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È in corso a Rimini WE MAKE FUTURE, il noto Festival che riunisce annualmente la comunità dell’innovazione a livello mondiale. L’evento è un’occasione per condividere idee e competenze, oltre a offrire opportunità di formazione professionale: per le start up rappresenta una interessante vetrina e il luogo dove incontrare professionisti in grado di supportarle nello sviluppo dei propri progetti. Durante il primo giorno alcune start up del mondo Life science si sono presentate a imprenditori del settore. Abbiamo raccolto le impressioni di alcuni di questi, come Fondazione Golinelli e Bayer.
Start up innovative alla prova
“Stiamo incontrando start up molto innovative, che danno un’ottima previsione di che cosa sarà il futuro”, afferma Federica Tadini, General Manager di G-FACTOR, incubatore-acceleratore di giovani imprese creato nel 2018 da Fondazione Golinelli.
Nel corso della giornata di giovedì si è tenuto l’evento Future for Health, dedicato alle start up che operano nel settore Life science.
Vanessa Mazzei, Project Leader di G-Factor, era tra gli esperti presenti ad ascoltare e valutare i pitch dei CEO delle start up: “Il livello è stato alto”, commenta, “le presentazioni sono state realizzate pensando all’audience. Mi ha colpito la dimestichezza dei fondatori delle start up nel rispondere alle domande, spesso molto complesse e difficili, degli esperti del settore”.
Federica Tadini sottolinea che le start up sono molto innovative e offrono punti di vista diversi con cui affrontare i problemi attuali: “Offrono un’ottima previsione di che cosa sarà il futuro, con progetti sfidanti. Stiamo anche riscontrando una buona risposta in ambito digital health, un settore ancora nel limbo, tra tecnologie che ancora devono arrivare e un sistema che spesso non è ancora pronto a riceverle”.
Queste sono le aziende che hanno partecipato all’evento dedicato alle start up del settore Life science in programma il 15 giugno:
- Avertto: una realtà israeliana che ha sviluppato un sistema innovativo che monitora il flusso sanguigno verso il cervello, rileva eventuali cambiamenti e fornisce segnalazioni in tempo reale per consentire un trattamento tempestivo, prevenendo così gli ictus.
- Eubiome Srl: fondata come spin-off dell’Università di Padova, è specializzata in un sistema di trapianto del microbioma per curare enteropatie croniche negli animali domestici.
- UVITRONICS P.C.: un’azienda greca che ha sviluppato un sistema di sterilizzazione dell’aria basato su evidenze scientifiche, in grado di eliminare efficacemente varie malattie trasmesse per via aerea, compreso il COVID-19 e l’influenza.
- Memory Team ETS: il suo progetto “Urca” (Unità di risoluzione crisi Alzheimer) ideato a Bari, ha come obiettivo l’innovazione nell’assistenza ai pazienti affetti da Alzheimer e dei loro caregiver.
- Parrots Inc.: un’azienda americana che opera nel settore della salute e della tecnologia medica, dedicandosi alla creazione di piattaforme intelligenti e inclusive per le persone con sfide fisiche, mentali e comunicative.
- M2TEST SRL: un’azienda friulana che ha sviluppato BESTest, un test innovativo per la valutazione della fragilità ossea. Grazie all’utilizzo di immagini radiografiche, M2TEST crea una biopsia virtuale dell’architettura ossea del paziente, consentendo di simulare l’applicazione di forze per verificare la resistenza dell’osso alle sollecitazioni meccaniche.
- Proteso: un’azienda genovese che ha sviluppato un esoscheletro motorizzato per il supporto della schiena, specificamente progettato per lavori di sollevamento manuale di materiali. Questa innovativa soluzione protegge la schiena degli operatori da sforzi eccessivi, promuovendo la sicurezza e il benessere sul posto di lavoro.
- Easy Health srl SB: con sede a Milano, Easy Health si dedica all’ideazione, progettazione, distribuzione, consulenza e divulgazione di servizi digitali nel campo della salute. La loro piattaforma Easydoctor è stata sviluppata per aiutare i professionisti del settore sanitario.
- MIGASTONE INTERNATIONAL SRL: un’azienda con sede a San Marino che si distingue per lo sviluppo di applicazioni utilizzando l’intelligenza artificiale e, più recentemente, il metaverso.
In Italia si inizia a credere di più a queste realtà
“Esiste un ecosistema che crede fermamente nel potenziale di queste giovani realtà imprenditoriali, sperando di supportarne il processo di crescita e noi ne siamo parte”, afferma Federica Tadini. “Questa convinzione si manifesta in modo esponenziale nel settore delle scienze della vita, dove credere nelle idee e sostenere gli investimenti iniziali è di vitale importanza, perché le tempistiche per il raggiungimento del mercato sono molto più lunghe rispetto alle start up tradizionali e richiedono investimenti consistenti”. Le start up nel campo delle scienze della vita spesso hanno le loro origini all’interno delle università, dove i ricercatori iniziano a comprendere che le loro idee possono trasformarsi in imprese di successo. “È interessante notare come negli ultimi anni si sia aperta una nuova mentalità che supporta la creazione di start up. Grazie all’aiuto degli Uffici di Trasferimento Tecnologico e degli stessi enti di ricerca, i ricercatori si sono resi conto delle opportunità di avviare un’azienda basata sulle loro scoperte. Tuttavia, c’è ancora bisogno di un maggior spirito imprenditoriale”.
Tadini porta come esempio illuminante quello di Israele, considerato il leader mondiale nel settore delle start up nelle scienze della vita. “Lì”, spiega la General Manager di G-FACTOR, “è motivo di prestigio per un professore universitario fondare una start up, che non è percepita come un tradimento dell’insegnamento o una perdita di risorse per la ricerca. Israele rappresenta un grande esempio da seguire, sebbene ambizioso. È essenziale comprendere che il primo limite da superare è la mentalità, seguita da un maggiore sostegno agli investimenti”.
Le rappresentanti della fondazione Golinelli sono tuttavia ottimiste: “Stiamo facendo passi avanti nella giusta direzione”, dicono. “In Italia, vi sono numerose università e istituti di ricerca che offrono un grande potenziale per i ricercatori. L’ecosistema italiano sta crescendo rapidamente ed è in continua evoluzione, grazie anche all’interesse da parte del governo e alla disponibilità di fondi di investimento. Siamo fiduciosi che presto vedremo i risultati positivi di questi sforzi collettivi”.
Un messaggio che circola anche all’interno della tre giorni di We Make Future: la necessità del giusto sostegno e di una mentalità aperta che possono aiutare queste giovani imprese a fare la differenza, portando avanti la ricerca scientifica, trasformando idee in soluzioni concrete.
Niente di disruptive e purtroppo poco espandibile
Per Marco Giacosa, Digital Innovation Manager di Bayer, le proposte delle start up sono state interessanti, anche se non disruptive, ma con un potenziale di espansione piuttosto limitato, almeno in Italia.
“Tre minuti a testa per i pitch e 2 di domande sono troppo pochi per spiegare progetti così complessi – spiega Giacosa. In ogni caso si tratta di innovazioni che con difficoltà si potranno consolidare nel tessuto italiano, ma spero di sbagliarmi.
Quasi tutte le soluzioni presentate hanno necessità di ricevere le certificazioni necessarie per poterne potenziare sviluppo e commercializzazione. Certificazioni che si ricevono raccogliendo molti dati e strutturando costosi trial clinici, che male si conciliano con le risorse delle start-up, un cane che chi si morde la coda insomma. Il sistema regolatorio tedesco (DiGa) sembra aver pensato a queste difficoltà, speriamo che l’Italia lo prenda come riferimento nel costruire un piano per le innovazioni in ambito health che le incentivi. La consapevolezza sull’importanza della digitalizzazione e dell’innovazione nel nostro paese esiste, le idee e le competenze ci sono- come dimostrano le start-up del future health stage, le risorse sembrano non mancare (soprattutto grazie al PNRR), cos’è allora che rende così lontani da paesi come l’Israele e la Germania?
Spesso a questa domanda, si risponde con “è un problema culturale”. Parlare di problema culturale è come scaricare la colpa su chi le idee ce l’ha e prova a portarle avanti, io parlerei più di ostacolo a livello sistemico, burocratico e politico. Occorre lavorare sulla semplificazione legislativa e regolatoria, che frena per davvero l’innovazione in questo paese.”
E così le start up, quelle più meritevoli, scappano in Israele.


