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Università e innovazione. Torniamo a parlare di trasferimento tecnologico e della capacità di valorizzare la cultura d’impresa anche in ambito accademico, per capitalizzare appieno sull’eccellenza scientifica. E lo facciamo analizzando i dati che emergono dall’indagine realizzata da un team multidisciplinare dell’Università di Milano e dell’Università di Bergamo. La ricerca evidenzia che l’istruzione terziaria rappresenta una leva importante per lo sviluppo economico e sociale, in grado di generare impatti significativi sul territorio.
Ma anche l’urgenza di rafforzare gli uffici di tech transfer e di creare un ecosistema favorevole all’innovazione, snellendo (anche) la burocrazia che frena la messa a terra dell’innovazione che nasce nell’accademia, quei vincoli organizzativi e amministrativi su cui inciampa il percorso di trasferimento tecnologico in Italia.
Cosa rileva il quinto Rapporto del Milan Higher Education Observatory? Il sistema universitario italiano è un motore per la crescita e l’innovazione del Paese, nonostante la forte polarizzazione territoriale e alcune sfide aperte, come il mismatch tra l’offerta tecnologica della ricerca (spesso di frontiera) e la domanda delle imprese italiane, focalizzata su tecnologie più mature, e una cultura accademica ancora non efficacemente orientata alla valorizzazione (anche) economica dei risultati della ricerca. A questo, secondo gli autori del report, è riconducibile il fatto che molte università non traducono la ricerca di qualità in proprietà intellettuale.
Life science e brevetti
Un indicatore chiave è la capacità di brevettazione accademica.
L’analisi dei sistema universitario italiano, nel periodo compreso tra il 2000 e il 2022 per i brevetti e fino al 2024 per gli spin-off, evidenzia che l’attività brevettuale delle università è fortemente concentrata in ambiti ad alta intensità scientifica. In cima alla classifica troviamo il settore farmaceutico, che da solo rappresenta l’11% delle invenzioni brevettate dagli atenei italiani. Seguono le tecnologie medicali (10%) e le biotecnologie (10%). Queste attività riflettono una spiccata propensione all’innovazione in ambiti legati alla salute, alla chimica e alla diagnostica, tradizionalmente collegati alla ricerca accademica e ai grandi poli scientifici.

Ma, nonostante un aumento significativo delle domande negli ultimi vent’anni, passate da 186 nel 2000 a oltre 1.200 nel 2022, il sistema soffre ancora di una cultura brevettuale limitata e di un disallineamento tra l’offerta della ricerca e la domanda industriale.
In termini di polarizzazione territoriale, la produzione di proprietà intellettuale risulta concentrata nel Nord Italia, che registra il 47% dei brevetti universitari, con la Lombardia al primo posto (29%) seguita da Piemonte, Emilia-Romagna e Toscana (che si assestano al 12% sul totale nazionale), che complessivamente coprono circa il 65% del totale nazionale.
Ampliando lo sguardo all’Europa, tra il 2000 e il 2020 la quota delle domande di brevetto universitario è cresciuta dal 6,2% al 10,2% del totale delle domande presentate da richiedenti europei. In testa la Germania (circa il 24%), seguita da Francia (17,9%) e Regno Unito (12,1%). Dall’Italia arriva il 6,6% delle domande di brevetto accademico.
In Italia, i brevetti universitari costituiscono l’8% del totale dei brevetti depositati da richiedenti italiani, quota superiore a quella tedesca (5,8%), ma inferiore agli altri paesi europei (per esempio, Spagna al 14,6% e Regno Unito al 13,9%).
Spin-off, quando la ricerca diventa impresa
Sul fronte dell’imprenditorialità, gli spin-off universitari mostrano una notevole resilienza con un tasso di fallimento estremamente basso, pari all’1% entro il primo anno di attività e al 7% entro cinque anni, e ricavi medi, per singola impresa, di 1,8 milioni di euro.
Tuttavia, il numero di nuove iniziative è in costante calo dal 2018 (da 86 si è passati a 20 nel 2024), influenzato dall’incertezza economica generata dalla pandemia e da criticità strutturali, come le dimensioni ridotte e la scarsa attrattività di capitali internazionali, e dall’introduzione di regole più restrittive e dalla limitata crescita internazionale. E sono di piccole dimensioni: hanno mediamente 3,9 dipendenti e ricavi contenuti, con una forte dipendenza dal capitale proprio a causa della difficoltà di accesso ai capitali di rischio esterni.

La distribuzione territoriale degli spin-off segue il trend dei brevetti, con il Nord che raccoglie il 47% delle iniziative. La maggior parte degli spin-off nasce all’interno di grandi atenei dotati di uffici specializzati nel trasferimento tecnologico e in aree metropolitane che facilitano il legame con investitori e imprese. Perché l’innovazione ha bisogno di ecosistemi, che facilitano i collegamenti con imprese, investitori e incubatori, e possono rafforzare la capacità innovativa e imprenditoriale. Limitata risulta la collaborazione tra più università.
A far da padrone sono gli spin-off nati in ambito ingegneristico (46%), seguono le scienze mediche (10%), chimiche (8%), biologiche (7,1%). Settori in cui la collaborazione con l’industria, la valorizzazione economica dei risultati, l’orientamento alla ricerca applicata e l’accesso a laboratori e fondi favoriscono la nascita di attività imprenditoriali. Questo fenomeno è particolarmente evidente in Lombardia, regione che ospita poli di ricerca avanzati focalizzati proprio su questi settori strategici.
Marcata la disparità di genere. Più di tre quarti dello staff degli spin-off sono uomini (76,4%), le donne solo il 23,6%. «Uno squilibrio che – come scrivono Matteo Capriolo e Giovanni Barbato (Università di Milano) e Alice Civera (Università di Bergamo) – riflette la il fatto che gli spin-off universitari nascono soprattutto in ambiti disciplinari (come ingegneria e ICT) storicamente a prevalenza maschile».
Altro elemento che evidenziano: il 31,4% del Top Management Team proviene dal mondo aziendale e non accademico, figure esterne che fungono da ponte strategico e integrano competenze manageriali necessarie per trasformare la scoperta scientifica in valore commerciale.


