata dal Club degli Investitori, in collaborazione con ToTeM (Torino Tech Map), ESCP Business School e Growth Capital.
Tra startup e imprese inovative che attraversano incubatori, campus universitari e laboratori tecnologicamente avanzati, l’ecosistema torinese matura e continua a trasformarsi. Anche quando i capitali rallentano.
Torino, città delle startup
Nel 2025 le startup e Pmi innovative attive in città sono salite a 665, segnando un +6% rispetto all’anno precedente. Così come è cresciuto il valore della produzione (+7%, raggiungendo i 495 milioni di euro). Cresce anche l’ambizione internazionale dei team: il 90% delle startup torinesi dichiara una vocazione globale e oltre il 40% dei team include almeno un membro non italiano. Ma non tutto corre allo stesso ritmo. A rallentare è la raccolta di capitali: 100 milioni di euro, il 15% in meno rispetto ai 118 milioni del 2024, in un contesto nazionale in cui il trend è positivo (+18%).
Nonostante questa frenata, Torino resta la seconda città italiana per numero di round chiusi e la quarta per capitali raccolti, dietro Milano, Roma e Genova.
Torino, la città del deep tech
Motore principale dell’ecosistema dell’innovazione della città è il deep tech: oltre il 68% degli investimenti confluisce in startup a tecnologia avanzata, dall’aerospazio al biomedicale, passando per nuovi materiali e intelligenza applicata applicata all’industria. E il 32% delle startup innovative opera in tecnologie basate su scoperte scientifiche o ingegneria avanzata.

La composizione dei team riflette questa specializzazione tecnologica: il 56% delle persone nello staff ha un background STEM, oltre il 54% dei team è composto da personale laureato e il 71% degli imprenditori dichiara di trovare a Torino le persone e le competenze necessarie per far crescere il proprio business.
Su questo fronte emergono prospettive interessanti anche fuori dai confini nazionali: a marzo, per esempio, una delegazione di spin‑off dell’Università di Torino ha volato a Singapore per un evento internazionale dedicato a deep tech e biotech, portando la ricerca torinese davanti a investitori e corporate asiatiche.
Bene Biotech e Life Science per raccolta di capitali
Il settore delle scienze della vita, e in particolare il biotech, rappresenta il comparto più dinamico in termini di attrazione di capitali a Torino. Per il terzo anno consecutivo, il biotech guida infatti la classifica della raccolta fondi con 28,4 milioni di euro, cifra che rappresenta il 28% degli investimenti totali effettuati nel 2025. E all’interno del macro-settore deep tech, il med tech costituisce il 17% delle startup attive e il biotech il 14%. La rete che sostiene l’ecosistema
Torino può contare su circa 30 incubatori, acceleratori e venture builder, affiancati da una quindicina di investitori professionali e da importanti operatori istituzionali, tra cui fondazioni bancarie e banche, e oltre 6.500 addetti impiegati nel settore: una rete di infrastrutture e capitali consolidata.
I3P, per esempio, è l‘incubatore del Politecnico di Torino che supporta la nascita e lo sviluppo di startup innovative con elevata intensità tecnologica e potenzialità di crescita,, fornendo servizi di consulenza, coaching, mentoring, supporto al fundraising e spazi di lavoro. ToTeM -Torino Tech Map è la piattaforma strategica che racconta, connette e rende visibile l’intera tribù dell’innovazione, anche attraverso eventi come Tribe #25. Sul fronte dei capitali, le startup e le Pmi innovative possono contare sul Club degli Investitori, Claris Ventures per il settore Life Science, Liftt, Exor Ventures, Neva Finventures e Zest. Mentre sul fronte delle infrastrutture il supporto è garantito da poli come OGR Torino, 2i3t, oltre a centri specifici per le scienze della vita come Bioindustry Park e Bio4Dreams. E il ruolo delle fondazioni bancarie rimane centrale per il coordinamento e il finanziamento delle iniziative di sviluppo.
I punti deboli e la prossima fase
Secondo Giancarlo Rocchietti, presidente del Club degli Investitori, «il sistema delle startup innovative sta rapidamente trasformando Torino in una deep tech city ricca di capitali e tecnologie, che inizia ad attirare aziende e talenti internazionali». Sul fronte dei capitali raccolti, sottolinea che «un anno in controtendenza rispetto al nazionale dopo cinque di crescita ininterrotta può accadere, ma ora è necessario crescere di scala e posizionarsi nell’ecosistema dell’innovazione globale. Per farlo dobbiamo identificare con maggior determinatezza i settori su cui puntare, rafforzare l’interazione tra pubblico e privati e agire sulla formazione e lo spirito imprenditoriale dei giovani».
Per crescere ed essere sempre più competitiva. Il confronto con altre città europee non capitali, come Lione, Monaco, Rotterdam, Barcellona e Zurigo, evidenzia per esempio un gap sul fronte investimenti e dimensione dei deal che, in parte, riflette la distanza dell’intero Paese rispetto ad altri ecosistemi dell’innovazione in Europa.
Le idee corrono, ma il sistema soffre di una limitata capacità di scalare, faticando a trasformare le startup in scaleup capaci di attrarre grandi round internazionali e competere sui mercati globali.

Secondo gli imprenditori e le imprenditrici intervistate dal team che ha condotto lo studio, per favorire la crescita del sistema è fondamentale far crescere la presenza di investitori, la vivacità degli eventi e puntare sulla specializzazione settoriale. In altre parole, accesso ai capitali, opportunità di networking e sviluppo di settori specifici sono considerate leve strategiche.
La strada imboccata sembra andare nella giusta direzione: Torino sta iniziando ad attrarre competenze, founder, ricercatori e ricercatrici da fuori, configurandosi una città sempre più openness‑driven e sempre meno autoreferenziale.
Il sostegno di Finpiemonte all’ecosistema startup
Per mantenere vivo un ecosistema così ricco e dinamico di startup e Pmi sono fondamentali le società finanziarie che sostengano attraverso l’economia locale queste realtà, dallo sviluppo dell’idea fino alla trasformazione industriale. Lo afferma
Mario Alparone, direttore generale di Finpiemonte, ricordando come la finanziaria regionale sia «uno snodo obbligato e un moltiplicatore della finanza agevolata».
Finpiemonte gestisce il 50% del Fondo europeo di sviluppo regionale piemontese con circa 850 milioni e oltre l’80% della quota è destinata alle imprese.
Un supporto che arriva attraverso bandi come Startup Prima Crescita e Startup Sviluppo (45 milioni nelle ultime edizioni), con investimenti attraverso i fondi Algyp e Piemonte Next (20 milioni di dotazione, 2,5 milioni solo su biotech e life science) e tramite partecipazioni negli incubatori universitari.
Tra i casi sostenuti spiccano Alba Robot, seguita «sin dalla sua nascita» e finanziata per diversi milioni, e Keter, attiva nello sviluppo di farmaci per patologie immunitarie. Per la ricerca, il bando Switch (quasi 100 milioni nelle due edizioni) ha supportato progetti come Piemonteis, sistema di intelligenza artificiale per la diagnostica cardiaca e oncologica da 3,5 milioni. Con Infraplus (52 milioni) Finpiemonte ha invece finanziato la Cell Factory dell’Università di Torino, laboratorio dedicato alle terapie CAR‑T, con un investimento di 1,5 milioni.
Sul rallentamento degli investimenti Alparone è netto. «Non è un tema di soldi. I bandi si esauriscono in un click day». Il nodo, piuttosto, è il passaggio culturale dall’idea all’impresa. «La criticità vera è imparare a trasformarsi in azienda. Questo non si può improvvisare». Per questo Finpiemonte sostiene anche business plan, piani di sviluppo e strutturazione societaria. «Si vince solo lavorando in squadra: incubatori, fondi, banche, imprese. È un ecosistema che funziona se tutti fanno la propria parte».


